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· Il Brasini da non dimenticare (02/09/2010)  

Fra pochi giorni ricorre l’anniversario trimestrale della morte di Vitaliano Brasini, amministratore delegato di Commercianti indipendenti associati (Cia), il gruppo cooperativo Conad di Forlì

Fra pochi giorni ricorre l’anniversario trimestrale della morte di Vitaliano Brasini, amministratore delegato di Commercianti indipendenti associati (Cia), il gruppo cooperativo Conad di Forlì, presente in Romagna, Marche, Veneto, Friuli e Lombardia. E’ morto settantenne (era nato il 12/2/1940), il 6 giugno scorso, all’Istituto oncologico di Meldola (Fc), lasciando la moglie e due figli. Ci teniamo a ricordarlo perché Vitaliano è stato un “manager” di valore eccezionale della cooperazione fra dettaglianti, per la quale ha lavorato dalla primavera del 1969, quando entrò nella cooperativa Cafe di Forlì, al giorno della sua morte, un vero esempio di leader nella distribuzione associata. “Manager cooperativo” è la parola appropriata, perché Brasini riuscì a unire strettamente i due concetti. Questo, Vitaliano lo fu sempre, ma soprattutto negli anni in cui la cooperazione fra dettaglianti nasceva con facilità, ma anche con altrettanta velocità si sfarinava nel cambiamento del mercato e di fronte alla concorrenza della grande distribuzione. Ma questi anni duri, soprattutto nei decenni ’80 e ’90, non trovarono il gruppo forlivese impreparato, ma già mutato e più coeso, a seguito di una continua e impegnativa riorganizzazione. E fu la salvezza delle sue imprese associate.
Non era molto facile di carattere, Vitaliano; con tutti, anche con noi giornalisti, non esclusi alcuni “confratelli” dei gruppi Conad. Di fatto, però, riuscì non solo a salvare il suo gruppo, ma anche a rafforzarlo sul territorio, a dargli un’impronta imprenditoriale (non molto consona, allora, allo spirito personalistico caratterizzante il mondo cooperativo) e, infine, a innescarne lo sviluppo. Oggi Cia è piazzata al 6° posto della classifica delle imprese alimentari associate italiane, con 802,5 mio di euro di valore della produzione (dati 2008), circa 710 mio di vendite ai soci, 410,9 mio di patrimonio netto e 1.060 mio di vendite della rete. C’è ancora chi si ricorda come, agli inizi degli anni ’70, Brasini fece venire uno shock al consiglio di amministrazione Conad presentandosi, un giorno, con in mano un foglietto di pochi centimetri quadrati dove aveva appuntato il programma di sviluppo del suo gruppo. Questo non era mai successo in Conad, dove ancora si navigava a vista e si gestivano i gruppi al giorno per giorno in funzione degli acquisti. Con questa sua “managerialità cooperativa” Brasini spinse Cafe alla concentrazione con le cooperative viciniori: confluenza di Cope di Forlì in Cafe nel 1971, fusione con Alcoop di Cesena dando origine a Mercurio Romagnolo nel 1975, confluenza di Copea di Cattolica nel 1983, confluenza di Ccrem di Rimini nel 1985, cambio di ragione sociale in Conad Romagna nel 1987, confluenza di Copfer di Ravenna nel 1991, fusione con Conad di Fano (An) dando vita a Conad Romagna Marche nel 1995, fusione con Conad Friul-Veneto nel 2002, confluenza di Cofra di Faenza nel 2003 e cambio di ragione sociale in Commercianti indipendenti associati (Cia) nel 2006.
Mercurio Romagnolo, sotto la sua guida, partecipò, come gli altri gruppi Conad, alla creazione di un regolamento per i propri associati, che calibrava i prezzi dei servizi ai costi effettivi imputabili a ciascuno, ponendo così fine al principio poco imprenditoriale di un certo egualitarismo cooperativo, ma nello stesso tempo innescando nei soci il volano della professionalità e dell’imprenditorialità. Questa scelta selezionò sì la base sociale, ma le diede gli strumenti per un nuovo rilancio. Non per questo, però, Brasini abbandonò a se stessi i piccoli associati. Anzi, mentre negli anni ’80 il mondo Conad cercò di ammodernare la rete con strutture di libero servizio (superette e supermercati), facendo in modo che molti imprenditori consegnassero la loro licenza per aprire, in forma cooperativa, unità di vendita più consone al mercato (le cosiddette “muv”, un modello che presto si esaurì), Brasini capì come questo stesso mercato richiedeva ancora il pdv tradizionale. E partì, per primo in Conad, a elaborare e sperimentare per essi un modello più adeguato.
Non bisogna dimenticare, poi, che Vitaliano fu anche uno dei protagonisti dell’evoluzione di Conad verso un’organizzazione di catena, non certo nella natura e nello spirito, ma nel modello operativo, che trovò poi la sua formalizzazione nell’entrata nel consiglio di amministrazione dei direttori generali dei gruppi, pur mantenendo come presidente un dettagliante. Fu questo un altro aspetto dell’imprenditorialità cooperativa.
Una caratteristica tipica di Brasini fu quella di considerare qualunque insegna operante sul suo territorio come una vera e propria concorrente, anche se appartenente anch'essa alla Lega Coop (si pensi a Coop). Aveva una sua idea della cooperazione del dettaglio: lui passava prima di tutto dai negozianti per poi riversarne i vantaggi sui consumatori. E questo territorio lo difese con i denti e con la sua passione di schietto romagnolo, sempre facendo leva sulla sua conoscenza fino nei più piccoli paesini e dei suoi consumatori. Segno di come amasse questo suo territorio sono le azioni che intraprese per la difesa del suo ambiente: grande fu quella del 2006, con cui coprì il magazzino di Forlì con un impianto fotovoltaico di 1.100 mq. Ma quando Brasini si accorse che il territorio del suo gruppo gli era diventato troppo stretto e che solo un suo ulteriore ampliamento gli avrebbe assicurato il futuro, tentò varie soluzioni (si pensi solo al presidio Conad in Puglia, dopo l’esperienza fallimentare di Cedi Puglia), non esitando a scontrarsi perfino con gruppi Conad, finché non gli fu ampliato il territorio di competenza con le non facili province di Como e Sondrio. Importante poi, per un imprenditore della distribuzione come Brasini, il fatto di rimanere sempre fedele, anzi abbarbicato, al Dna Conad, per cui il cuore del suo know how e la leva del successo risiedono nella distribuzione alimentare di vicinanza, lasciando a chi ha maggiore esperienza (a E.Leclerc, nella fattispecie) la gestione dei pur indispensabili iper (convincimento comune negli anni ’90), dove è il non-food a giocare la funzione di attrazione. Infine Vitaliano, profondamente convinto dell’importanza del ruolo sociale dell’impresa (come dimostrano le numerose e grandi iniziative di solidarietà e di socialità che con lui il gruppo realizzò), seppe creare e rafforzare, almeno in Romagna, un’immagine di Cia come impresa dettagliante leader e cooperativa, vicina ai suoi clienti-consumatori e profondamente radicata nelle situazioni e nei bisogni della loro vita quotidiana. (Italo Mora)


· Criticità per due poli commerciali in Emilia Romagna (26/08/2010)  

Le aree interessate da queste criticità sono l'area di Parma e quella romagnola di Faenza-Imola...

Dall’analisi condotta da Grazia Brunetta e Corinna Morandi sulle polarità commerciali in tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna) – vedi volume “Polarità commerciali e trasformazioni territoriali – Un approccio interregionale- Alinea editrice, 2009 – presente nella nostra sezione Bookstore) era emerso che mentre in Lombardia si evidenziava una forte concentrazione di poli commerciali ai margini dell’area metropolitana milanese e sull’asse Bergamo – Brescia, in Emilia Romagna le polarità commerciali erano distribuite in modo equilibrato lungo l’asse della Via Emilia e presso i principali capoluoghi di provincia.
Ora tale assetto equilibrato rischia di essere messo in discussione da alcune iniziative immobiliari che interessano l’area di Parma e di Faenza-Imola.
Sulle iniziative che interessano l’area di Parma si soffermava anche “Mondo immobiliare” de “Il Sole 24 Ore” del 10.07.2010 con un articolo dal titolo “Alle porte di Parma in arrivo tre maxi-centri commerciali” in cui ci si chiedeva “Ci sarà mercato per tutti?”. Si tratta peraltro di iniziative di notevole impegno finanziario. Coop Sette di Reggio Emilia, insieme alla parmense Pizzarotti, hanno in cantiere due progetti di concept diverso: nell’area sud est di Parma è prevista la realizzazione di un centro commerciale classico denominato Eurosia (con un ipermercato ad insegna Ipercoop, tre medie superfici specializzate non alimentari e 36 attività commerciali e di servizio, per un totale 65.000 mq di Gla ed un investimento di 80 milioni di euro); nell’area lungo l’autostrada Milano-Bologna a poca distanza dal quartiere fieristico è previsto invece, con un investimento di 300 milioni di euro, il Parma Urban District, un parco commerciale “open air” prevalentemente dedicato ad attrezzature per il tempo libero, dotato di una superficie coperta di 150.000 mq., la cui realizzazione dovrebbe partire questo autunno e compiersi nell’arco di un triennio. Mentre il primo progetto non rappresenta altro che la realizzazione di un polo commerciale già previsto da tempo nell’area sud est di Parma verso le zone collinari, maggiori criticità presenta la realizzazione del “Parma Urban District”, in quanto a poca distanza da questo insediamento è in corso di realizzazione da parte di Parcor s.r.l. (costituita da Cesi s.c.r.l. e Boldrin S.p.A.) un “Lifestyle Village” denominato Parma Retail. Si tratta anch’esso di un parco commerciale affacciato sull’autostrada A1 (uscita Parma) dotato di 39.000 mq. di Gla, 92 negozi e 2.500 posti auto. Anche in questo caso sono previste alcune attrezzature per lo sport e il tempo libero, mentre l’area destinata a verde e a spazi pedonali è di 28.000 mq. In un sito a forma rettangolare il “concept design” ha previsto l’evidenziazione di due forme geometriche contrapposte: l’ellisse (un fabbricato lineare che racchiude uno spazio pubblico) e il cubo (un edificio a torre). L’apertura del “Parma Retail” era prevista da Stores Development, che ne cura la commercializzazione, nell’autunno 2010, ma tale evento ha subito uno slittamento nel tempo.
La seconda area interessata dal moltiplicarsi degli interventi di natura immobiliare commerciale è quella romagnola, compresa tra Faenza ed Imola. Al casello di Imola dell’Autostrada Bologna-Ancona è prevista da tempo la realizzazione di un retail park avente le caratteristiche tipologiche di un “Lifestyle Village”. Il progetto, promosso anche in questo caso da una società (Sunny s.r.l.) formata da Cesi s.c.r.l. e Boldrin S.p.A., prevede la realizzazione di un insediamento commerciale costituito da 90 attività commerciali e di servizio e da due superfici specializzate, per un totale di 35.000 mq di Gla. e 2.400 posti auto. Alle criticità intrinseche al progetto ( la dotazione di un multiplex dotato di un bacino d’utenza molto contenuto :120.000 abitanti, la scarsa dotazione di altre attrezzature per il tempo libero - pur presenti nel Parma Retail; il sito posto in seconda linea rispetto all’asse principale d’accesso ( la provinciale Selice), la creazione di una seconda rotonda su tale asse, con complicazioni sull’accessibilità al centro urbano di Imola), si è aggiunta negli ultimi tempi una forte criticità di tipo esterno. Quasi in contemporanea all’approvazione del Piano Operativo degli Insediamenti Commerciali (Poic) da parte della Provincia di Bologna con la previsione di tale insediamento commerciale ( con una dotazione di 35.000 mq di superficie di vendita), la Provincia di Ravenna inseriva nel proprio Poic , ad integrazione di una precedente previsione di 18.000 di superficie di vendita per il polo funzionale di Faenza previsto nei pressi del casello dell’Autostrada Bologna-Ancona, l’ulteriore dotazione di 20.000 mq di superficie di vendita. Con la precedente previsione si era potuto realizzare ed aprire nel 2009 da parte di IGD SIIQ S.p.A. il centro commerciale Le Maioliche ( dotato di 47 punti di vendita, una Gla di 12.000 mq e una superficie di vendita di mq. 7.690 – di cui 4.200 mq di S.V. destinati ad un Ipercoop-), con annesso un piccolo retail park dotato di tre superfici specializzate (Decathlon, Maisons du Monde, Bricofer) per un totale di 9.650 mq di Gla. Con la nuova dotazione prevista dal Poic di Ravenna è ora possibile realizzare il Lifestyle Perle di Faenza. Il progetto, promosso da Faenza Erre s.r.l., Bertozzini di Pesaro e AFI di Roma con la consulenza di Promos Brescia e la commercializzazione affidata a Promanegement, prevede la realizzazione di un villaggio commerciale dotato di 125 punti vendita, una Gla complessiva di 26.800 mq ( di cui 19.400 mq in una prima fase) e un parking di 2.400 posti auto.
Questi due progetti, del tutto simili come concept di tipologia d’insediamento commerciale e localizzati ad appena 15 km. di distanza, sono noti da tempo. I relativi disegni furono già presentati al Mapic di Cannes del 19-21 novembre 2008 e stupisce che nel frattempo non si sia intervenuti per modificarne la concezione per inserire elementi di complementarietà a questi progetti; in caso contrario sarebbe un gioco al massacro. Ambedue i progetti puntano infatti sul traffico dell’Autostrada Bologna – Ancona, ma non si comprende perché i potenziali clienti dovrebbero fare una sosta in villaggi commerciali, che presentano le stesse insegne di monomarca in franchising e gli stessi prezzi che trovano agevolmente nei loro centri città. Ambedue le location sono peraltro in diretta concorrenza con il Factory Outlet Centre di Castelguelfo (ora gestito dalla spagnola Neinver), sito al casello di Castel San Pietro Terme della stessa autostrada Bologna – Ancona, ove la differenza (che vale una eventuale sosta) è data da sconti di oltre il 30% praticati tutto l’anno e fino al 70% nei periodi dei saldi.
La caduta registratasi nei consumi delle famigli nel corso dell’ultimo biennio e l’aggravarsi delle condizioni del mercato immobiliare commerciale hanno comunque provocato i primi effetti. E’ di questi giorni la notizia che il progetto del retail park “La Fucina” rischia di saltare in quanto il socio veneto di Cesi s.c.r.l. (Boldrin S.p.A.) si sarebbe defilato dall’iniziativa, lasciando sola la Cesi s.c.r.l. Lo stesso direttore della Cesi s.c.r.l., Vanes Galanti, già nel maggio scorso aveva lamentato i lunghi tempi occorsi per ottenere i necessari permessi a costruire ( dopo la stipula del prescritto Accordo di programma è ora in corso la procedura di approvazione del piano particolareggiato dell’area interessata) ed aveva affermato che soltanto in presenza di una commercializzazione pervenuta al 50% della superficie da affittare l’investimento avrebbe potuto proseguire.
Nel frattempo a Faenza è previsto entro fine anno l’approvazione del piano particolareggiato e per il 2011 l’inizio dei lavori.
La vicenda in corso in queste due aree dell’Emilia Romagna non può non suscitare qualche perplessità sul persistere di formule di retail park spurie che tradiscono le motivazioni di fondo che le hanno originate. I parchi commerciali sono nati infatti come aggregazione di medie e grandi strutture di vendita specializzate da collocare a lato di grandi centri commerciali per accrescerne l’attrattività con costi di insediamento e gestione inferiori di quelli che si riscontrano all’interno dei centri commerciali. Essi possono essere anche isolati (stand alone), ma devono avere dimensioni tali o essere tematizzati ( tempo libero , salute, ecc,) in modo da proporsi come forti attrattori. Nel caso dei “Lifestyle village” siamo invece di fronte, per la larga presenza in essi di negozi monomarca di piccole dimensioni, a formule spurie, che si pongono in aperto antagonismo coi luoghi del commercio dei centri città. Nel momento in cui si assiste ad un ritorno della distribuzione specializzata in beni per la persona proprio verso i centri città ed i contenitori dismessi di prima periferia, la formula del “Lifestyle village” è completamente da ripensare e forse anche da dismettere. (Onorio Zappi)


