E’ noto che il decreto liberalizzazioni, varato dal Governo Monti con D.L. 24.1.2012, n. 1, ha subito in Parlamento, in particolare in sede di Commissione Industria del Senato, molte modifiche ed integrazioni. Può essere pertanto interessante esaminare quali sono le modifiche intervenute su alcuni articoli riguardanti le attività commerciali. Esamineremo in questa sede quelli apportati all’art.1 e all’art. 4 del decreto medesimo. L’art. 1 del D.L. n. 1/2012 per la verità non ha subito molte modifiche in sede di conversione in legge. Evidentemente il Governo Monti ha considerato questo articolo una sorta di articolo-bandiera per “la liberalizzazione delle attività economiche” e non ha consentito che fossero apportate variazioni ai principi informatori del decreto. Ci si è limitati ad uniformare alla data unica del 30 settembre 2012 la scadenza di due adempimenti previsti rispettivamente a carico di Comuni, Province, Regioni e Stato ai sensi dell’art. 3 comma 1 del D.L. 13.8.2011, n. 138 ( precedentemente la scadenza era al 16.09.2012) e a carico delle Regioni e degli Enti locali ai sensi dell’art.31 del D.L. 6.12.2011, n. 201 (convertito in legge 22.12.2012, n. 214). Preso atto dell’unificazione della data di scadenza per questi adempimenti resta però il problema che i contenuti di questi adempimenti sono diversi. Il D.L. 13.8.2011, n. 138, varato dal Governo Berlusconi, prevede che Comuni, Province, Regioni e Stato adeguino “i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge…”. I casi di deroga sono comunque molto ampi, in quanto vengono indicate quali motivazioni per il mancato adeguamento: a) vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali; b) contrasto con i principi fondamentali della Costituzione; c) danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l’utilità sociale; d) disposizioni indispensabili per la protezione della salute umana, la conservazione delle specie animali e vegetali, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale; e) disposizioni relative alle attività di raccolta di giochi pubblici ovvero che comunque comportano effetti sulla finanza pubblica. Anche il D.L. 6.12.2011, n. 201 (il cosiddetto “Cresci Italia”, varato dal Governo Monti) afferma che “Secondo la disciplina dell’Unione Europea e nazionale in materia di concorrenza, libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, costituisce principio generale dell’ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura”, ma elenca tra questi vincoli una gamma molto più ridotta, in quanto deve trattarsi esclusivamente di vincoli “connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ivi incluso l’ambiente urbano, e dei beni culturali”. Il D.L. 24.1.2012, n. 1 ( convertito con legge 24.3.2012, n. 27), che si è preoccupato di uniformare la data di scadenza per il recepimento di questi Indirizzi di liberalizzazione, in particolare da parte delle Regioni nelle normative inerenti la programmazione commerciale, si è ben guardato dall’uniformare i contenuti degli Indirizzi medesimi ( sia all’atto dell’emanazione del decreto, sia in sede di esame parlamentare, in particolare al Senato, in sede di Commissione Industria). Anzi ha fatto di più, introducendo una nuova casistica dei vincoli ostativi all’adeguamento delle normative regionali, precisando (vedi art. 1, comma 2) che “l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità per tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica”. Evidentemente l’esigenza da parte del Governo di mantenere integro il proprio “articolo bandiera” della filosofia delle liberalizzazioni di stampo neo-liberista ed il mancato raccordo con la Conferenza dei Presidenti delle Regioni, per una riflessione più approfondita su tali problematiche, pongono ora le Regioni di fronte all’esigenza di adeguamenti delle loro normative sulla programmazione commerciale, entro il prossimo 30 settembre, con un quadro di riferimento legislativo statale estremamente frammentario, frutto di un mancato coordinamento tra i vari Ministeri interessati alla materia (in particolare quelli della Semplificazione amministrativa e dello Sviluppo economico). Di fronte ad un quadro normativo così frammentato, in cui manca peraltro il riferimento all’assetto del territorio, che costituisce il fondamento della pianificazione territoriale ed urbanistica operata da Regioni, Province e Comuni, è auspicabile che si ritrovino nelle prossime settimane forme di coordinamento operativo in sede di Conferenza Stato-Regioni per un approfondimento di queste problematiche. Un cambiamento radicale ha invece subito, in sede di Commissione Industria del Senato, l’art. 4 del D.L. 24.1.2012, n. 1, che nella versione originaria affidava alla Presidenza del Consiglio il compito di monitorare la normativa regionale e locale, individuando, anche su segnalazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, le disposizioni contrastanti con la tutela o la promozione della concorrenza, con il potere di assegnare all’ente interessato un congruo termine per rimuovere i limiti alla concorrenza e, decorso tale termine, l’affidamento al Consiglio dei Ministri dell’esercizio di poteri sostitutivi ai sensi dell’art. 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131. Giustamente in questo campo Stefano Rodotà in un articolo su “La Repubblica” del 22 gennaio 2012, aveva rilevato che “Si pretende di imporre i criteri da seguire nell’interpretazione di tutte le norme in materia: ma le leggi si interpretano per quello che sono, per il modo in cui si collocano in un complesso sistema giuridico, che non può essere destabilizzato da mosse autoritarie, dall’inammissibile pretesa di un governo di obbligare gli interpreti a conformarsi alle sue valutazioni o preferenze. In anni recenti, si è dovuto respingere più di una volta questa pretesa, che altera gli equilibri tra i poteri dello Stato”. In sede di Commissione Industria del Senato il Pd, con un emendamento a firma del senatore La Torre e altri, aveva proposto la soppressione dell’articolo 4 del D.L. n.1/2012. Alla fine si è trovata una mediazione con una nuova formulazione dell’articolo 4 che prevede che la Presidenza del Consiglio si limiti a raccogliere le segnalazioni delle autorità indipendenti aventi ad oggetto restrizioni alla concorrenza e impedimenti al corretto funzionamento dei mercati “al fine di predisporre le opportune iniziative di coordinamento amministrativo dell’azione dei Ministeri e normative in attuazione degli articoli 41, 117, 120 e 127 della Costituzione”. Si tratta di una soluzione che va apprezzata poiché non altera gli equilibri tra i poteri dello Stato, in quanto non si creano nuovi sedi di controllo sul piano amministrativo sull’operato delle Regioni, ma sia il Governo che le Regioni , su un piano di parità, possono sempre fare valere le loro ragioni di legittimità di fronte alla Corte costituzionale . (Onorio Zappi)