Nonostante i tempi di crisi, dopo la liberalizzazione totale introdotta dal decreto “Salva Italia”, si sta facendo sempre più strada l’idea di ritornare a quegli stessi limiti e divieti imposti per legge, che per decenni hanno condizionato una delle leve più importanti nelle mani dei commercianti: la libera determinazione dell’orario di apertura dei negozi.

La materia degli orari è da sempre terreno di scontro tra associazioni di categoria, imprenditori, grande distribuzione e organizzazioni sindacali. Il conflitto sorto in passato tra i vari portatori di interessi si è tradotto, sul versante della regolazione, in uno degli esempi più emblematici di incertezza, complessità e contraddittorietà del quadro normativo. Dopo il decreto Bersani del 1998, che agli artt. 11 e 12 affidava già al singolo commerciante la libera determinazione degli orari, a costruire un vero e proprio groviglio di regolette e distinguo ci hanno pensato poi le Regioni, responsabili del sostanziale affossamento dei principi di liberalizzazione già contenuti nella riforma statale. Quattordici anni dopo, la svolta storica: una modifica al d.l. n. 223/2006 ad opera del decreto Salva Italia, ha fatto piazza pulita di qualsiasi limitazione di orario, stabilendo la liberalizzazione assoluta delle aperture sulle ventiquattro ore per tutti i giorni dell’anno, festivi compresi.

 

Nonostante i tempi di crisi, dopo la liberalizzazione totale introdotta dal decreto “Salva Italia”, si sta facendo sempre più strada l’idea di ritornare a quegli stessi limiti e divieti imposti per legge, che per decenni hanno condizionato una delle leve più importanti nelle mani dei commercianti: la libera determinazione dell’orario di apertura dei negozi.

La materia degli orari è da sempre terreno di scontro tra associazioni di categoria, imprenditori, grande distribuzione e organizzazioni sindacali. Il conflitto sorto in passato tra i vari portatori di interessi si è tradotto, sul versante della regolazione, in uno degli esempi più emblematici di incertezza, complessità e contraddittorietà del quadro normativo. Dopo il decreto Bersani del 1998, che agli artt. 11 e 12 affidava già al singolo commerciante la libera determinazione degli orari, a costruire un vero e proprio groviglio di regolette e distinguo ci hanno pensato poi le Regioni, responsabili del sostanziale affossamento dei principi di liberalizzazione già contenuti nella riforma statale. Quattordici anni dopo, la svolta storica: una modifica al d.l. n. 223/2006 ad opera del decreto Salva Italia, ha fatto piazza pulita di qualsiasi limitazione di orario, stabilendo la liberalizzazione assoluta delle aperture sulle ventiquattro ore per tutti i giorni dell’anno, festivi compresi.

Tanta spinta in direzione della libertà di iniziativa è stata però recentemente ridimensionata dalla Corte costituzionale, che con la Sentenza n. 299/2013 ha ricordato che “La liberalizzazione dell’orario degli esercizi commerciali così come delle giornate di apertura, tuttavia, non determina alcuna deroga rispetto agli obblighi e alle prescrizioni cui tali esercizi sono tenuti in base alla legislazione posta a tutela di altri interessi costituzionalmente rilevanti quali l’ambiente, l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza, la salute e la quiete pubblica”. Rimangono pertanto i sindaci i garanti del funambolico equilibrio tra le esigenze di vivibilità dei centri storici e le istanze di sviluppo economico delle attività in essi insediate.

Tra gli avversari più agguerriti della pur raggiunta liberalizzazione degli orari sono soprattutto i sindacati, appoggiati da alcune realtà sociali e religiose a tutela della domenica, e le associazioni del piccolo commercio. Il dibattito ha ormai raggiunto un certo livello di maturazione, al punto che in questi giorni è in discussione alla Commissione attività produttive della Camera una proposta di legge tesa a conciliare con spirito di ragionevolezza le varie posizioni che da sempre si fronteggiano. Certo è che, rispetto alla situazione attuale, la retromarcia è inserita: chiusura obbligatoria per un determinato numero di festività a livello nazionale; delega a Comuni e Regioni su aperture domenicali; agevolazioni anche economiche per il piccolo commercio. Questi i cardini della nuova proposta, che di sicuro non mancherà di far discutere, e che vede alcune associazioni imprenditoriali già sul piede di guerra. Il pericolo è che, reintroducendo il potere di regolare discrezionalmente il fenomeno, Comuni e Regioni tendano, come ha insegnato l’esperienza del passato, a calcare un po’ la mano, allargano a dismisura l’ambito delle chiusure obbligatorie. Tutto questo senza considerare i danni di una regolamentazione a macchia di leopardo, con differenze sostanziali tra un municipio e l’altro. Una disparità di trattamento che comporterebbe conseguenze nefaste ed effetti distorsivi su tutta una serie di fattori economici, come i prezzi delle attività, degli immobili, e, in definitiva, degli stessi prezzi al consumo. Insomma, meglio sopportare i mali della facoltà di apertura che quelli della chiusura obbligatoria.

Dopo decenni di fatiche spese per conquistare nientemeno che la libertà di aprire il proprio negozio quando c’è maggiore afflusso di clientela, un ritorno al groviglio normativo del passato non può che destare perplessità, soprattutto in tempi di crisi e di grandi cambiamenti nelle abitudini di acquisto, quando per moltissimi settori del commercio il fine settimana è l’unica opportunità di reddito. Per risolvere conflitti e disagi sociali insiti nella libertà di apertura facoltativa, basterebbe prendere spunto dai settori, come trasporti, sanità, stampa, ecc., che da sempre vantano una vincente tradizione del turn over nei festivi. (Michele Deodati)