C’è una storia infinita che si protrae da oltre dieci anni fra Coop ed Esselunga, o meglio fra quest’ultima e le maggiori cooperative di consumatori della Lega. Forse la più lunga che la storia del commercio moderno italiano ricordi. Una delle tappe è la delibera del 28 giugno scorso con cui l’Antitrust (tecnicamente: Autorità garante della concorrenza e del mercato) per cui Coop Estense di Modena è stata condannata a pagare una sanzione di 4.664.896 euro per abuso della sua posizione di dominante nella provinca di Modena (66,3% negli iper e 47% nei super), ostacolando, o quanto meno ritardando fortemente, l’ingresso o l’espansione di Esselunga nella medesima provincia. Secondo l’Antitrust Coop Estense “ha messo in atto una strategia unitaria, continuata e ripetuta dal 2001 al 2009, frapponendosi, in maniera sistematica, ai tentativi del concorrente di avviare nuovi punti di vendita alimentari in aree potenzialmente idonee a insediamenti commerciali, in particolare nei comuni di Modena prima e di Vignola poi, anche intervenendo strumentalmente negli iter amministrativi in corso avviati da Esselunga per ottenere le necessarie autorizzazioni”. Ciò è aggravato dal fatto che questa strategia anticoncorrenziale è inserita in un mercato caratterizzato da scarsa disponibilità di aree idonee ad insediamenti commerciali e da “significative barriere all’ingresso di natura amministrativa”. Quest’ultima espressione si riferisce a “un’unica strategia escludente continuata nel tempo e articolata in comportamenti tesi a ostacolare, o quanto meno fortemente ritardare, l’uso a fini commerciali di aree già nella disponbilità del concorrente, anche intervenendo in procedure amministrativa in fase avanzata per il rilascio delle relative autorizzazioni”. In concreto qui ci si riferisce all’uso del diritto di veto (una vera e propria “barriera d’ingresso”) da parte di Coop Estense, proprietaria dell’area modenese dell’ex Consorzio agrario in cui Esselunga voleva realizzare un supermercato, nonostante possedesse il 18% della proprietà e Caprotti il 72% (il restante 10% è del Comune). Insomma si è trattato di “una pratica estranea alla concorrenza basata sui meriti”. Come se non bastasse, “per effetto di tali comportamenti Coop Estense ha mantenuto, ed anche rafforzato, la propria posizione dominante nei mercati rilevanti, con quote crescenti nel tempo, determinando un danno ai consumatori in termini di maggiori prezzi e/o di minore scelta”. Coop Estense dovrà, inoltre, “sbloccare la situazione di stallo che si è creata e dovrà farsi promotrice di iniziative che, entro sei mesi, consentano l’avvio di attività commerciali da parte del concorrente”. Coop Estense, naturalmente, non ci sta e annuncia ricorso alla giustizia italiana (Tar) ed europea (Corte di giustizia europea), in quanto, secondo lei, si viene a “negare il diritto di un operatore ad ammodernare la propria rete (il riferimento è al super di Vignola: ndr) solo perché in una determinata zona essa detiene una quota di mercato rilevante, criterio che nessuna norma di legge stabilisce. Non ha alcun fondamento logico né giuridico”. In altre parole, come può considerarsi abusivo secondo Coop Estense un comportamento dell’operatore dominante a tutelare i propri legittimi interessi, cioè a svilupparsi e a salvaguardare la sua posizione di mercato? Non solo, ma “in ciascuno dei due episodi contestati Coop Estense ha sempicemente perseguito, nel modo più trasparente e pubblico, un proprio obiettivo imprenditoriale volto a rendere più efficienti i propri negozi”. In effetti secondo Coop Estense le domande sulla decisione dell’Antitrust sono incominciate a sorgere numerose e di non poco conto. Eccone alcune. Se le azioni usate per contrapporsi alla concorrenza sono legali, perché devono essere sanzionate? Se l’aumento dell’incidenza nel mercato avviene per buona gestione interna, sanzionarlo non è stoppare la libera imprenditorialità? La minore scelta da parte di consumatori a che punto preciso può scattare: solo dal munero dei pdv per 1.000 abitanti o delle catene presenti, oppure anche dalla superficie di vendita, dall’assortimento, dalla risposta concreta alle domande dei consumatori di un determinato luogo, dal servizio offerto in generale, ecc.? La decisione é lasciata al libero arbitrio dell’Authority o anch’essa è sottoposta a criteri formali? Quali sono questi criteri? Se un diritto di proprietà sull’area esiste perché lecitamente acquistato, per quale motivo non dovrebbe essere usato per difendere la propria impresa o, almeno, quali sono le sue limitazioni formali? Perché si dovrebbe eliminare la ”costante asimmetria” con i propri concorrenti e fino a che punto è legale? La “concorrenza basata sui meriti” non è anche quella di saperla conservare usando tutti i mezzi legali? Crescere nel tempo è, per se stesso, una colpa? Nel caso dell’ Antitrust , ora finalmente le Authority hanno anche la facoltà di sanzionare e non solo di notificare. Era ora. Ma anche di disporre un atteggiamento ben specifico che tolga l’impedimento alla libera concorrenza, non solo fra i concorrenti diretti (si parla di “processo di collaborazione”), ma anche nei rapporti con le pubbliche amministrazioni? E perfino di fissarne i tempi per l’accordo fra le parti e informando l’Antitrust delle “attività in tal senso svolte”? Come si vede le questioni sollevate da questa delibera secondo Coop Estense non sono poche e di piccola rilevanza. A proposito di questa deliberazione, occorre infine ricordare che l’Antitrust ha ritenuto che non vi fossero sufficienti evidenze per accertare l’abuso di posizione dominante da parte invece di Unicoop Tirreno nell’ostacolare Esselunga nell’aprire un pdv nella provincia di Livorno. (I.M.)