· Kesa Electricals fa leva su Darty (30/08/2010)  

La catena inglese di elettrodomestici Kesa Electricals non sta passando un buon momento: il suo conto economico segna un arretramento dell’1,5% del giro d’affari delle superfici di vendita confrontabili

La catena inglese di elettrodomestici Kesa Electricals non sta passando un buon momento (ma chi lo passa in momento di crisi dei consumi?): il suo conto economico chiuso nell’aprile scorso segna un arretramento dell’1,5% del giro d’affari delle superfici di vendita confrontabili, anche se il fatturato è aumentato del 3,4% a 6,2 mld di euro. Una bella spinta alla positività è venuta dall’aumento del 23% delle vendite su internet. Buon successo, invece, ha presentato l’insegna Darty, mentre male si è mostrata Comet, numero due del mercato inglese con 248 pdv. Quest’ultima sta subendo pesantemente la concorrenza di prezzo di Dixons e si dovrà affrontare fra poco anche con quella dell’americana Bust Bay. Darty, invece, sembra avere un futuro più roseo: grazie al suo modello basato sulla qualità dei prodotti e su un assortimento più corto, i suoi volumi di vendita sono meno alti, ma i suoi margini maggiori. Ecco allora la decisione del management del gruppo di costruire una vera e propria rete europea attorno al concetto di Darty. Ma distinguendo nazione da nazione. In Inghilterra convertire i Comet in Darty richiederebbe oggi enormi costi di marketing. Meno problemi, invece, per la Spagna (50 pdv), la Turchia (17 pdv) e l’Italia (15 pdv), anche se qui si sente la necessità di ritoccare il mix dei prodotti e il prezzo indice. L’approccio più praticabile, invece, è quello che interessa Bcc nei Paesi bassi, Vanden Borre in Belgio e Datart nella Repubblica Ceca. Ulteriore sviluppo di Darty è previsto in Francia, dove i pdv sono già 223 e dove controlla il 12% del mercato. L’intervento non sarà solo quantitativo (2 nuovi pdv e 10 ristrutturati nel 2011, e rispettivamente 5 e 15 nell’anno seguente), ma anche e soprattutto qualitativo, seguendo il modello inglese e ampliando e qualificando l’assortimento delle cucine per contrapporsi alle politiche espansionistiche di Ikea e Fly. E per sfuggire alla pesante concorrenza nel Nord Europa e nella Francia, Kesa Electricals cercherà di svilupparsi soprattutto nel Sud Europa, nelle tre nazioni in cui è già presente con un indice inferiore al 5%. E questo rafforzando anche le vendite via internet, ovunque in continua ascesa.

· La Valtellina alle prese con i suoi prodotti tipici (09/07/2010)  

La Valtellina, terra di pochi ma prestigiosi prodotti tipici, sta sperimentando da tre anni è il multiconsorzio Valtellina che gusto che unisce i consorzi di tutela e le associazioni delle produzioni tipiche.

La Valtellina, terra di pochi ma prestigiosi prodotti tipici, sta sperimentando da tre anni il multiconsorzio Valtellina che gusto che unisce i consorzi di tutela e le associazioni delle produzioni tipiche. Questa unificazione di programmi e iniziative sotto l’egida della provincia di Sondrio ha portato finora vantaggi concreti, non fosse altro che per lo scambio del know how, il controllo dei capitolati di qualità, l’assistenza ai produttori e la tutela del consumatore. In questa piccola provincia di 180.000 abitanti, schiacciata fra il cantone svizzero dei Grigioni e le province del nord Lombardia, non sono molte le produzioni che possono essere esportate fuori della valle. Perciò sono obbligati sia la qualità sia il target di nicchia, con l’eccezione della bresaola e dei pizzoccheri. I consorzi sono sei e interessano la bresaola, i pizzoccheri, i formaggi, il vino, le mele e il miele. Il Consorzio per la tutela del nome Bresaola della Valtellina è stato costituito il 23 maggio 1998. La “Bresaola della Valtellina” ha ottenuto il riconoscimento comunitario di “indicazione geografica protetta – Igp” l’1/7/1996 e il relativo disciplinare di produzione è stato recepito nell’ordinamento italiano il 23/12/1998. La produzione di questo prodotto ottenuto dalla coscia di manzo, salata ed essiccata, è stata, nel 2009, di 11.250 tonnellate, corrispondente al 66% della produzione totale, per un valore franco stabilimento di circa 190 mio di euro. Attorno alla bresaola Igp vi lavorano circa 1.200 addetti e al consorzio sono associati 16 produttori operanti nella zona geografica protetta, in pratica quasi tutti. Il più importante di questi è Montana Alimentari di Gruppo Cremonini che ha il suo stabilimento a Postalesio. L’export rappresenta circa il 13%. Viene venduta generalmente al taglio o per il 28,4% preconfezionata in vaschette in atmosfera protettiva.
I pizzoccheri sono prodotti per il 90% da 6 unità (il 10% è prodotto fresco impiegato dalla ristorazione della valle), secondo metodi tradizionali, per un totale annuo di circa 1.600 tonnellate. Ne controlla la qualità e la tradizionalità del procoesso il Comitato per la valorizzazione dei Pizzoccheri della Valtellina.
I tre formaggi tipici, Valtellina Casera, Bitto e Valtellina Scimudin, vengono tutelati e garantiti da Ctcb-Consorzio della tutela dei formaggi Valtellina Casera e Bitto, nato il 2/10 1995 e comprendente allevatori, produttori e stagionatori. I primi due prodotti hanno ottenuto nell’anno seguente le qualifiche di Doc e Dop; per il terzo è in corso l’ottenimento della Dop. Il Casera è caratterizzato da una pasta di colore paglierino, il Bitto da una pasta dcello stesso colore ma con aggiunte di latte caprino e lo Scimudin da piccole formaggelle di pasta molle e di rapida maturazione dal colore bianco-grigio. La produzione, che ora si è stabilizzata, è passata da 52.748 forme marchiate nel 1996 a 182.976 nel 2005 per il Casera e da 5.709 a 26.130 per il Bitto.
IlConsorzio di tutela vini di Valtellina, fondato nel 1976 e rinnovato nel 1997, associa 921 viticoltori, 36 aziende vinicole e 1 cantina cooperativa. I vini valtellinesi, derivati dal vitigno Nebbiolo (il locale Chiavennasca) coltivato nel versante nord della valle su terrazzi di piccole dimensioni (i muretti a secco di sostegno contano circa 2.500 km), comprendono ben due Dodg (Valtellina Superiore e Sforzato di Valtellina), 1 Doc (Rosso di Valtellina) e 1 Igt (Terrazze retiche di Sondrio). Il Valtellina Superiore, di 12° e di un periodo minimo di affinamento di 24 mesi, ha una produzione massima di 8 tonnellate ad ettaro, comprende 5 zone di produzione: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Lo Sforzato è un passito rosso secco dal colore granata scuro. Il Rosso di Valtellina è un vino asciutto con gradazione minima di 11%. Il Terrazze retiche di Sondrio può presentarsi rosso, rosato, bianco, spumante, novello, passito e da vendemmia tardiva. Una delle cantine più pregiate per la produzione dei vini valtellinesi è Conti Sertoli Salis, facente parte dello storico palazzo Salis di Tirano.
Il Consorzio tutela mele di Valtelina, nato nel 1992, riunisce 100 aziende conferenti associate in 3 cooperative (fra cui la Cooperativa ortofrutticola di Ponte in Valtellina) e tutelano la gestione dei frutteti secondo la lotta integrata. Questi frutti comprendono la Golden delicious (mela gialla), la Red delicious (mela rossa) e la Gala (mela estiva): La produzione è di 30.000 tonnellate annue. Quest’anno le mele della Valtellina hanno ottenuto l’indicazione Igp. E infine il Consorzio Dop miele della Valtellina, che associa 320 apicoltori proprietari di 6.800 alveari. I mieli della Valtellina interessano il millefiori di montagna, il millefiori di alta montagna, il miele di rododendro, di castagno, di tiglio e di acacia. E’ stata richiesta a Mipaf l’indicazione Dop.
Il problema ora è quello della commercializzazione di questi prodotti tipici, che, per alcuni di essi, non possono fare a meno della Gdo, tenuto presente il fatto che questa comprende, oltre alla Gd (che li può trattare con linee speciali) anche pdv in franchising o associati in cooperative. E’ vero che nel rapporto con essa si rischia di veder volatilizzare i margini di guadagno. Ma oggi è d'obbligo tenerla in considerazione, dal momento che può aiutare a risolvere problemi del marketing e della scelta del target, della logistica e della valorizzazione dei prodotti. Certo, il multiconsorzio Valtellina che gusto non ha come scopo principale la commercializzazione. Eppure deve impegnarsi in prima persona a creare una struttura di vendita provinciale unica, che vada oltre la garanzie qualitative dei prodotti e il know how produttivo. (Italo Mora)


· Auchan adotta 13 aree Wwf (02/07/2010)  

I 52 iper Auchan adotteranno in Italia 13 oasi Wwf poste nel territorio del loro bacino d’utenza e predisporranno, all’interno della loro area di vendita, un corner dove sarà possibile avere informazioni sull’oasi adottata.

