E’ giusto, anzi doveroso, che di tanto in tanto si rimetta in discussione, da parte di coloro che agiscono nel mercato, l’assetto della distribuzione italiana, anche nei suoi assetti costituzionali. Lo ha fatto a Roma il 27 giugno scorso, Ancd Conad, nell’occasione della presentazione dell’ormai classico “Rapporto sulla distribuzione italiana”, giunto alla sua nona edizione. E’ vero che da anni stiamo vivendo una crisi economica che molti non si ricordano così globale e soprattutto lunga e che, solo dare una cifra, ha falcidiato in Italia 9.334 esercizi commerciali. Ma questa situazione non toglie che la legislazione italiana non abbia anch’essa le sue colpe, soprattutto da quando la legge costituzionale del 18 ottobre 2001 ha attribuito alle Regioni la competenze del commercio, rendendo inutile e inutilizzabile il decreto Bersani del 1998, che pure introdusse una certa liberalizzazione e il criterio fondamentale dell’urbanistica alla base dello sviluppo del commercio. Buone intenzioni, perché di fatto non si creò una legge quadro nazionale. E così ogni Regione, ben contenta e soddisfatta del suo nuovo potere costituzionale, si disegnò i propri criteri di sviluppo in perfetta autonomia. E si ripiombò ben presto sotto il condizionamento elettoral-politico degli operatori, elaborando spesso un’interpretazione restrittiva, che a volte giunse perfino a reintrodurre un vero e proprio contingentamento quantitativo, di buona memoria ma di pessimi effetti. Addio alla liberalizzazione e alla concorrenza. E la distribuzione italiana perse anche qui l’opportunità di superare il gap con quella più avanzata europea, un gap oggi ancora alto: 20 anni di ritardo, secondo il Rapporto. Ciò non toglie che i consumatori italiani non si modernizzassero comunque nella domanda di beni e nella modalità di acquisto. Per fortuna seguiti e appoggiati dalle grandi insegne e, perché no, anche dagli effetti della crisi ormai annosa, che seleziona le imprese espellendo dal mercato quelle non efficienti e poco imprenditoriali. Ma quanta fatica per quelle che vogliono rimanere sul mercato in modo più concentrato e competitivo. “Avere, infatti, a che fare con tante normative regionali e con le loro interpretazioni locali non aiuta l’attività”, ha affermato Sergio Imolesi, segretario generale di Ancd. Ma le stesse parole avrebbe potuto esprimere qualunque responsabile della distribuzione moderna, associata o diretta che sia, alla ricerca dell’omogeneità, che è efficienza e distintività. E il Rapporto è lì a dimostrarlo. Dicevamo: quanta fatica.
E’ giusto, anzi doveroso, che di tanto in tanto si rimetta in discussione, da parte di coloro che agiscono nel mercato, l’assetto della distribuzione italiana, anche nei suoi assetti costituzionali. Lo ha fatto a Roma il 27 giugno scorso, Ancd Conad, nell’occasione della presentazione dell’ormai classico “Rapporto sulla distribuzione italiana”, giunto alla sua nona edizione. E’ vero che da anni stiamo vivendo una crisi economica che molti non si ricordano così globale e soprattutto lunga e che, solo dare una cifra, ha falcidiato in Italia 9.334 esercizi commerciali. Ma questa situazione non toglie che la legislazione italiana non abbia anch’essa le sue colpe, soprattutto da quando la legge costituzionale del 18 ottobre 2001 ha attribuito alle Regioni la competenze del commercio, rendendo inutile e inutilizzabile il decreto Bersani del 1998, che pure introdusse una certa liberalizzazione e il criterio fondamentale dell’urbanistica alla base dello sviluppo del commercio. Buone intenzioni, perché di fatto non si creò una legge quadro nazionale. E così ogni Regione, ben contenta e soddisfatta del suo nuovo potere costituzionale, si disegnò i propri criteri di sviluppo in perfetta autonomia. E si ripiombò ben presto sotto il condizionamento elettoral-politico degli operatori, elaborando spesso un’interpretazione restrittiva, che a volte giunse perfino a reintrodurre un vero e proprio contingentamento quantitativo, di buona memoria ma di pessimi effetti. Addio alla liberalizzazione e alla concorrenza. E la distribuzione italiana perse anche qui l’opportunità di superare il gap con quella più avanzata europea, un gap oggi ancora alto: 20 anni di ritardo, secondo il Rapporto. Ciò non toglie che i consumatori italiani non si modernizzassero comunque nella domanda di beni e nella modalità di acquisto. Per fortuna seguiti e appoggiati dalle grandi insegne e, perché no, anche dagli effetti della crisi ormai annosa, che seleziona le imprese espellendo dal mercato quelle non efficienti e poco imprenditoriali. Ma quanta fatica per quelle che vogliono rimanere sul mercato in modo più concentrato e competitivo. “Avere, infatti, a che fare con tante normative regionali e con le loro interpretazioni locali non aiuta l’attività”, ha affermato Sergio Imolesi, segretario generale di Ancd. Ma le stesse parole avrebbe potuto esprimere qualunque responsabile della distribuzione moderna, associata o diretta che sia, alla ricerca dell’omogeneità, che è efficienza e distintività. E il Rapporto è lì a dimostrarlo. Dicevamo: quanta fatica. L’introduzione delle parafarmacie all’interno dei centri commerciali o delle grandi superfici alimentari, ma soprattutto l’apertura di distributori di carburante da parte della distribuzione sono lì a dimostrare come la liberalizzazione rimanga ancora un bel sogno: il nuovo titolo V della Costituzione non è stato certo un efficace strumento contro le lobby, soprattutto dei carburanti. Eppure se i nuovi distributori delle insegne commerciali hanno portato concreti vantaggi ai cittadini consumatori, e le cifre lo dimostrano, cosa si attende a por mano al ritocco della Costituzione? Per recuperare lo spirito della riforma Bersani, “accantonata forse troppo in fretta, visti i buoni risultati ottenuti in alcuni servizi”. A tale proposito il Rapporto stila alcune proposte legislative concrete: contrastare le programmazioni che selezionano l’offerta, eliminare i vincoli sui nuovi mercati che interessano la distribuzione, uniformare la legislazione commerciale (legge quadro?), revisionare il ruolo dei Comuni e delle Province, ripristinare le soglie dimensionali dei pdv definite dalla riforma Bersani e semplificare le procedure di autorizzazione per le medie e grandi superfici. Lo spirito di queste proposte di riforme strutturali sembra che sia stato recepito dal ministro per gli Affari regionali e le autonomie Graziano Delrio, che ha assicurato il suo impegno per una legislazione commerciale il più possibile omogenea tra le diverse regioni, lanciando lo slogan di un “patto per la Repubblica”, nel segno della cooperazione istituzionale. Vedremo che tempi si prenderà. (Italo Mora)
