Mai il rapporto Coop “Consumi & Distribuzione”, che puntuale riunisce i giornalisti italiani a Milano, ha descritto una situazione economica e distributiva italiana così negativa come quella presentata il 6 settembre scorso. Il 2012 è per le famiglie italiane l’anno peggiore dal dopoguerra. Il reddito disponibile pro capite, che nel 2007 corrispondeva al 91% di quello tedesco, nel 2011 era sceso all’84%. Diminuisce anche il risparmio delle famiglie, tradizionale vanto nazionale, che cade dal 14% del reddito disponibile al 12%, costringendo il 25% di esse a indebitarsi e il 63% a dichiarare di essere in difficoltà economica. Solo una famiglia su 6 riesce a risparmiare. Come se non bastasse, la forbice fra i detentori della ricchezza del paese continua ad allargarsi: il 46% dei cittadini ne detiene il 46% del totale, mentre il 30% vive con l’1%. Con le conseguenze sui consumi facilmente immaginabili. Questi ultimi, che nel 2010 avevano segnato una piccola ripresa, nel 2012 sono discesi del 3%, contro il +4% e +3% della Germania e della Francia rispettivamente. Le retribuzioni in termini reali quest’anno sono diminuite del 2% nei confronti dell’anno scorso. Per non parlare dell’occupazione, calata nel Mezzogiorno del 2,2% sul 2007 e la disoccupazione giovanile passata dal 20,2% al 28,6%. Si può ben dire che dal dopoguerra il 2012 è l’anno più difficile per le famiglie. Purtroppo ”su uno scenario negativo che interessa tutta l’Europa – afferma Coop – si colgono per l’Italia, ma non solo, avvisaglie di un’ulteriore tempesta in arrivo per il 2013 con un’inflazione in crescita che potrebbe raggiungere i livelli del 2007/8. Già registriamo rincari del listini che sfiorano il 5%, un dato che si aggiunge alla perdita di acquisto degli italiani”. La stretta fiscale e la recessione faranno diminuire il loro reddito disponibile fino al 2014. Già oggi il 70% di loro dichiara, infatti, di non poter affrontare una spesa imprevista di 1.000 euro (alto rischio: 31%) e solo il 15% pensa che la recessione finirà nei prossimi 12 mesi. In questo clima di alta sfiducia (l’indice di fiducia è passato dal 92% del 2006 al 41% odierno), gli italiani stanno modificando le scelte d’acquisto: diminuiscono le spese per l’abbigliamento e l’intrattenimento fuori casa (25% di viaggi per vacanze in meno dal 2007 al 2011), si tende a risparmiare sulla spesa di tutti i giorni e sulla benzina (-10%, quest’ultima, nell’ultimo anno), mentre si ha difficoltà a risparmiare su spese per gas e elettricità. Dal 2007 il consumo di beni è calato del 10%, e in essi i durevoli (auto, elettrodomestici, arredamento ecc.) hanno presentato una restrizione del 20% (occupano oggi solo l’8% del budget familiare). Se nel 2011 la spesa media delle famiglie è cresciuta dell’1,4% (da 2.458 a 2.488 euro), l’inflazione ha presentato un aumento del 2,8%. Una lotta inutile. L’84% degli italiani nellìultimo anno ha cambiato i suoi comportamenti di acquisto. Meno cinema e discoteche, più ascolti televisivi (+12% dal 2008), meno pasti fuori casa (-1,4% nel 1° trimestre 2012), ma più affidamento alla fortuna (+30% del 2011 sull’anno precedente). In questa situazione l’incidenza dell’alimentare sui consumi totali diminuisce ancora: dal 14,7% del 2006 al 14,2% nel 2011, ma in Europa il nostro rimane ancora il paese con la spesa alimentare pro capite più elevata: 2.300 euro annui. Nel paniere della spesa si tenta di assecondare i propri bisogni alimentari e di far quadrare il budget domestico. Crescono quindi i prodotti confezionati (+2,5% dal 2008), si accentua l’attenzione allo spreco (-5,9% per la cura casa), vi è maggior focalizzazione sui prodotti con più contenuto di servizio (le conserve e i surgelati, per esempio), maggior consumo di prima colazione in casa, ritorno alle preparazioni domestiche, minor consumo di prodotti freschi più costosi (-3,1%, soprattutto carne rossa e pesce) e crescita di prodotti di consumo più veloce (salumi e formaggi). Grandi occasioni di risparmio sono il minor spreco alimentare e i tagli al superfluo oppure il ricorso ai formati di vendita a minore contenuto di servizio (discount, per esempio) e la maggior attenzione ai prodotti in promozione (27,2% delle vendite nel 2012 e che, fra l’altro, non servono più alla Gdo ad aumentare le vendite) o alle marche private (arrivate ora al 21,1%) e ai primi prezzi. Comunque sia, “il futuro – afferma ancora Coop – non sarà uguale allo scenario pre-crisi, perché i cambiamenti nelle abitudini di acquisto sembrano ormai parte di un’evoluzione culturale di lungo periodo e non sono più una reazione immediata alle difficoltà economiche delle famiglie”. Come dimostra, infatti, il +40% dal 2007 delle vendite dei prodotti etnici.