Con l’approssimarsi della presentazione in Parlamento delle proposte di revisione del titolo V della Costituzione si stanno moltiplicando le richieste finalizzate al trasferimento dalle Regioni allo Stato della competenza assoluta in materia di commercio.
Una richiesta in tale senso era stata avanzata in passato da Confindustria, forse su sollecitazione di Confimprese. Ora l’esigenza di una riflessione critica sugli effetti derivanti dall’attuazione della riforma del titolo V della Costituzione viene riproposta da Ancd Conad, l’associazione delle cooperative tra dettaglianti aderente alla Lega delle Cooperative.
In occasione della presentazione a Milano il 12 febbraio scorso della nona edizione del Rapporto sulla legislazione commerciale ( lavoro peraltro pregevole non solo per la puntuale analisi dei provvedimenti assunti dalle Regioni in materia di programmazione commerciale, ma in particolare per la presenza dell’approfondito saggio introduttivo di Alberto Pastore dell’Università La Sapienza di Roma su “Crisi economica, legislazione commerciale e competitività dei sistemi distributivi”) l’Ancd Conad ha sostenuto che “nel corso di questi dieci anni non si registrano cambiamenti decisi in senso pro-concorrenziale e di sviluppo del settore, nel confronto con gli obiettivi conseguiti dalla riforma del 1998”, per cui si auspica che “il sistema politico nel suo complesso offra risposte adeguate alle necessità del momento”, superando una normativa troppo disomogenea tra regione e regione. Si tratta in effetti di una esigenza molto sentita da parte degli operatori commerciali in quanto si trovano spesso ad operare in varie regioni in cui vigono normative relative alla programmazione degli insediamenti commerciali molto differenziate.
La soluzione per una maggiore omogeneizzazione a livello nazionale non va comunque ricercata, a nostro parere, sic et simpliciter in un trasferimento della competenza assoluta in materia di commercio dalle Regioni allo Stato centrale come sperimentato dai tempi dell’applicazione della legge n. 426/1971 fino al decreto Bersani del 1998 e alla revisione del titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001.
Con l’approssimarsi della presentazione in Parlamento delle proposte di revisione del titolo V della Costituzione si stanno moltiplicando le richieste finalizzate al trasferimento dalle Regioni allo Stato della competenza assoluta in materia di commercio.
Una richiesta in tale senso era stata avanzata in passato da Confindustria, forse su sollecitazione di Confimprese. Ora l’esigenza di una riflessione critica sugli effetti derivanti dall’attuazione della riforma del titolo V della Costituzione viene riproposta da Ancd Conad, l’associazione delle cooperative tra dettaglianti aderente alla Lega delle Cooperative.
In occasione della presentazione a Milano il 12 febbraio scorso della nona edizione del Rapporto sulla legislazione commerciale ( lavoro peraltro pregevole non solo per la puntuale analisi dei provvedimenti assunti dalle Regioni in materia di programmazione commerciale, ma in particolare per la presenza dell’approfondito saggio introduttivo di Alberto Pastore dell’Università La Sapienza di Roma su “Crisi economica, legislazione commerciale e competitività dei sistemi distributivi”) l’Ancd Conad ha sostenuto che “nel corso di questi dieci anni non si registrano cambiamenti decisi in senso pro-concorrenziale e di sviluppo del settore, nel confronto con gli obiettivi conseguiti dalla riforma del 1998”, per cui si auspica che “il sistema politico nel suo complesso offra risposte adeguate alle necessità del momento”, superando una normativa troppo disomogenea tra regione e regione. Si tratta in effetti di una esigenza molto sentita da parte degli operatori commerciali in quanto si trovano spesso ad operare in varie regioni in cui vigono normative relative alla programmazione degli insediamenti commerciali molto differenziate.
La soluzione per una maggiore omogeneizzazione a livello nazionale non va comunque ricercata, a nostro parere, sic et simpliciter in un trasferimento della competenza assoluta in materia di commercio dalle Regioni allo Stato centrale come sperimentato dai tempi dell’applicazione della legge n. 426/1971 fino al decreto Bersani del 1998 e alla revisione del titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001.
Ostano ad una soluzione così semplicistica i mutamenti intervenuti nel settore distributivo nel corso dell’ultimo decennio sia sotto il profilo giuridico che sul piano economico.
Sul piano giuridico con l’emanazione della Direttiva Servizi (con D.L. 4.7.206, n. 223, convertito con legge 4.8.2006, n. 248 di recepimento della Direttiva comunitaria Bolkenstein) e con i decreti di liberalizzazione introdotti all’epoca del governo Monti ( D.L. 6.12.2011, n. 201, convertito con legge 22.12.2011, n. 214 e D.L. 24.1.2012, n. 1, convertito con legge 24.3.2012, n. 27) il quadro normativo di livello nazionale è profondamente mutato, anche se l’adeguamento a questi nuovi indirizzi da parte delle Regioni è avvenuto o sta avvenendo con forti ritardi. E’ comunque sotto gli occhi di tutti che quando lo Stato centrale fa valere la propria competenza in materia di tutela della concorrenza, come avvenuto nel campo della disciplina degli orari degli esercizi commerciali, i risultati sono evidenti ed ora l’Italia si trova ad avere orari liberalizzati che non hanno confronti con altri paesi europei, come chiunque può constatare girando la domenica per le città tedesche o francesi.
