Il sistema della programmazione commerciale della Regione Piemonte si è sempre caratterizzato, nell’ambito del panorama nazionale, per i suoi aspetti di originalità d’impostazione. Fin dai primi Indirizzi emanati nell’ottobre 1999 è stato individuato un criterio sistematico di stretta connessione tra la programmazione commerciale vera e propria e la pianificazione territoriale ed urbanistica. La Regione con tali Indirizzi ha fornito un quadro di riferimento ben preciso delle varie tipologie di insediamenti commerciali, con particolare riferimento agli Addensamenti ed alle Localizzazioni commerciali. Spettava poi ai Comuni, in sede di adeguamento degli strumenti urbanistici, provvedere all’individuazione sul proprio territorio di tali tipologie di insediamenti commerciali. In base a questa metodologia di programmazione la Regione Piemonte poteva affermare, in tema di sviluppo e concorrenza, il principio che “l’apertura, il trasferimento e la variazione della superficie di vendita degli esercizi commerciali non è soggetta ad alcuna limitazione quantitativa, per comune e per zona, fatto salvo il rispetto dei principi contenuti nell’art. 41 della Costituzione e nella legge n. 287/1990”. In questo modo la Regione Piemonte ha precorso l’emanazione degli Indirizzi comunitari della Direttiva Bolkestein e si è trovata nelle condizioni di non dover apportare sostanziali elementi di adeguamento a tale Direttiva, come è stato necessario ad altre Regioni per smantellare il vecchio impianto dei fabbisogni quantitativi di superficie di vendita Il quadro di riferimento per le scelte dimensionali e localizzative degli insediamenti commerciali è indubbiamente a maglie molto strette. I parametri di riferimento per l’individuazione delle varie tipologie di Addensamenti e Localizzazioni commerciali, pur essendo differenziati per comune metropolitano, comuni polo, comuni subpolo, comuni intermedi e comuni turistici, sono estremamente articolati (lunghezza fronte stradale, numero minimo di esercizi, numerosità residenti, ecc.) per quanto attiene la definizione della dimensione massima di tali potenziali insediamenti commerciali. Ciò non ha impedito in realtà la formazione di conurbazioni commerciali di grandi dimensioni, come nel caso di Serravalle Scrivia, ove attorno ad un iniziale Factory Outlet Centre di forte attrazione è stato consentito il trasferimento di un ipermercato ed il sorgere di altre medie e grandi strutture di vendita, con la formazione di un parco commerciale di ampia gravitazione interregionale che crea forti impatti sul piano del traffico. In effetti soltanto nel 2006 si è provveduto ad integrare gli Indirizzi programmatici iniziali con norme più rigorose nel campo della valutazione dell’impatto viabilistico e dell’impatto sull’ambiente in generale. In particolare è stato previsto (vedi punto 8) la redazione di uno studio sul sistema del traffico veicolare attuale e potenziale, previa concertazione della Provincia e dei Comuni limitrofi. In questo modo, seppure in modo parziale, è stato prefigurato un ruolo della Provincia in un rapporto gerarchico di programmazione che intercorre fin dall’inizio soltanto tra la Regione ed i singoli Comuni, senza alcun riferimento alla pianificazione territoriale di area vasta che le Province sono pur chiamate a svolgere con la redazione dei Piani Territoriali di Coordinamento Provinciali. A seguito degli interventi legislativi di liberalizzazione e di semplificazione delle procedure amministrative (decreto-legge 13.10.2011, n. 138, convertito con modifiche con legge 14.09.2011, n. 148, del decreto-legge 6.12.2011, n. 201, convertito con modifiche dalla legge 22.12.2011, n. 214, del decreto-legge 24.01.2012, n.1, convertito con modifiche dalla legge 24.03.2012, n. 27 ed infine del decreto-legge 9.02.2012, n. 5, convertito con modifiche dalla legge 4.04.2012, n. 35, anche la Regione Piemonte ha dovuto apportare alcuni adeguamenti alla propria programmazione commerciale. In realtà si è trattato in gran parte di modifiche formali e non sostanziali in quanto si è ritenuto che se questi interventi legislativi “enunciano in modo ricorrente il principio di massima tutela della libertà di impresa e di iniziativa economica privata…consentono parallelamente la possibilità di porre vincoli all’apertura indiscriminata, limitatamente ai casi in cui ciò sia richiesto da motivi imperativi di interesse generale e nel rigoroso rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e non discriminazione” (come si legge nella premessa della D.C.R. 20.11.2012, n. 191-43016). Si è così colta l’occasione per introdurre nuovi vincoli restrittivi in materia di ampliamenti dei centri commerciali, fissando ad esempio (vedi art. 15, comma 7) un limite massimo del 50% della superficie di vendita originaria autorizzata ed entro tale limite massimo si è stabilito che il rilascio di autorizzazioni per nuovi esercizi di vicinato avvenga entro il limite massimo del 10% della superficie di vendita originaria complessivamente autorizzata per la stessa tipologia di esercizi. Anche la SCIA per le medie e grandi strutture di vendita può essere esercitata entro il limite massimo di mq. 400 e comunque non oltre il limite massimo del 20% della superficie di vendita originaria. Bastano questi pochi esempi per dimostrare che, pur nell’ambito di un impianto di programmazione commerciale che si ritiene valido in quanto fondato sostanzialmente su presupposti di carattere urbanistico, si possono introdurre regole che limitano considerevolmente la possibilità di rinnovare ed adeguare alle mutate condizioni di mercato insediamenti commerciali già operanti sul territorio. (o.z.)(Vedi testo coordinato dei provvedimenti in Monitor/Area giuridica/Normativa regionale/Regione Piemonte/Commercio al dettaglio in sede fissa)