I 52 iper Auchan adotteranno in Italia 13 oasi Wwf poste nel territorio del loro bacino d’utenza e predisporranno, all’interno della loro area di vendita, un corner dove sarà possibile avere informazioni sull’oasi adottata e acquistare, al prezzo di 2,5 euro, borse milleusi con illustrazioni esclusive firmate da Fulco Pretesi, fondatore italiano di Wwf. Questa l’iniziativa in favore del rispetto per la natura e per l’ambiente è parte e espressione del grande impegno che l’umanità è chiamata ad assumersi con urgenza se vuole prepararsi un futuro vivibile. Ormai, nonostante che i politici delle grandi nazioni non riescano ad assumersi impegni rigorosi, si sa che tutti sono chiamati a lasciare alle generazioni future la natura almeno ricondotta alle condizioni in cui l’hanno ricevuta dalla generazione precedente. E tutti i settori economici sono chiamati a fare la loro parte, soprattutto quelli della produzione e della distribuzione alimentare, dove le conseguenze sulla vita e sulla salute sono più immediate. In realtà, almeno nel campo commerciale, tutte le grandi insegne si sono da tempo impegnate, chi in un modo chi in un altro, sia per adeguarsi alla sensibilità della loro clientela sia per farne un mezzo di caratterizzazione distintiva orizzontale sia per conquistarne la fedeltà, sempre più fragile, ma indispensabile dei loro clienti. Tutte, per esempio, hanno messo al bando, grazie al dl 296 del 27/12/2006 una legge, il lo shopper di polietilene tanto pratico, economico e felice strumento di comunicazione. Auchan, con la sua introduzione dal giugno dello scorso anno, in anticipo sull’obbligo dall’1/1/2011 (come hanno fatto anche altre catene), ha risparmiato all’ambiente 30 mio di borse per la spesa grandi e 180 mio di piccole per un totale di 1.458 tonnellate di plastica. Chi ha calcolato questi numeri afferma che la superficie di questi sacchetti è stata, in un anno, di 45.000 kmq, pari a circa due volte la superficie della Toscana.
Ma l’impegno di Auchan si attua anche nel fare in modo che i nuovi iper richiedano bassi consumi energetici (entro i 450 kwh annui al mq, contro gli attuali 825), con l’obiettivo di ricondurre entro il 2015 tutti i suoi punti di vendita alle tre classi energetiche più basse. Con l’89% degli iper riportati fino ad ora nella media B (502 kwh/mq) Auchan ha risparmiato 10,5 mio kwh, corrispondenti in moneta a circa 1,3 mio di euro. Risparmi in favore dell’ambiente sono stati ottenuti, nei 21 iper in cui si è intervenuti, anche nel gas metano (i consumi sono scesi del 33,7%), nel gasolio per riscaldamento (-10,4%) e nell’acqua potabile (-3,3%). Senza dimenticare che il 50% dell’energia acquistata negli iper proviene già da fonti rinnovabili. Introducendo, poi, in 33 iper il sistema self discount (vendita di prodotti sfusi), Auchan ha risparmiato in un anno 2 mio di confezioni, che corrispondono a 355 q di plastica, 505 q di carta e 6 q di alluminio. L’adozione delle 13 aree naturali si pone quindi in questa tendenza di grande rispetto per l’ambiente e alla sua gestione sostenibile, ampliando la cultura e la sensibilità di tutti, operatori e clienti), fino all’educazione dei bambini, che diverranno presto i diretti interessati.

· Il successo può tagliar le gambe ai foc (02/07/2010)  

I factory outlet center operanti in Europa sono 176, per 2,5 mio mq di gla. Non sono, però, disposti in modo omogeneo sul territorio, ma secondo un’asse che parte dalla Gran Bretagna e che arriva fino al Lazio.

I factory outlet center operanti in Europa sono 176, per 2,5 mio mq di gla. Non sono, però, disposti in modo omogeneo sul territorio, ma secondo un’asse che parte dalla Gran Bretagna e che arriva fino al Lazio e che ne comprende una cinquantina, per circa 585.000 mq complessivi di gla. Sono questi i calcoli espressi da Magdus, l’osservatorio europeo dei factory outlet, nell’arile scorso. Con una trentina di essi (per circa 430.000 mq complessivi) l’Italia si pone al secondo posto, pur avendo cominciato ad aprirli solo nel 2003 (grazie alla liberalizzazione introdotta nel 1999 da Bersani), dopo la Gran Bretagna (580.000 mq) e prima della Spagna (290.000 mq), della Francia (280.000 mq) e del Portogallo (130.000 mq). La loro crescita sta subendo, però, un rallentamento, segno che il suo ciclo è entrato in maturità. Nel 2009, infatti, ne sono stati aperti solo 4, contro i 17 dell’anno precedente (come nel 2000) e i 9 del 2006 e 2007. Il maggior numero di aperture è avvenuto nel 2003: 19. La media annuale dal 2000 a fine 2009 è di 11,6 nuove aperture. E’ vero che, in tempo di crisi, i foc sono percepiti come un valore rifugio, ma questo non garantisce loro il successo anche nel futuro, perché per essere redditizi hanno bisogno di una certa distanza fra le location e la banalizzazione dell’offerta è sempre in agguato. Delle 22 aperture avvenute dal 2008 al marzo di quest’anno 8 sono avvenute in Italia e 7 nei paesi dell’Est. I progetti fino al 2012, nonostante la crisi, sono una ventina e trovano in testa la Francia, l’Italia, la Germania e ancora i paesi dell’Est (con il risveglio della Serbia, della Slovenia e della Russia). Se nel 2000 i foc europei erano 75 (per 1 mio di mq totali di gla), nel 209 erano 175 (2,5 mio di mq) e alla fine di quest’anno si prevede che saranno 195 (2,8 mio di mq).
Le tendenze in atto, sempre secondo Magdus, sono essenzialmente due. La prima riguarda l’architettura, che continua a crescere nella sua caratterizzazione di villaggi a carattere tradizionale locale e d’entertainment (attenti, però, a non abbandonare i fondamentali). La seconda si riferisce all’innalzamento della gamma della loro offerta, che sta attirando anche le insegne che prima sottovalutavano il foc. Un pericolo sovrasta oggi per i foc: abbondare con troppe aperture (soprattutto sull’asse di cui sopra) si toglie loro la necessaria rarificazione delle location. E’ quindi come condannarli a un’esistenza difficile, se non alla loro morte, vittime del loro successo. Il factory outlet center è pur sempre un canale distributivo come un altro.

· Karstadt è stata finalmente acquistata (30/06/2010)  

I 120 storici grandi magazzini tedeschi Karstadt in crisi (3,6 mld di giro d’affari nel 2009) hanno trovato finalmente l’acquirente, anzi gli acquirenti.

I 120 storici grandi magazzini tedeschi Karstadt in crisi (3,6 mld di giro d’affari nel 2009) hanno trovato finalmente l’acquirente, anzi gli acquirenti. Sono il miliardario americano di origine tedesca Nicolas Berggruen e Max Azria, il tunisino che vive a Los Angeles in California come proprietario del gruppo di prêt-à-porter Bcbg Max Azria (fatturato 2009: 2,3 mld di dollari e 10.000 dipendenti nel mondo) e di cui Berggruen è socio. Questi hanno vinto la non piccola sfida, che all’interno della rosa dei pretendenti importanti e pesanti: i fondi d’investimento Highstreet, diretti da Goldman Sachs, e Triton, all’ultimo monento raggiungi, come sembra, da un segreto candidato russo. Max Azrai, nato a sud di Tunisi nel 1949 da un piccolo produttore di olio d’oliva, all’età di 14 anni era emigrato con i genitori a Parigi, dove, da lavoretto in lavoretto,era riuscito a farsi assumere nella catena di prêt-à-porter Sentier, per la quale creò poi l’impresa di confezionamento AZ3. Nel 1981 prese la direzione di una piccola catena di prêt-à-porter californiana Jess, facendole ottenere presto degli ottimi risultati. Nel 1989 creò Bcbg (Bin chic, bon genre), convertendola in produttrice di prêt-à-porter di alta gamma a prezzo contenuto. La proposta dei due nuovi americani per acquistare Karstadt prevedeva un investimento da 50 a 100 mio di euro, il mantenimento di tutti i 26.000 dipendenti, il non accollamento dei debiti di Karstadt (2,7 mld di euro) e il possesso di un loro non indifferente know how distributivo e finanziario. Promesse tutte che ora hanno dichiarato di voler mantenere per “raddrizzare questa impresa e farne una perla del commercio al dettaglio tedesco”, come ha affermato Max Azria.

· I prodotti tipici locali sono una grande risorsa. Ma per tutti? (29/06/2010)  

Una notizia che ci viene dalla Francia ci dice che, in occasione del salone dell’agricoltura dell’Aquitania tenutosi a Bordeaux nel maggio scorso, Serge Papin, presidente di Système U, ha lanciato “U du Sud-Ouest”, un marchio-cappello di prodotti r

Una notizia che ci viene dalla Francia ci dice che, in occasione del salone dell’agricoltura dell’Aquitania tenutosi a Bordeaux nel maggio scorso, Serge Papin, presidente di Système U, ha lanciato “U du Sud-Ouest”, un marchio-cappello di prodotti regionali, che segue quella lanciata nella primavera dell’anno scorso in Alsazia (“U Alsace”) e precede quella che verrà lanciata nel prossimo mese di luglio in Vandea (“U Vandée”). Nessuna novità per distribuzione francese o italiana, che già da anni dispone di linee di prodotti tipici locali prodotti da piccole imprese e certificati dalle catene (l’”Engagement qualité” per i 20.000 produttori locali di Carrefour). Nessuna meraviglia del resto: per principio l’attenzione al locale fa parte della natura della distribuzione, soprattutto alimentare. E come tale viene sfruttata per dare una specificità dell’immagine di catena e per distinguersi dalla concorrenza orizzontale, dopo che le marche nazionali hanno invaso in modo omogeneizzante tutte le insegne. Del resto, almeno per la Francia, questa soluzione risulta essere un modo per attenuare la forte tensione creatasi una decina d’anni fa tra distribuzione moderna (Leclerc in testa) e governo, che l’accusava di strangolare le medie e piccole aziende agricole. E la cosa andò in porto così bene che, sempre in Francia ma ora anche in Italia, questi prodotti possono sopportare prezzi al pubblico pari se non superiori alle grandi marche e annullare, perché stagionali e “genuini”, gli inconvenienti della loro rottura di stock. Fra l’altro la distribuzione è sempre pronta “a farsi bella” dell’iniziativa, presentandola come “prodotti selezionati da…” (catena, insegna e/o punto di vendita), affermando la perfetta integrazione con il bacino dei suoi consumatori e dichiara che valorizza il know how locale, salvando, quindi, e garantendo l’occupazione di tot persone, trattenendole nel loro ambiente sociale (ma che diventano poi anche clienti dei suoi pdv). Chiaramente esiste un protocollo d’intenti (capitolato) ben preciso e diversificato fra catena distributiva, singole aziende produttrici e il prodotto, che stabilisce i diritti e i doveri delle due parti. Ebbene, a Bordeaux Papin ne ha firmato uno con tre Pmi. Queste ultime devono impegnarsi in una produzione locale ancorata al territorio e conforme alle norme di qualità di Systéme U, mentre questa promette di valorizzare quei prodotti sugli scaffali tramite “ segnalini stop” soprattutto nei pdv della regione in questione. Il guadagno per la distribuzione è assicurato. Secondo le cifre comunicate ultimamente da Conad, “Sapori&Dintorni Conad” hanno fatturato nel 2009 150 mio di euro (+14,6% nei confronti dell’anno precedente). Système U afferma che nell’Aquitania i prodotti tipici raggiungeranno presto il 7% dei prodotti alimentari venduti nei suoi pdv, con l’obbiettivo di arrivare al 15% (10-12% nel Sud-Ovest). Per i prodotti regionali un certo risparmio per entrambi c’è, proveniente dal sistema logistico e dalla filiera corta. I produttori francesi, invece, sono un po’ più preoccupati, dal momento che considerano il fenomeno una moda che poi passerà e che già oggi cominciano a essere accusati di fruire del protezionismo statale (vero per la Francia, un po’ meno per l’Italia, dove il governo non si è ancora schierato se difendere i grandi produttori o quelli medio-piccoli). Ma sono soprattutto preoccupati che la distribuzione associata riesca a condizionare la sua base distributiva (Système U è una struttura di cooperazione fra dettaglianti). E qui, visto che in Italia i livelli di contrattazione sono ancora molto lontani da essere ridotti nella realtà soprattutto nella distribuzione associata ma anche nel master franchisee, non si può dire che una certa loro preoccupazione non sia giustificata anche per noi. (Italo Mora)

· Non decollano gli acquisti food via internet (25/06/2010)  

fatica. Secondo Eurostat nell’Ue nel 2008 sono passati dal 10% del 2007 all’11% del numero totale degli acquirenti del settore.

