La Regione Piemonte ha emanato in materia di orari delle attività commerciali un’ampia e dettagliata circolare (n. 2 del 7.03.2012). In essa si afferma che “Posto che la Regione Piemonte ha proposto ricorso alla Corte costituzionale “per la dichiarazione di illegittimità costituzionale, previa sospensione, dell’art. 31 del D.L. 201/2011 per violazione dell’art. 117, IV comma, della Cost., anche in relazione al primo e al secondo comma lett. . e) anche sotto il profilo di violazione del principio di leale collaborazione.”, in attesa della pronuncia del giudice costituzionale, occorre distinguere fra: 1. esercizi commerciali 2. esercizi di somministrazione di alimenti e bevande”. A questo proposito si precisa che “1. La materia degli orari delle attività commerciali era regolata dalle disposizioni del Titolo IV del d.lgs. 114/1998 -artt. 11, 12 e 13- e dagli articoli 8 e 9 della legge regionale 28/1999. In attuazione delle predette norme, la DCR n. 412-5585 del 16 febbraio 2005 stabiliva, dal canto suo, i criteri per l’individuazione delle località turistiche nelle quali, con esclusivo riferimento ad esse, era consentito, ai sensi del citato art. 12 del d.lgs. 114/1998, un regime differenziato di apertura al pubblico. Per effetto delle intervenute modifiche, che hanno implicitamente abrogato le norme del titolo IV del d.lgs. 114/1998, le richiamate disposizioni regionali sono da ritenersi superate, in quanto incompatibili con il nuovo assetto normativo e pertanto inapplicabili. 2. Gli orari delle attività di somministrazione sono invece regolati dall’art. 17 della legge regionale 38/2006 “Disciplina dell’esercizio dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande”, che, già prevedendo un regime di accentuato allentamento dei vincoli all’apertura delle attività, non si pone, salvo che per marginali dettagli, in contrasto con le sopravvenute norme statali. Si richiama, del citato articolo 17, la possibilità per l’esercente di determinare liberamente il proprio orario di esercizio, nel rispetto dei limiti che gli enti locali possono stabilire esclusivamente per ragioni di salvaguardia dell’interesse pubblico, con particolare riferimento alla sicurezza pubblica. Ciò premesso, occorre evidenziare che gli interventi normativi succedutisi negli ultimi anni nella materia della concorrenza e della conseguente liberalizzazione delle attività economiche, a partire dalla direttiva servizi 2006/123/CE, meglio nota come direttiva Bolkestein e dal d.lgs. 59/2010, fino, da ultimo, ai DD.LL.: 138/2011, 201/2011, 1/2012, se da un lato enunciano a chiare lettere ed in modo ricorrente il principio di massima tutela della libertà di impresa e di iniziativa economica privata, e quindi, la massima libertà di attivazione e di esercizio delle attività economiche, ivi compresi gli esercizi commerciali, gli stessi consentono, parallelamente, la possibilità di porre vincoli all’apertura indiscriminata, limitatamente ai casi in cui ciò sia richiesto da motivi imperativi di interesse generale e nel rigoroso rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e non discriminazione. La stessa Costituzione della Repubblica nel sancire, all’art. 41, la libertà di iniziativa economica privata, prevede peraltro che la stessa non possa svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. L’accennato quadro normativo, pur nel silenzio dell’art. 31, c. 1 del d.l. 201/2011 (riferito specificatamente agli orari), che si limita a rimuovere i vincoli preesistenti, senza nulla aggiungere circa la possibilità di indicare limitazioni di sorta, porta a ritenere che, anzitutto per ragioni di coerenza logico sistematica, oltre che per evidenti considerazioni fattuali, che le mitigazioni al principio di libertà di esercizio dell’attività commerciale, non possano non essere riferibili anche agli aspetti relativi agli orari di esercizio delle medesime attività. Ciò vale, in particolare, per i limiti enunciati al comma 2 dello stesso articolo 31 per il quale il principio cardine è “la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio” senza limiti eccetto quelli connessi a: • tutela della salute • tutela dei lavoratori • tutela dell’ambiente ivi incluso l’ambiente urbano • tutela dei beni culturali Oltre alle predette possibili limitazioni, altre recenti disposizioni richiamano le stesse ed ulteriori esigenze imperative di interesse generale. Si evidenziano, in particolare: • il comma 2 dell’art. 34 dello stesso D. L. 201/2011 – e nello stesso senso anche il comma 4- per il quale “La disciplina delle attività economiche è improntata al principio di libertà di accesso, di organizzazione e di svolgimento fatte salve le esigenze imperative di interesse generale costituzionalmente rilevanti e compatibili con l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità”; • l’art. 1, c. 1 lett a) del d. l. 1/2012 per il quale “sono vietati i vincoli per l’avvio di un’attività economica non giustificati da un interesse generale : • costituzionalmente rilevante • compatibile con l’ordinamento comunitario • nel rispetto del principio di proporzionalità • il c. 2 dello stesso articolo per il quale “le disposizioni recanti vincoli all’accesso e all’esercizio delle attività economiche sono interpretate in senso tassativo, restrittivo e proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale”, alla stregua dei principi costituzionali di libera iniziativa economica, di piena concorrenza e pari opportunità fra i soggetti presenti e futuri. Sono ammessi solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni a: • salute • sicurezza • libertà • dignità umana • contrasto con l’utilità sociale • contrasto con l’ordine pubblico • contrasto con il sistema tributario • contrasto con gli obblighi comunitari • contrasto con gli obblighi internazionali “ A fronte del quadro di riferimento sommariamente descritto è pertanto da ritenere consentito ai comuni di introdurre limitazioni all’apertura delle attività commerciali, a condizione che la limitazione sia assunta solo se conforme ai principi di necessità, proporzionalità, e non discriminazione, e solo a fronte di un motivo imperativo di interesse generale ascrivibile alla salvaguardia, in particolare: • della salute • dei lavoratori • dell’ambiente ivi incluso l’ambiente urbano • dei beni culturali • della sicurezza Stante quanto sopra e richiamati i principi delle norme costituzionali, comunitarie e nazionali vigenti, le limitazioni che i comuni potranno assumere, dovranno opportunamente essere individuate con specifico riferimento alle peculiarità di singole porzioni di territorio, per ambiti e tempi definiti. A tal fine è da ritenere opportuno che i comuni provvedano ad una preliminare azione di monitoraggio delle realtà territoriali e di confronto con le parti economico sociali coinvolte, oltre che, per ambiti di criticità di livello ultracomunale, con gli altri comuni interessati. Solo dopo un’attenta analisi delle singole realtà locali, le eventuali misure di compressione della libertà di orario degli esercizi potranno rispondere ai principi di necessità, proporzionalità e non discriminazione, in relazione agli interessi pubblici “forti” da tutelare. Sono in particolare fatti salvi gli speciali poteri delle autorità locali in materia di sicurezza urbana, che possono esplicitarsi, in caso ricorrano i presupposti, anche nell’adozione di provvedimenti limitativi dell’orario di esercizio delle attività commerciali, artigianali e di somministrazione, così come espressamente previsto da alcune norme speciali, quali: – l’art. 9 del TULPS (R.D. 18/06/1931, n. 773), che consente di imporre speciali prescrizioni e limitazioni alle attività soggette ad autorizzazioni di polizia amministrativa locale, quali gli esercizi di somministrazione alimenti e bevande in relazione all’art. 152 del Reg. TULPS (R.D. 06/05/1940, n. 635); – l’art. 54, comma 4, D.Lgs. 18/08/2000, n. 267 recante il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, ove si dispone che il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato e previa comunicazione al prefetto, provvedimenti contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana; – l’art. 9 della legge 26/10/1995 n. 447, recante la legge quadro sull’inquinamento acustico, ove si stabilisce che – qualora sia richiesto da eccezionali ed urgenti necessità di tutela della salute pubblica o dell’ambiente – il sindaco, con provvedimento motivato, può ordinare il ricorso temporaneo a speciali forme di contenimento o di abbattimento delle emissioni sonore, inclusa l’inibitoria parziale o totale di determinate attività. Sono fatte salve le norme di tutela civilistica rispetto alle immissioni di rumori che non debbono superare la normale tollerabilità (art. 844 c.c.) e quelle di rilievo penale (art. 659 c.p.) a tutela del riposo e delle occupazioni delle persone”. (Il testo completo della Circolare é consultabile in Monitor/Normativa regionale/Piemonte/Orari)