La stessa programmazione commerciale con l’attuazione della Direttiva Servizi e dei decreti di liberalizzazione del governo Monti ha mutato di segno divenendo sempre più urbanistica commerciale, ovvero sono spariti contingenti di superficie e quote di mercato ed ora le previsioni degli insediamenti commerciali avvengono tramite la strumentazione offerta dalla pianificazione territoriale ed urbanistica ai vari livelli: regionale, provinciale e comunale. D’altronde ogni struttura di vendita di media o grande dimensione ha un suo impatto territoriale ( traffico, acustico, paesistico, ecc.) ed è giusto che tale impatto sia inquadrato in una disciplina urbanistica sovra comunale e comunale. Del resto lo stesso decreto Bersani del 1998 prevedeva che non potevano essere rilasciate autorizzazioni per l’apertura di medie e grandi strutture di vendita che non fossero previste dagli strumenti urbanistici comunali nelle apposite aree con destinazione d’uso per medie e grandi strutture di vendita. Ne è derivato che le Regioni che hanno impostato la loro programmazione commerciale facendo riferimento a tale principio basilare non hanno poi dovuto apportare sostanziali modifiche a seguito dell’emanazione della Direttiva Servizi e dei decreti di liberalizzazione del governo Monti. Tale impostazione è stata peraltro ribadita all’epoca del Governo Letta con la modifica apportata all’art. 31 del D.L. 6.12.2011, n. 201 dal D.L. 21.6.2013, n. 69, convertito con legge 9.8.2013, n. 98, ove si afferma che le Regioni e gli Enti locali possono prevedere”senza discriminazioni tra gli operatori, anche aree interdette agli esercizi commerciali ovvero limitazioni ad aree dove possano insediarsi attività produttive e commerciali”.
Ancora più importanti sono comunque i mutamenti avvenuti in questi anni sul piano economico nel settore distributivo. Lo sviluppo dei centri commerciali, dei parchi commerciali e dei Factory Outlet Centers (FOC) in Italia è stato tumultuoso; anche il ritardo che si registrava nelle regioni meridionali é stato in gran parte superato: basti citare il solo esempio di quanto avvenuto in Campania o in Sicilia nell’area di Catania! La “gelata” negli investimenti intervenuta dopo il 2008 nell’immobiliare commerciale non è dovuta solo alla crisi economica e dei consumi familiari in atto. La cosiddetta industria dei “centri commerciali” è ormai un’industria “matura”, in quanto gli indici di densità di superficie (per 1.000 abitanti) delle grandi strutture di vendita che si riscontrano in Italia sono ormai superiori a quelli presenti in altri paesi europei. Non è un caso che molti developers italiani ora vanno a sviluppare centri commerciali e Outlet centers in altri paesi europei ( in particolare nell’Europa dell’Est) e in Asia (con particolare attenzione alla Cina) portandovi il design e la moda made in Italy.
Gli stessi dati forniti dall’Ancd Conad a Milano in base ai quali i negozi della grande distribuzione hanno subito negli ultimi due anni una forte contrazione ( da 29.366 nel 2011 a 28.496 unità a fine 2013) stanno ad indicare che il sistema distributivo italiano è di fronte ad un processo di ristrutturazione che non interessa più soltanto i negozi tradizionali a gestione familiare, ma anche quelli gestiti dalla Gdo, cioè dalla moderna distribuzione organizzata. I processi in atto di acquisizione, fusione e incorporazione tra gruppi distributivi diversi ( e in questo campo il Conad si sta rivelando un dei gruppi distributivi più dinamici) portano a far emergere marginalità e sovrapposizioni localizzative di punti di vendita che devono necessariamente essere eliminate. Nel contempo la crisi che sta attraversando il format degli ipermercati, che rischia tra l’altro di porre in discussione la sua funzione di principale ancora dei centri commerciali, stimola i gruppi distributivi a puntare su dimensioni più ridotte e a valorizzare il format del superstore (2.000 – 3000 mq. di superficie di vendita), il quale nell’impostazione italiana ha un più elevato livello qualitativo sul piano dell’assortimento, format che peraltro si presterebbe bene ad essere portato anche all’estero se qualche catena italiana se ne facesse carico. Ma la vera novità che sta emergendo nella realtà italiana ( a parte l’ulteriore sviluppo della formula del discount, per ragioni strettamente legate al controllo del budget familiare che la crisi economica in atto impone con prepotenza) è il rilancio del format dei minimercati e dei piccoli supermercati nei quartieri urbani, in particolare all’interno dei centri storici. In effetti l’abbandono dei grandi insediamenti commerciali extraurbani sta rilanciando i processi di rivitalizzazione e valorizzazione del tessuto distributivo di centro città e delle aree di prima periferia, interessate da operazioni di riuso di contenitori dismessi.
In definitiva i mutamenti intervenuti sotto il profilo normativo nazionale sia i processi di ristrutturazione in atto nel sistema distributivo vanno nella direzione di valorizzare la leva dell’urbanistica commerciale e della pianificazione territoriale, la cui piena competenza è delle Regioni, per cui essendo la programmazione commerciale sempre più di tipo urbanistico è giusto che anche la materia del commercio resti di competenza delle Regioni.
D’altro canto sono pienamente valide le istanze dei retailer italiani che richiedono una maggiore omogeneità del quadro normativo delle diverse regioni. In questo senso appaiono interessanti le linee d’indirizzo messe a punto in proposito dal governo Renzi ( in base a quanto apparso sul giornale “Il Sole 24 Ore” del 25 febbraio scorso). Mentre da un lato si riporterebbero sotto l’egida statale le competenze ora concorrenti in materia di infrastrutture, energia e trasporti, nelle altre materie verrebbe introdotta una clausola di intervento della legge statale sulle materie esclusive regionali per esigenza di “unità economica e giuridica”, in sostanza un potere di indirizzo per assicurare quella unitarietà delle normative regionali che i gruppi distributivi italiani richiedono in materia di commercio. (Onorio Zappi)