Gli acquirenti in linea di prodotti alimentari progrediscono sì, ma con grande fatica. Secondo Eurostat nell’Ue nel 2008 sono passati dal 10% del 2007 all’11% del numero totale degli acquirenti del settore. Alcuni stati, certo, hanno avuto un notevole balzo in avanti. Si pensi al Portogallo che è passato dal 7% all’18% o alla Francia aumentata dal 6% all’11%. Un po’ meno veloce è stata la Germania, passata dal 10% all’11%. Ma il Regno Unito, lo stato dove l’e-commerce è il più sviluppato del mondo e dove l’acquisto in linea dei prodotti alimentari rappresenta il 2% del mercato totale food, è addirittura diminuito, passando dal 20% al 19%. Come mai, se si pensa al progredire continuo degli acquisti di abbigliamento o di articoli sportivi (il 47% in Ffrancia)? La rivista francese “Lsa” (n. 2138) se lo chiede, trovandone le cause nei prezzi troppo alti (causa la consegna), nell’offerta che non si differenzia in nulla da quella dei pdv, in un marketing relazionale inesistente e non bene adatto, nella caratteristica dei navigatori internet (occasionali, esigenti e infedeli) e nella difficoltà delle insegne di farci conoscere su internet. Dei 2 mio di francesi che ordinano prodotti alimentari via e-mail sono nella maggior parte donne o giovani cittadini sedotti dalla praticità e dalla flessibilità dello strumento (che permette di fare acquisti 7 giorni alla settimana e 24 ore al giorno) e dalla possibilità di farsi consegnare a domicilio i prodotti pesanti. Senza sottovalutare il fatto che è una risposta alla situazione di bloccata mobilità, come quella dei malati, handicappati fisici, funzionari onerati di lavoro, mamme con figli piccoli ecc.. Gli acquirenti via internet, inoltre, sono molto esigenti sulla qualità dei prodotti e sulla consegna, anche se non sono molto disposti a pagarla (come ogni servizio, è percepito come gratuito) e non esitano a recars nel pdv per reclamare quando non corrisponde alle aspettative. Ma vi sono anche difficoltà da parte delle imprese, che non trovano convenienza a tenere lo stoccaggio nel pdv. Le soluzioni di fondo stanno, dunque, nello sviluppare il sistema drive-in, che è una via di mezzo fra magazzino e preparazione nel pdv e che s’inscrive nella mobilità dell’individuo, nel rafforzare il marketing relazionale, creando comunità attorno ai siti oppure, per le piccole strutture, portare la clientela nel pdv elaborando servizi complementari e un’offerta ben pensata per la rete.

· Radioso futuro in Francia per gli shopping center di centro città (22/06/2010)  

Il Cncc (Conseil national des centres commerciaux) francese ha organizzato a Parigi nell’aprile scorso un colloquio sui centri commerciali di centro città.

Il Cncc (Conseil national des centres commerciaux) francese ha organizzato a Parigi nell’aprile scorso un colloquio sui centri commerciali di centro città, stranamente frequentato anche da molti parlamentari, segno che l’argomento è d’importanza sociale così grande da diventare anche un problema politico. La Francia, come ovunque d’altronde, cominciò a realizzare shopping center nel cuore delle città nel 1969, dopo un’epoca di massiccia invasione di quelli periferici integrati: 2 aperture in quell’anno contro 20, passate a 0 contro 25 nel ’72. Crebbero però di anno in anno, seppure a ondate, fino a raggiungere nel 2009 le 133 presenze contro le 569: un quinto dei centri commerciali esistenti. Una tendenza che tutti prevedono che aumenti. La loro superficie totale è oggi di 2,5 mio di mq, contro 15 mio di quelli periferici o periurbani. La loro grandezza media è di circa 20.000 mq, sono posti generalmente su due piani, sono dotati di un parcheggio medio di 650 posti auto e realizzano un giro d’affari medio di 90 mio annui, grazie a 5,65 mio di visitatori, di cui il 58% regolari. Una realtà importante, quindi, come dimostra anche la media di 65 mio di investimenti per ogni centro, parcheggio escluso. In questi shopping center si acquistano in massima parte prodotti per la persona (42%), seguiti da quello per la bellezza-salute (17%), l’alimentazione-ristorazione (14%), i servizi (11%) e la casa (4%). Il numero più alto (ma non troppo) di pdv proviene dalle catene della grande distribuzione (49%), mentre quelli in franchising rappresentano il 33% e gli indipendenti il 18%. Il centro commerciale di centro città è frequentato per il 40% dai clienti che vi abitano vicino, per il 30% per attrazione, per il 15% per la vicinanza al lavoro e per il restante 15% per altre ragioni. Questo dimostra che questo tipo di shopping center viene considerato come una classica via commerciale di città. Le difficoltà che incontrano sono ormai quelle ben conosciute. Il problema del traffico e del parcheggio, anzitutto. Secondo una recente inchiesta, il 43% dei francesi associano la qualità della vita in centro città alla facilità di accesso e alla possibilità di spostarsi (assicura la loro autonomia). Ma sembra che la sua importanza vada diminuendo, dal momento che i trasporti pubblici sono sempre più in aumento e ben segmentati e che cominci a diffondersi l’abitudine a recarvisi a vetture piene, soprattutto per opera dei giovani, molti dei quali sono sprovvisti di patente di guida (che spresso non viene da loro considerata importante). Interessante è il fsatto che questi tipi di centri commerciali vengano sempre più considerati non come siti “autarchici”, ma come spazi della città, allo stesso titolo delle vie o delle piazze che essi collegano. Da qui l’importanza che in Francia si sente di ingrandirli, affinché possano accogliere insegne nazionali e internazionali non ancora presenti (strumenti di attrazione), sempre più servizi di prossimità e sempre più numerose e importanti animazioni. Queste sono solo alcune soluzioni proposte nel colloquio parigino, non solo per assicurare la renditività dell’attività commerciale, ma anche per mantenere in loco gli abitanti o addirittura per farvi ritornare quelli che se ne erano allontantati a causa dei disagi pratici quotidiani. Un’altra questione è quella degli orari. Molti hanno suggerito agli amministratori di far praticare orario continuo, che recuperi la chiusura meridiana, sempre esageratamente lunga. Il tutto per contribuire a rendere vivo e importante il centro città.

· Conad lancia un’insegna per i centri storici (19/06/2010)  

Conad del Tirreno di Pistoia ha elaborato un format di supermercato di centro storico, che dovrebbe essere replicato nelle principali città italiane...

Conad del Tirreno di Pistoia ha elaborato un format di supermercato di centro storico, che dovrebbe essere replicato nelle principali città italiane per opera degli altri gruppi Conad. L’inaugurazione dei primi due punti di vendita è avvenuta a Firenze il 17 giugno scorso, in via de’ Bardi 45/47 e in largo Alinari 6/7. Entrambi, di circa 400 mq di area di vendita, portano l’insegna, blu e per nulla invasiva, di Sapori&Dintorni Conad, marchio della sua prestigiosa linea di prodotti tipici. Dalle dichiarazioni dei responsabili del gruppo, dall’assortimento e dalla presenza di un’insegna già operante (Conad city) si arguisce che qui si tratta di un format specifico per il centro storico in senso stretto, negando la sua diluizione nel concetto di centro città. L’accezione di centro storico in Italia specifica meglio elementi di tipicità locale, dovuti alla cultura, alla storia-tradizione, all’economia, al tessuto sociale e all’urbanizzazione che ne fanno una comunità ben caratterizzata. L’esperienza fiorentina di Conad del Tirreno appare come un’evoluzione di Conad city applicato al suo contesto caratteristico di città d’arte, che ne cambia i connotati di base per adattarsi a quel preciso contesto urbanistico. E a Firenze questo format per centro storico assume la caratteristica che gli viene dal suo turismo artistico di massa. E quindi non molto replicabile: forse solo a Roma, Venezia, Assisi e Siena. E’ più facile, invece, elaborare in Italia un format per centro storico misto: artistico, di servizi e di abitanti, più adatto a tante città italiane: Ravenna, Bologna, Arezzo, Napoli, Palermo, Siracusa, Lecce, Pavia, Padova, Verona, Lucca, Pisa, Parma, Mantova, Perugia, Bergamo di sopra, l’Aquila (ante terremoto) ecc. Il format d’origine, dunque, sembra quello che riparte ogni volta dal concetto di centro storico italiano, variandolo secondo le caratteristiche di ogni città.
Si dice che nei centri storici il commercio partecipi alle loro attrattività e rivitalizzazione per il 60%. Mettiamo pure che sia il 40%: è sempre comunque un peso enorme e una grande responsabilità per la vita della città. Per questo i pdv di vendita di un centro storico devono presentare un’offerta sia di base (per coloro che vi abitano e lavorano) sia di caratterizzazione (per coloro che vi accedono per turismo o per usufruire di modi e momenti di vita differenzianti). E qui la letteratura non manca. Comunque, si parte sempre dalla differenziazione del centro storico da altri luoghi del commercio, come le grandi superfici di vendita, i centri commerciali, i parchi commerciali, gli outlet ecc. A luogo differenziato acquisti differenziati, e di qualità se non addirittura di unicità. Pena la morte lenta del centro storico e quindi di tutta la città, che coinvolge, nelle sue conseguenze sociali ed economiche, anche la periferia e i luoghi della domanda generica e, perché no, di label internazionali. Il commercio ha quindi l’obbligo di partecipare alla sua salvezza e alla sua rivitalizzazione. Soprattutto in Italia, piena zeppa di centri storici.
La nuova insegna creata da Conad con la forte (non solo dichiarata) presenza di prodotti tipici italiani e regionali in un assortimento di prodotti di marca completati da quella privata, può presentare una forte attrattività non solo per stranieri o di altre regioni, ma anche per i non abitanti. E la declinazione assortimentale datasi da Conad per questo format di supermercato sembra, almeno in partenza, piuttosto azzeccato: di 4.000 referenze totali, 210 sono di Sapori&dintorni Conad (prodotti tipici di località italiane), 500 locali-regionali (scelti per “selezione originis”: prodotti selezionati provenienti solo da produttori locali e preparati secondo le ricette originali), 2.090 di marche nazionali e 1.200 di prodotti Conad, Conad qualità e Conad il biologico (che permettono la completezza e l’organicità del pdv). Ampia è la presenza di prodotti freschi e freschissimi. Ma per realizzare la sua funzione sociale e urbanistica della distribuzione in un centro storico questi elementi e l’alta qualità dei prodotti non bastano: non deve mancare anche il prezzo, senza il quale non ci sono né attrattività (e quindi non sfruttamento del flusso turistico) né mantenimento del tessuto sociale che rende vivo il centro, cioè i suoi abitanti. Non deve mancare, infine, anche la possibilità di acquistare, con normalità quotidiana, alcuni servizi coerenti alla natura di quel determinato centro storico. Si pensi, per esempio, allo spazio dedicato, all’interno del due pdv fiorentini, all’informazione sugli eventi culturali e alla possibilità di acquistare i biglietti d’ingresso ai musei della città.
Conad, con le sue cooperative e i suoi associati che coprono tutte le province italiane, è in grado di realizzare questo processo in tutta la sua flessibilità e convenienza dei prezzi. Basti pensare come i due pdv appena aperti siano gestiti da una società costituita fra soci fiorentini di Conad del Tirreno, che in seguito cederanno questa gestione ai nuovi imprenditori, sull’esempio del patronage di stampo E.Leclerc. Tutte le premesse per una vera insegna nazionale specifica per centri storici ci sono. Ora, dopo le dichiarazioni ufficiali, è il caso di dire, come gli antichi romani: “Hic Rhodus, hic salta”. Cioè: si passi ora dalle parole ai fatti, con concretezza, e noi saremo lì a osservare e giudicare. L’esperienza, infatti, è molto intrigante. Peccato che in Italia il town center manager sia una specie ancora sconosciuta e che non si possa, quindi, sfruttare la nuova esperienza in una gestione imprenditorialmente unitaria. (Italo Mora)

· Rivalutato il ruolo del Grande Magazzino nei centri commerciali (15/06/2010)  

Al Convegno promosso dal Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali(Cncc) sul tema “Il commercio di alta gamma nei centri storici e nelle nuove centralità” svoltosi a Milano il 9 giugno scorso nell’ambito della Fiera EIRE si è assistito ad una rivalutazio

Al Convegno promosso dal Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali(Cncc) sul tema “Il commercio di alta gamma nei centri storici e nelle nuove centralità” svoltosi a Milano il 9 giugno scorso nell’ambito della Fiera EIRE si è assistito ad una rivalutazione del potenziale ruolo del Grande Magazzino sia nelle gallerie commerciali di centro città che nelle polarità commerciali di prima periferia. Come insegna la teoria economica della “ruota del commercio” il Grande Magazzino ritenuto da molti defunto, dopo un giro di 360 gradi, torna d’attualità.
Giulio Di Sabato, Presidente Assomoda, ha rilevato che l’alto di gamma non entra nei centri commerciali, per la presenza di ipermercati e supermercati. L’alto di gamma si qualifica infatti per la cultura del prodotto, lo stile e il prezzo elevato, caratteristiche qualitative non presenti negli attuali centri commerciali di derivazione francese. Il Grande Magazzino al contrario può ospitare il multimarca ed anche grandi marchi.
Anche Claudio Marenco Mores, Projet Leader Retail Workshop, ha ribadito che il centro commerciale viene percepito dalla clientela come “cheap” (poco costoso). L’alto di gamma deve pertanto andare alla ricerca di location non convenzionali (quali vecchie fabbriche, magazzini di deposito, ecc.), nelle quali sperimentare il passaggio dalle seconde linee alle capsule di luxury brand. Si tratta di introdurre una nuova grammatica del Big Box, con la parola d’ordine “Matching The Concept”.
Una esperienza d’acquisto nuova è stata proposta da Matteo Percassi, General Manager di Premium Retail, che ha illustrato il progetto di “Mallo f Italy”, un parco commerciale di prossima realizzazione a Seveso, alle porte di Milano, vicino all’Idroscalo. Il parco commerciale presenta una Gla di 248.000 mq. ed ospiterà 150 punti di vendita, con l’intenzione di sviluppare prodotti di alta gamma. L’insediamento commerciale, pur registrando la presenza di un ipermercato al suo interno, si caratterizza per la presenza di molte attrezzature per il tempo libero ( un acquario, la città dei bambini, un’arena, un teatro, un cinema,ecc) e l’ampio spazio dedicato alla ristorazione (7.000 mq).
Si tratta di un progetto innovativo che coniuga la presenza di un Grande Magazzino con la specializzazione dell’alto di gamma e le caratteristiche costruttive dell’ecosostenibilità.
Il nuovo Concept di Rianascente è stato presentato dal Direttore generale Alberto Baldan, che ha illustrato l’esperienza del caso Palermo. Chiusa la vecchia sede, la cui ristrutturazione avrebbe presentato molte criticità sul piano tecnico, si è preferito collocarsi in un nuovo building in Piazza San Domenico, vicino alla Vucceria, zona più popolare. Dopo 11 mesi di lavori su progetto generale dello Studio Albanese e il design di ogni piano affidato a persone diverse, si è dato vita ad un contenitore specifico per i brand del lusso.
Nel frattempo la Rinascente ha mutato pelle: mentre prima del 2005 nel Grande Magazzino erano presenti i brand con una quota del 20% e le private label con una quota dell’80%, ora essi sono presenti con una quota pari al 90%, mentre le private label rappresentano solo il 10%; i format da 5 sono scesi a 2.
L’economista Luca Pellegrini, preside della Facoltà di Marketing all’Università IULM di Milano, ha poi illustrato il tema del “Fashion Mall” come veicolo di sviluppo del “Made in Italy” nel Mediterraneo e in genere nei paesi emergenti. Egli ha invitato a guardare al caso americano, ove la presenza del Department Store ha costituito da sempre una location privilegiata dei centri commerciali. La diffusione dei brand del “Made in Italy” incontra indubbiamente dei costi di adattamento, per le analisi di mercato da compiere per superare il gap di conoscenza di abitudini diverse dei consumatori. Dato che la crescita dell’immobiliare commerciale in Italia si prevede comunque molto contenuta, si tratta di “prendere la valigetta” e guardare alle economie emergenti, esportando competenze acquisite e valorizzando capacità professionali. Almeno vale la pena provare. (O. Zappi)

· Guerra fredda, ma dura, per conquistare franchisee (13/06/2010)  

La crisi attuale pone dei grossi problemi alle catene alimentari della grande distribuzione. Ecco allora il loro ricorso al franchising che permette di sviluppare le loro insegne più velocemente e a costi e rischi inferiori.

La crisi attuale pone dei grossi problemi alle catene alimentari della grande distribuzione (meno al commercio associato) sia per le vendite e sia, di riflesso, nel rapporto con i fornitori. Ecco allora il ricorso al franchising che permette loro di sviluppare le insegne più velocemente e a costi e rischi inferiori, in modo da recuperare immediatamente il fatturato perduto. Non c’è crisi, quindi, per il franchising. Questa guerra però comporta un aumento di concorrenza fra le varie insegne, ma anche un acquisirsi del rapporto fra franchisor e franchisee, che ne approfittano per cambiare bandiera o per sfuggire ai certi impegni presi (soprattutto quando i franchisor cambiano l’insegna). Comunque generalmente le catene hanno la sicurezza di disporre di un commerciante motivato, che si assume in toto la responsabilità del suo punto di vendità e anche dell’eventuale rischio di fallimento.
Questa caccia al franchisee lo si nota molto bene in Francia nella lotta che stanno facendosi Carrefour e Casino, nonostante i tanti rischi che sanno di correre. Il primo si è riproposto di affiliarne ogni anno almeno 300 nuovi punti di vendita per le sue insegne 8 à Huit e, soprattutto, Carrefour City e Carrefour Contact, sia in franchising sia in partnerchip (affitto-gestione). Il secondo gli risponde programmando almeno 500 nuove aperture all’anno, al netto delle chiusure (che non sono poche: 400 solo nel 2009), per le sue insegne Spar e Vival, che vede molti suoi franchisee non raggiungere gli obiettivi che si erano proposti e quindi mettono in crisi il rapporto con il franchisor. Per questo Casino ha riorganizzato la branca prossimità, creando una direzione generale aggiunta per i pdv franchisee, in parallelo a quella per i pòdv diretti, creando ex novo i direttori operativi e aumentando il numero di quelli regionali e commerciali. Non solo, ma offre ai suoi franchisee la possibilità di accedere con più facilità ai prestiti bancari e di acquistare fondi di commercio. Inoltre organizza a tappeto intensi e numerosi corsi di formazione a tappeto. La stessa preoccupazione per lo sviluppo tramite il franchising c’è in Monoprix, che propone le sue insegna Monop e Dailymonop, che hanno dimostrato di operare con successo. Anche il belga Colruyt vi si sta impegnando, offrendo contratti di 7 anni senza far pagare il diritto d’entrata, ma con un autofinanziamento del 20%. Infine una decina di nuove aperture per quest’anno sono previste da Simply Market, che vanno a raggiungere i già operanti 127 pdv in franchising o affiliati.

· Decollano i Distretti del Commercio in Lombardia (11/06/2010)  

Il convegno promosso dalla Regione Lombardia il 10 giugno scorso nell’ambito della Fiera EIRE a Milano è stata l’occasione per avere un quadro dell’evoluzione della formula dei Distretti del Commercio...

Il convegno promosso dalla Regione Lombardia il 10 giugno scorso nell’ambito della Fiera EIRE a Milano è stata l’occasione per avere un quadro dell’evoluzione della formula dei Distretti del Commercio.
La migliore esperienza riportata in questa sede è stata quella di Como, illustrata con notevole efficacia da Marco Fumagalli, dirigente del settore Commercio del Comune e al tempo stesso manager del Distretto. I progetti finora attivati sono stati 56, con un investimento complessivo di 2,9 milioni di euro. Numerose le aree investite. Nel campo della comunicazione e del marketing si può contare la creazione del logo (ShopinComo), del kit informativo (vetrofanie, bags,ecc.), del sito web (www.shopincomo.it) e di momenti di formazione e aggiornamento degli operatori locali(i cosiddetti “Mercoledì del commerciante). Nell’area della promozione e animazione sono stati realizzati interventi come Totem informativi e promossi vari eventi, quali “Vinci e Torna”, “Shop in Como sotto le stelle”, ecc. Tra gli Interventi strutturali vanno annoverati la riqualificazione della Piazza Martinelli e del Mercato Coperto, per farne un centro di eccellenza. Nell’ambito dell’area “Mobilità e Sicurezza” deve essere ricordato il progetto di logistica “Merci in centro”. Infine nell’area dei “Servizi in comune” va compresa la costituzione di un’Agenzia di Distretto per l’assistenza tecnica agli operatori locali per loro iniziative di promozione e marketing e di Steward urbani per l’accoglienza turistica.
L’obiettivo perseguito è quello di fare sistema per promuovere investimenti dall’esterno su Como e di attrarre una maggiore clientela dalla Svizzera (ora la quota è del 7%).
Ci siamo soffermati ad illustrare il caso di Como perché ci sembra quello più articolato e meglio strutturato. Altri casi meritano comunque di essere segnalati. Maurizio Margaroli ha riportato in estrema sintesi l’esperienza di Brescia (22 progetti realizzati, di cui 8 da parte di privati) con l’obiettivo di perseguire un commercio di qualità in centro città. Più specifica l’esperienza del Distretto urbano di Bergamo illustrata da Lorella Vavassori ed incentrata sulla realizzazione, con il supporto tecnico di TradeLab, di un sistema informativo di marketing, caratterizzato dalla mappatura degli esercizi commerciali e dell’analisi dei flussi pedonali in varie parti del centro urbano. Interessante anche l’esperienza di Cantù, volta, secondo L. Mainetti, a consolidare il centro città come polo di attrattività, a migliorarne l’accessibilità e a favorire l’integrazione di servizi. Particolarmente importante l’iniziativa “Shopping e Design” che ha coinvolto le vetrine del centro città in una gara per mostrare il Made in Italy della produzione del mobile caratteristico di Cantù. Molto originale infine l’esperienza del Distretto intercomunale (DiD) delle Terre Viscontee, che coinvolto Belgioioso ed altri 10 comuni del Basso Pavese. In questo caso gli obiettivi vanno oltre la semplice valorizzazione commerciale del territorio per perseguire invece obiettivi più ampi di miglioramento della qualità della vita e del fare della cultura un volano di sviluppo economico e sociale. Dalla esposizione della Dettori è risaltata l’importanza del binomio economia-cultura (ad esempio nel recupero dei vari castelli esistenti nella zona) e del fare qualità, ritenendo la cultura delle tradizioni un valore permanente di una comunità, che si manifesta in particolare nella tutela dell’ambiente e delle produzioni locali (nel caso delle Terre Viscontee il riso di qualità e il suo utilizzo anche nel campo dei prodotti di bellezza o il Castello di Belgioioso, sede di un’importante fiera, che vede la presenza di 40-60.000 visitatori l’anno).
Del resto l’esigenza che l’esperienza dei DUC (Distretti Urbani del Commercio) debba integrarsi sempre più con la valorizzazione turistica del territorio è apparsa chiara dalle parole dell’Assessore regionale Stefano Maulli, che ha rimarcato i risultati lusinghieri raggiunti e l’impegno della Regione Lombardia a continuare ad investire in questo campo. (O.Zappi)

· Aperti nel 2009 34 centri commerciali (11/06/2010)  

A conclusione di un convegno sul commercio di alta gamma, tenutosi al salone Eire di Milano il 9 giugno scorso, Corrado Vismara, vicepresidente di Cncc, ha presentato una panoramica dei centri commerciali in Italia a inizio 2010...

A conclusione di un convegno sul commercio di alta gamma, tenutosi al salone Eire di Milano il 9 giugno scorso, Corrado Vismara, vicepresidente di Cncc, ha presentato una panoramica dei centri commerciali in Italia a inizio 2010. Quelli superiori ai 5.000 mq di gla erano 847, comprendendovi anche i centri leisure e i factory outlet, per complessivi 13.897.723 mq di gla. In essi operavano 28.000 negozi circa e oltre 230.000 addetti. Le loro vendite complessive nel 2009 sono state di 53 mld di euro, corrispondenti al 20% del totale commercio al dettaglio. Il maggior numero di mq di gla per regione si trovano in Lombardia con 3.134.534 mq, seguita dal Piemonte con 1.390.923 mq, dal Lazio con 1.315.608 mq, dal Veneto con 1.245.906 mq e dall’Emilia Romagna con 1.233.559 mq. Ma quello che più conta è la quantità di gla per 1.000 abitanti, cioè la densità. Qui troviamo in testa il Friuli-V.G. con 403 mq e, quasi a pari merito, l’Abruzzo con 402 mq, seguite dal Molise con 354 mq, la Lombardia con 327 mq, il Piemonte con 314 mq, l’Umbria e le Marche con 258 mq, il Veneto con 256 mq, l’Emilia Romagna con 254 mq e il Lazio con 234 mq. Se consideriamo invece le parti del territorio nazionale, la densità va decrescendo man mano che dal nord si scende al sud. Infatti la parte nord occidentale conta una densità media di 303 mq, la nord orientale 275 mq, la centrale 223 mq e la meridionale+insulare 162 mq. I centri commerciali aperti nel 2009 sono stati 34 (per complessivi 620.076 mq), dei quali 8 solo in Lombardia e 5 in Piemonte. Non è stato aperto nessun centro commerciale >5.000 mq in Valle d’Aosta, Liguria, Trentino-A.A., Marche, Molise, Basilicata e Sardegna. Gli esercizi che hanno ottenuto il maggior fatturato per mq sono stati, naturalmente, i negozi inferiori ai 250 mq con 4.410 euro (+0,1% sul 2008), seguiti dalle grandi superfici (>1.500 mq) con 3.067 euro (+5,0%), la ristorazione con 3.038 euro (+2,9%), i negozi da 251 a 600 mq con 2.817 euro (+2,6%) e le medie superfici (da 501 a 1.500 mq) con 2.175 euro (+5,3%). La media complessiva è stata di 3.339 euro per mq, aumentata del 3,2%. Il fatturato complessivo è stato di 3.407 euro per mq, in diminuzione dello 0,5% nei confronti dell’anno precedente. Le categorie di pdv che maggiormente hanno sentito la crisi sono stati i despecializzati (3.495 euro al mq) con –3,5% di fatturato al mq, la cultura e tempo libero (4.173 euro) con –2,9% e le attività di servizi (4.999 euro), con –0,1% (in pratica, stabilità), mentre in grande ripresa si sono dimostrate le categorie dell’abbigliamento (2.391 euro) e l’elettronica di consumo (5.309 mq) con +4,0%, seguite dalla ristorazione (3.033 euro) con +2,9%, la cura della persona e salute (4.553 mq) con +1,9% e i beni per la casa (1.827 euro) con +1,8%. Per i promotori il maggior rendimento annuo al mq, in una media di 315,5 euro, è stato dato dai negozi <250 mq con 521,9 euro, seguiti da quelli dai 251 ai 500 mq con 355,5 euro, dalla ristorazione con 310,2 euro, dalle medie superfici dai 601 ai 1.500 mq con 222,5 euro e dalle grandi superfici >1.500 mq con 157,2 euro.

· Frena agli inizi del 2010 l'affluenza ai centri commerciali (26/05/2010)  

Secondo le rilevazioni Experian-FootFall, dopo il dato positivo di gennaio (+1,1%), da febbraio ad aprile l’affluenza ai punti vendita della Grande Distribuzione è calata sensibilmente rispetto agli stessi 3 mesi del 2009...

Secondo le rilevazioni Experian-FootFall, dopo il dato positivo di gennaio (+1,1%), da febbraio ad aprile l’affluenza ai punti vendita della Grande Distribuzione è calata sensibilmente rispetto agli stessi 3 mesi del 2009.
Dopo un’apertura d’anno particolarmente positiva, con una buona crescita durante il periodo dei saldi invernali, tornano le nuvole sull’andamento dell’affluenza ai centri della grande distribuzione. Secondo le stime Experian attraverso l’indice FootFall, infatti, a febbraio questa è calata del 3,4% rispetto allo scorso anno, tornando sugli stessi trend negativi che avevano caratterizzato gli ultimi mesi del 2009. Andamento che è stato confermato anche a marzo, chiusosi con una contrazione del 4,1%, e che si è ulteriormente inasprito ad aprile (-6,5%).
Poco significative, e comunque all’insegna della stabilità, le variazioni dell’Indice mese su mese. Se si esclude il forte calo di febbraio su gennaio (-15,7%), totalmente imputabile all’influenza dalle dinamiche stagionali di settore, a marzo l’indice su base mensile è rimasto sostanzialmente invariato (+0,1%), mentre ad aprile si è avuto un calo dell’affluenza dell’1% rispetto a marzo 2010.
Mese Nov ‘09 Dic ‘09 Gen ‘10 Feb ‘10 Mar ‘10 Apr ‘10

Indice FootFall 111,73 139,19 116,78 98,46 98,60 97,66
Variazione mensile (%) +5,8% +24,6% -16,1% -15,7% +0,1% -1,0%
Variazione annuale (%) -4,4% -5,2% +1,1% -3,4% -4,1% -6,5%

2010 2009 % (2010-2009)
Indice FootFall 102,87 106,16 -3,1%

Per effetto delle pesanti contrazioni degli ultimi tre mesi, anche l’indice aggregato relativo al primo quadrimestre 2010 vira pesantemente in negativo, con un calo del 3,1% sullo stesso periodo del 2009.
“Anche per il 2010 sembra configurarsi una situazione simile all’anno passato, con buone performance nei periodi di punta e una debolezza diffusa, non priva di particolari criticità, nel resto dell’anno” ha commentato Nicola Fagnoni, Sales Manager di Footfall per l’Italia. “Solo dall’andamento dei prossimi mesi potremo tuttavia ricavare un’analisi più completa, e capire se i cali dell’ultimo trimestre siano i segni inequivocabili di un trend negativo ancora in atto, o se i responsabili dei Centri della Grande Distribuzione riusciranno a invertire la tendenza trovando il mix più adeguato per stimolare l’affluenza dei visitatori”.

Experian è di riferimento nel mondo nei servizi informativi per il credito e il marketing. Opera in Italia dal 1995.
L’Indice FootFall di Experian è di riferimento in Europa per la rilevazione dell’affluenza dei consumatori ai centri commerciali e della grande distribuzione. E’ disponibile su base settimanale e mensile. E’ ottenuto dai dati raccolti con appositi sistemi di rilevazione e trattati con modelli statistici. E’ adottato in Italia dal 25% dei punti vendita della grande distribuzione, con un bacino di utenza pari al 30% della popolazione, e in Europa, con un bacino d’utenza di oltre 500 milioni di visitatori/mese.


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· Per Conad Adriatico lo sviluppo è scudo contro la crisi (26/05/2010)  

In un anno, il 2009, che ha mostrato dati fortemente negativi sia in economia sia in occupazione, avere in gruppo distributivo, il Conad Adriatico, che ha aumentato dell’8,5% il suo fatturato non è di poco conto...

In un anno, il 2009, che ha mostrato dati fortemente negativi sia in economia sia in occupazione, avere in gruppo distributivo, il Conad Adriatico, che ha aumentato dell’8,5% il suo fatturato non è di poco conto, anche se operante nell’alimentare, settore meno esposto del non-food, ma che comunque risente immediatamente della mutazione del reddito disponibile delle famiglie. Ma quel +8,5% non è poco: 471,731 mio su 434,633 mio dell’anno precedente. E’ vero che l’utile netto è passato da 7,888 mio a 6,004 mio, che è sempre una bella cifra. Le spiegazioni possono essere tante, fra cui le politiche di prezzo, gli investimenti in attività promozionali (+32,6%), l’incidenza della crisi in Albania (ove è presente con un magazzino e 7 pdv), le politiche di sviluppo ecc. Comunque il gruppo ha contato 81 nuove aperture di pdv (fra esse 1 iper e 8 nuovi - e primi - discount Todis), per cui la rete di vendita al dettaglio è aumentata, tenuto conto delle cessazioni di attività ed “espulsioni”, di ben 50 unità: da 294 a 344. E quindi gli addetti sono aumentati: da 4.277 a 5.202. I pdv della rete hanno realizzato vendite per 844,864 mio di euro (+10,78%, nei confronti dell’anno precedente), di cui il 28,4% dovuti agli iper e il 26,7% ai super. Nonostante ciò, il patrimonio netto è aumentato del 6,8% (da 85,903 mio a 91,646 mio), il capitale sociale del 3,0% (da 2,482 mio a 2,557 mio) e le riserve legali e statutarie del 10,2% (da 75,259 mio a 82,911 mio). E’ vero che gli indicatori finanziari sono diminuiti (Roe da 9,7% a 6,8%, Roi da 6,3% a 5,4% e Ros da 3,2% a 2,8%), ma un Ebit che passa da 11,732 mio a 11,917 mio la dice lunga sulla gestione e la solidità complessiva della cooperativa. Se guardiamo poi alle imprese (non insegne) concorrenti operanti sullo stesso territorio (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e parte delle Marche) l’amministratore delegato e direttore generale Antonio Di Ferdinando esprime grande soddisfazione perché il suo gruppo gli risulta essere la maggiore impresa e in controtendenza, avendo aumentato la sua incidenza di mercato dell’1,49%, raggiungendo una quota complessiva di 11,2%. Come gruppo, invece, Conad Adriatico si trova in terza posizione dopo Auchan e Selex. Una risultato importante, soprattutto in vista dello sviluppo nonostante la crisi, è stato il fatto che 51 ex dipendenti della cooperativa hanno costituito 25 nuove società, associandosi con 29 punti di vendita: ciò dà continuità all’impresa e la rafforza grazie a uno sviluppo interno che gli permette di controllare e impostare un’imprenditorialità caratteristica: distributiva e cooperativa.
Sono soprattutto quattro, sempre secondo Di Ferdinando, le attività che hanno portato ai risultati positivi del gruppo e che gli permetteranno di attraversare con più serenità “questi anni difficilissimi”: 1 - il miglioramento dell’efficacia della gestione grazie al potenziamento dell’informatizzazione (40 i progetti principali, che hanno coinvolto anche i rapporti con i soci), che hanno permesso di ridurre i tempi del 70% e di economizzare sul personale, reimpiegato poi in altre attività; 2 – l’ulteriore rafforzamento della formazione, che ha coinvolto nel 2009 ben 3.114 persone per complessive 19.813 ore e 1.486 giornate di “ospitalità” nei pdv di alcuni soci (un vero e proprio “tutoraggio”); 3 – lo sviluppo della rete; 4 – l’aumento della competitività che ha permesso di ridurre dello 0,32% il margine della cooperativa.
Quelli espressi sono tutti fattori che rasserenano e specificano i programmi futuri del gruppo. Ecco i punti principali. Le vendite dovrebbero raggiungere i 924,354 mio (+9,4%), dove il canale super farebbe il sorpasso su quello iper con un’incidenza del 27,6% contro il 26,9%. Il numero dei punti di vendita dovrebbe passare a 379: da 119 a 129 in Abruzzo, da 63 a 66 nelle Marche, da 21 a 22 in Molise, da 127 a 135 in Puglia (finalmente si intravede una buona possibilità di “riconquista del territorio” dopo il fuggi fuggi causato dal crac di Cedi Puglia: nel 2009 erano stati acquistati dal gruppo Ferì di Surbo in provincia di Lecce 46 pdv Dimeglio), da 7 a 13 in Basilicata e da 7 a 14 in Albania. Lo sviluppo nella nazione dirimpettaia dovrebbe quindi raddoppiare, ma la crisi attuale (gran parte degli albanesi lavorano in Grecia) ha fatto aumentare i costi (anche se recuperati dal basso costo del personale) per la zona Albania e non ha permesso al cedi di raggiungere il budget previsto. Ciò suggerisce di lasciar cadere, per il momento, il progetto di usare questa nazione come ponte verso uno sviluppo nei Balcani (Kosovo e Montenegro). In proposito, i responsabili tendono a sottolineare il fatto che il gruppo risulta essere diventato un forte esportatore di prodotti italiani. Nel 2009, infatti,sono stati esportati in Albania 1.338 quintali di ortofrutta, 1.743 di carni, 1.319 di surgelati, 4.105 di salumi e latticini, 56.536 di generi vari e 401 di omaggi, per un valore complessivo di 10,442 mio di euro (+3,5%). (Italo Mora)

· Copador diviene con Berni produttore di marca nazionale (30/04/2010)  

A pochi messi dall’acquisizione della totalità di Berni Alimentare, Copador-Consorzio padano ortofrutticolodi Collecchio (Pr) ha elaborato un piano di rilancio della storica azienda e per diventare produttore di marca nazionale

A pochi messi dall’acquisizione della totalità di Berni Alimentare, avvenuta nel gennaio di quest’anno, Copador-Consorzio padano ortofrutticolo di Collecchio (Pr) ha elaborato un piano di rilancio della storica azienda e, di converso, dell’utilizzo della propria produzione (95 mio di fatturato nel 2009). Copador, infatti, associato Confcooperative, non è molto conosciuto dai consumatori, in quanto ha lavorato soprattutto come copacker di marchi commerciali della Gda. In questo modo entra più direttamente nel mercato facendo forza sull’aumento e la diversificazione della propria offerta, ma anche assumendone direttamente le opportunità e i rischi. Questo nuovo rapporto partirà appunto dall’esperienza Berni, cercando di farne dimenticare le vicissitudini aziendali, ma nello stesso tempo usandola come leva di sfondamento, grazie al suo know how e alla notorietà dei suoi marchi. La strategia di Copador porrà, dunque, al centro il rapporto con la Gda, a cui garantisce prodotti di qualità e servizi, ma ampliandolo anche i rapporti all’horeca e al food service. La strategia commerciale incentrata sulla Gda punta alla valorizzazione delle conserve di pomodoro, il core business di Copador, che trasforma giornalmente 6.000 tonnellate di prodotto italiano, facendone la maggiore azienda di trasformazione. Riconfermerà ad essa la fornitura di polpe, pelati e passate e inserirà nuove referenze nei sughi pronti, affidando le novità alla linea “A piacer mio”. Nello stesso tempo assumerà anche la veste di fornitore di marchi nazionali tramite 120 prodotti Berni: i classici Condiviso, con aggiunta della nuova versione light contenente 11 verdure conservate al naturale, e Condipasta, Carciofotto, anch’esso con aggiunta della versione Puglia (carciofi italiani lavorati appena raccolti, soli o abbinati a vari prodotti e aromi), vegetali grigliati, ortaggi sottolio e sottaceto, salse, pesto, olive e, a marchio Louit Frères, mostarde, vegetali sottaceto e aceti speciali. I prodotti saranno presentati in pezzature ancora più variate e le polpe anche in tetrapak tipo Tetra Recart. Inoltre Copador punta sia sulla qualità dei prodotti, tramite il controllo della filiera e la rintracciabilità estesa alle 160 aziende socie (il consorzio è certificato Uni En Iso 9001:2000 e lo stabilimento di trasformazione è certificato En 14001 ed Emas), sia sulla ricerca delle varietà dei prodotti, sia sul rispetto ambientale, tramite l’impianto fotovoltaico dello stabilimento, la nuova tecnologia di trasformazione e l’adozione del Tetra Recart. Il lancio della politica di vendita sarà accompagnato da promozioni che, in un triennio, investirà in tutte le sue forme (compresa quella all’interno dei punti di vendita) 10 mio di euro. Infatti i responsabili del consorzio sono ben consci della forza della concorrenza sia interna (di grande tradizione e immagine) sia proveniente dal mercato globale, soprattutto dalla Cina. Per questo Copador cercherà di far leva sulla qualità (gusto e salubrità) dei prodotti, sui servizi alla Gda e sull’italianità sperando che, nella trattativa con i distributori, la domanda dei consumatori minimizzi il problema dei prezzi (e dei costi: da qui la revisione completa della logistica). E’ l’unico modo per riconquistare i distributori e per distinguersi dalla concorrenza. Non solo, ma anche, com’è nelle intenzioni e ambizioni dell’azienda, di impiantarsi e crescere nel mercato estero.

· La strategia del prezzo impegna Nordiconad (23/03/2010)  

Il fatturato consolidato 2009 provvisorio di Nordiconad, una delle 8 cooperative Conad che ha sede a Modena, è stato di 1.350 mio di euro, segnando una crescita dell'1,77%...

Il fatturato consolidato 2009 provvisorio di Nordiconad, una delle 8 cooperative Conad che ha sede a Modena, è stato di 1.350 mio di euro, segnando una crescita dell'1,77% nei confronti dell’anno precedente. Un risultato più che positivo, se si pensa alla crisi dei consumi e alle promozioni di prezzo numerose e pesanti effettuate da tutte le insegne del largo consumo. La crescita si è verificata, dove più dove meno (nella provinciadi Bologna è stata dell’1,04%), in tutti i territori in cui il gruppo opera: nelle province di Bologna, Modena, Ferrara, Mantova e Verona e nelle regioni della Liguria e del Trentino-A.A.. Questa crescita ha permesso di mantenere l’occupazione, anzi di aumentarla, passando da 5.760 dipendenti a circa 5.900.
Non solo. Secondo l’amministratore delegato Mauro Lusetti nel 2009 Nordiconad ha investito, per salvaguardare il potere d’acquisto dei clienti Conad, circa 90 mio di euro: 60 nei super, 20 negli iper e 10 negli altri canali. Fra le iniziative in proposito, e che continueranno lungo tutto quest’anno, sono da segnalare “Carrello felice” (ogni mese 100 prodotti scontati del 25%), “Operazione bis” (prendi 2 paghi 1 per prodotti Conad), “Verdure convenienza” (una cassetta di verdure da 5 kg a 4 euro ogni 15 giorni, in partnership con Agri Bologna), “Scegli&sconta” (prodotti scontati al 30% per 12 fine settimana all’anno), sconto del 25% sulle carni e l’adesione all’iniziativa del comune di Bologna alla “Family card” (sconti del 10% per le famiglie numerose).
A questi risparmi provenienti da promozioni di prezzo sarebbero da aggiungere fattori strutturali, come quelle dovuti alle 9 parafarmacie aperte i grandi pdv per vendite complessive 2009 di 5.700 mio, che hanno permesso ai loro clienti di risparmiare circa 1 mio di euro nei confronti del mercato delle farmacie o come quelli dei 2 distributori di benzina (a Baggiovara di Modena e a Arma di Taggia d’Imperia) che, in 30 mio di vendite, grazie con il loro prezzo al pubblico inferiore di 9 centesimi di euro al litro nei confronti di quello del mercato, hanno fatto risparmiare agli automobilisti 3 mio di euro complessivamente. A queste due iniziative distributive nel 2009 se ne sono aggiunte anche quella dei negozi di ottica a marchio Conad: 4 operanti, per il momento, di cui 2 in Piemonte e 2 in Emilia. I dirigenti del gruppo fanno notare come queste iniziative abbiano messo in moto un “effetto alone”, che coinvolge loogicamente anche i prezzi dei concorrenti, con vantaggio di tutti i consumatori della zona. Altre aperture in questi tre settori si prevedono anche nel futuro, ma purtroppo di trovano a scontrarsi con le forti resistenze degli operatori presenti sul mercato. Per le parafarmacie, per esempio, è stato bloccato un disegno di legge del senato per limitarne la liberalizzazione. In proposito, fra l’altro, l’iniziativa delle catene distributive italiane vien rallentata anche dalla difficoltà a reperire farmacisti. Per i carburanti il freno allo sviluppo da parte dei retailer è dovuta alle condizioni limitative per le nuove aperture e per cui sono ricorse alla Corte europea contro la normativa italiana: obbligo che nella stessa area distribuiscano, oltre alla benzina, anche gas metano e Gpl, con la conseguenze di poter reperire terreni di ampiezza doppia della media e di prima qualità aumentando la difficoltà e i tempi per ammortizzare l’impianto. Comunque Nondiconad non vuol demordere.
Inoltre il gruppo è orsa impegnato a realizzare un progetto per risparmiare i costi logistici: chiudere i magazzini e le piattaforme liguri attuali per aprire un grande cedi di oltre 40.000 mq di area coperta in un posto strategico che possa servire con meno dispersione la Liguria e il Basso Piemonte: in provincia di Savona. Il tutto per poter offrire anche qui ai clienti, politiche del gruppo permettendo, prezzi più convenienti sia per restare sul mercato sia per fidelizzare i consumatori. La leva del prezzo è sempre strumento fondamentale di marketing e di sviluppo. E ritorna nei momenti cruciali. Per Nordiconad quello attuale è uno di quelli. (Italo Mora)

· La crisi dell’immobiliare commerciale non è solo italiana (26/02/2010)  

La situazione di crisi dell'immobiliare commerciale in Francia può dipingere molto bene anche le tendenze in atto nella situazione italiana...

La situazione di una nazione a noi vicina (la Francia) può dipingere molto bene anche la tendenza della situazione italiana. Sulla base dei dati forniti dalla rivista "Sites commerciaux", prendiamo in esame la crisi dei centri commerciali e delle superfici commerciali urbane transalpine. Nell’ultimo semestre dell’anno appena trascorso la crisi ha prodotto una diminuzione delle transazioni, a volte anche in modo vistoso: -60% di negozi a Metz, -30% del volume delle transazioni a Lione, -20% a Parigi, – 15% a Marsiglia e -10% a Strasburgo. Complessivamente il valore degli affitti è diminuito del 5,3% nell’Ile de France (-20% a Parigi) e del 5,6% in provincia (-15% a Orléans, -10% a Toulouse). Per i centri commerciali, mentre per quelli regionali posti nell’Ile de France non si è notata nessuna variazione nel livello degli affitti, per quelli grandi invece si è avuta una diminuzione complessiva del 7,7%. In provincia, invece, anche nei centri regionali gli affitti sono diminuiti del 12,5% e in quelli grandi addirittura del 20%. Questa situazione è chiaro specchio del cambiamento dei rapporti fra locatari e affittuari: le insegne discutono di più sul livello degli affitti, i tempi di commercializzazione si allungano sempre di più e le superfici prese in affitto si riducono. Per i centri commerciali la domanda di spazi da parte delle insegne sono diminuite, specialmente per i siti non primari. E’ spiegato così l’abbassamento generale dei valori degli affitti. Sono aumentate, invece, le domande dei piccoli formati di prossimità e dei discount.
Secondo Eurelia/Procos, l’associazione francese dei negozi posti nelle gallerie dei centri commerciali, in Europa le aperture dei siti commerciali continueranno a diminuire anche nel prossimo anno 2011: da 489 aperture degli anni 2009-2010 per complessivi 8.062.952 mq di gla, si passerà a 346, per complessivi 7.604.742 mq. Tranne alcune eccezioni, fra cui la Spagna (da 44 per 1.206.000 mq a 57 per 2.189.000 mq), l’Italia (da 49 per 1.105.784 mq a 56 per 1.017.557 mq) e il Belgio (da 12 per 185.000 ma a 13 per170.550 mq), in cui le aperture aumenteranno, una forte diminuzione è prevista la Francia (da 240 per 1.962.380 mq a 110 per 1.275.200 mq), la Polonia (da 65 per 1.468.310 mq a 48 per 1.540.420 mq), la Germania (da 37 per 733.745 mq a 31 per 695.215 mq), il Portogallo (da 17 per 405.950 mq a 8 per 271.200 mq) e la Repubblica Ceca (da 14 per 196.500 mq a 12 per 187.400 mq). Stabili invece si presentano la Grecia (da 4 per 695.583 mq a 4 per 141.200 mq) e la Svizzera (da 7 per 103.700 mq a 7 per 117.000 mq).

· Conad esporta in Europa facendo leva su Coopernic (17/02/2010)  

Nel 2009 Conad, tramite i soci di Coopernic, ha esportato nei punti di vendita europei prodotti tipici italiani per 30 mio di euro, 15% in più dell’anno precedente

Nel 2009 Conad, tramite gli altri soci di Coopernic, la struttura europea cui è associata e presente in 18 paesi con 17.547 pdv, 1.018 mio euro di vendite aggregate (10% delle venite in Europa), ha esportato nei punti di vendita europei prodotti tipici italiani per 30 mio di euro, 15% in più dell’anno precedente. Proprio nell’anno in cui l’esportazione del made in Italy è diminuita del 3,5%. Come già negli ultimi anni, anche quest’anno2010 verranno promozionati, in collaborazione con le regioni Emilia Romagna, Sicilia e Puglia, in Francia e in Svizzera. Dal 7 al 17 aprile la prima catena alimentare francese E.Leclerc ripeterà la promozione Vive l’Italie nei suoi 600 ipermercati e dal 16 al 28 agosto Coop Suisse ritornerà a promuovere nei suoi 1.600 punti di vendita i nostri prodotti ortofrutticoli, soprattutto l’uva e le pesche. Per valorizzare meglio i prodotti tipici dell’agricoltura italiana e darsi in proposito una direzione strutturata, Conad l’anno scorso ha realizzato una linea dedicata espressamente al rifornimento di prodotti italiani per tutti gli associati Coopernic, da porter destinare, cioè, anche alla belga Colruyt e alla tedesca Rewe: Creazioni d’Italia. Nel 2009 il fatturato di questa linea è stato di 4 mio di euro, riferiti solo ai 20 prodotti agroalimentari inseriti, ma quest’anno si prevede di arrivare a 6 mio, grazie anche al raddoppio del numero dei prodotti. Ad aprile, in accordo con Lecasud, la centrale d’acquisto provenzale di E.Leclerc, saranno presenti in modo permanente nei 44 iper della regione oltre 150 prodotti italiani (dei quali 41 surgelati) non freschi delle linee Sapori&Dintorni Conad e Creazioni d’Italia, ma tutti con le garanzie di tipicità-italianità e di qualità che sono riservate ai marchi Dop, Igp, Docg. Entro la fine dell’anno l’accordo sarà esteso anche ai freschi.
Però non tutto è così semplice. Secondo il direttore generale di Conad, Francesco Pugliese, un grande freno all’operazione è la piccola dimensione e la grande polverizzazione delle aziende produttrici italiane, la carenza delle infrastrutture (soprattuttto per i prodotti provenientei dal sud), la politica di prezzo, la mancanza la progetti pubblici di promozione all’estero e la parcellizzazione delle istituzioni che ne efficacia (Ice, ministeri, regioni, province, camere di commercio, consorzi ecc.). Meno male, sembra voler dire, che c’è Coopernic...

· In Borsa meglio le catene non-food (15/02/2010)  

E’ vero che la crisi ha colpito maggiormente il settore non alimentare, come del resto è comportamento classico. Non così, invece, nella Borsa.

E’ vero che la crisi ha colpito maggiormente il settore non alimentare, come del resto è comportamento classico. Non così, invece, nella Borsa. Infatti, stando alle analisi di Nataxis Securities sui distributori mondiali quotati in borsa, nel 2009 sul 2008, in testa troviamo ben 3 catene non-food con +120,8% per Dsg International, +46,2% per e +41,2% per Ppr. Quest’ultimo, in realtà, viene da un forte sanzionamento che ha subito nel 2008 (+22,1%) a causa del timore del suo debito, ora però rilanciato dalla quotazione di Cfao alla fine dell’anno ha ridato fiducia nell’evoluzione di tutto il portafoglio delle sue attività. Lo stesso comportamento, anzi molto più eclatante, del primo della lista: Dsg International veniva addirittura da un –67,6% del 2008. Ecco quindi il 4° e 5° posto occupato da due catene alimentari: Jeronimo Martins con + 37,% e Super de Boer con +37,4%. A questo punto della graduatoria riappaiono ben 4 catene non alimentari delle 37 (food comprese) prese in considerazione: Kingfisher con +32,5%, Kesa Electricals con +32,1%, Puma con +29,7% e Gap con +22,2%. Ritorna una catena alimentare: Metro con +16,7%, che però lascia il posto alla non alimentare Best Buy con +9,7%. Segue la food Target con +9,4%, ma incalzata da Inditex con +8,2%, Hennes & Mauritz con +1,6% e Manutan International con +0,8%. Da qui in poi la graduatoria passa in negativo, che si può dire in stabilità solo per Casino che presenta un –0.4%. Ecco Home Depot con –1,8% e Mr Bricolage con –4,1%. E’ la volta, ora, della sfilza degli indici negativi, che interessano soprattutto le catene alimentari: -4,7% per Carrefour (in rimonta), -5,2% per Delhaize, -7,1 per Tesco, pari indice per la non-food Hornbach-Baumarkt, -11,9 per CostCo Wholesale, -12,3% per la non alimentare Go Sport, -14,4% per Colruyt, -15,1% per il non food Lowe’s, seguito dall’alimentare Ahold con 17,7%. Fa seguito la sezione delle catene che hanno mostrato le maggiori performance negative. Andando verso il peggio troviamo sempre le catene alimentari MorrisonSainsbury con –23,1% che presenta lo stesso indice della non-food Practiker, Walt Mart con –24,5%, Safeway con –30,0%, Supervalue con –32,0% e Kroger con –39,3%.. Chiudono la lista, a lunga distanza negativa, Arcandor con –95,7% e Circuit City Storse con –95,2%.

· Nessuna crisi o quasi in Francia per l’immobiliare commerciale (11/02/2010)  

In Francia nel 2009 l’immobiliare commerciale è cresciuto del 58% sul 2008 in volume di investimenti, raggiungendo i 1,9 mld di euro, di cui il 57% nei centri commerciali

In Francia nel 2009 l’immobiliare commerciale è cresciuto del 58% sul 2008 in volume di investimenti, raggiungendo i 1,9 mld di euro, di cui il 57% nei centri commerciali. Tutto questo di fronte a un calo del 40% degli investimenti negli uffici e nei magazzini e del 78% nei confronti del 2007. La domanda delle grandi insegne internazionali hanno interessato soprattutto Parigi, nella cui regione le tre transazioni effettuate hanno raggiunto da sole i 100 mio. Non solo i centri commerciali sono stati oggetto di domande, ma anche il settore commercio dei centri città e dei parchi commerciali: essi hanno registrato un aumento di pdv di prossimità i primi e di pdv discount i secondi. A Parigi si sono impiantate grandi imprese internazionali, come Apple, Uniqlo, l’inglese Superdry e l’americano TK Maxx. Queste due ultime insegne sono entrate per la prima volta in Francia.
L’ombra di questa buona situazione sta nel fatto che gli affitti hanno mostrato una stagnazione, quando non sono abbassati. Buoni sono stati quelli del settore alta gamma (che, fra l’altro, ha resistito molto bene alla crisi, soprattutto nella capitale), molto meno quelli dei centri commerciali secondari, che hanno sofferto il calo della domanda e delle negoziazioni delle insegne. Del resto il 2009 francese è stato caratterizzato dall’allungamentop dei tempi di pagamento, della diminuzione della domanda di affitto e delle nuove aperture nei centri secondari. Se gli investitori più attivi sono stati, naturalmente, quelli francesi con il 65% dei volumi, sono riapparsi però anche molti stranieri, soprattutto tedeschi (ma si sono ritirati gli anglosassoni). Comunque la ripresa delle operazioni di imobiliare commerciale non è attesa per il primo semestre dell’anno attuale. Le aperture previste assommano complessivamente 1.159.263 mq di parchi commerciali, 535.313 mq di centri commerciali e 76.470 mq di strade commerciali.
A conferma del buon andamento del settore commercio in Francia nel 2009, nonostante la crisi dei consumi delle famiglie, bisogna sottolineare il fatto che la legge della modernizzazione dell’economia dell’anno precedente ha mostrato la sua efficacia. Secondo Procos, sono stati autorizzati circa 3 mio di mq di superfici commerciali per progetti superiori ai 1.000 mq e circa 1 mio di mq per quelli dai 300 ai 1.000 mq. L’82% dei progetti autorizzati interessano le periferie, sotto forma di parchi e centri commerciali.

· Per Coop Adriatica un 2010 difficile, ma solidale (10/02/2010)  

Preventivi da crisi, quelli di Coop Adriatica per il 2010. Le vendite dei suoi 16 ipermercati e 140 supermercati dovrebbero crescere dell’1,3% a 1.995,2 mio, praticamente 0, se si considera l’inflazione.

Preventivi da crisi, quelli di Coop Adriatica per il 2010. Le vendite dei suoi 16 ipermercati e 140 supermercati dovrebbero crescere dell’1,3% a 1.995,2 mio, praticamente 0, se si considera l’inflazione. Eppure non si ha intenzione di ricorrere, come nel 2009, al decreto “anticrisi” che permetteva di non svalutare a bilancio i titoli in perdita rispetto alle quotazioni di mercato. I responsabili della cooperativa prevedono che il 2010 sarà un anno molto difficile, a causa della crescita della disoccupazione e quindi del calo dei redditi e dei consumi. Anche perché non si ha intenzione di attenuare l’impegno assunto negli ultimi due anni per arginare l’inflazione. Nel 2008, infatti, i prezzi di un paniere di 8.000 prodotti confezionati sono stati diminuiti del 2,6%, contro il “paniere alimentare” Istat cresciuto dell’1,8%. Non dimentichiamo, fra l’altro, l’attività del gruppo intrapresa dall’aprile scorso in favore di 16.500 lavoratori in difficoltà (disoccupati, cassintegrati e con contratto di solidarietà), che hanno goduto di uno sconto del 10% su una spesa settimanale fino a 60 euro, trasferendo loro 840.000 euro. Sarà un anno duro, dal momento che le vendite complessive cresceranno soprattutto grazie alle nuove aperture e nonb alla rete comparabile, in cui si prevede un calo. Che la cooperativa subisca gli effetti di questa crisi presentando spalle robuste ne è dimostrazione che nel 2009 i soci sono cresciuti del 4,3% a 1.058.782 e che quelli prestatori sono aumentati di 5.000 a 225.000, cioè del 2,3%, realizzando però una crescita del 7,6% a 1.946 mio. La fiducia dei soci nella propria cooperativa, dunque, non manca affatto; conessa si può andar lontano.
Gli obiettivi per il 2010 sono in linea con le finalità solidaristiche per cui la cooperazione è nata e intende vivere. Per sostenre il potere d’acquisto dei soci e soprattutto di quelli colpiti dalla disoccupazione e frenare l’inflazione Coop Adriatica investirà 187 mio di euro in promozioni e iniziative per il contenimento dei prezzi degli alimenti di base, dei farmaci e parafarmaci, delle telefonia e dei prodotti per la scuola e libri di testo. Entrando nei particolari, lo sconto del 10% a favore dei lavoratori in difficoltà dal 15 febbraio al 45 luglio sarà esteso anche ai lavoratori precari e autonomi che avranno cessato l’attività: si tratta di una fascia di persone, soprattutto giovani, che non gode di sostegni pubblici di fronte alla crisi occupazionale; lo sconto interesserà 16.500 clienti, trasferendo ad almeno 50.000 persone oltre 1 mio di euro. Continuerà pure la possibilità per i clienti di iper e super, iniziata nell’ottobre scorso, di pagare le bollette Telecom, Hera, Enel e Enel Gas al costo di 50 centesimi per i soci (che rappresentano il 74,5% delle vendite totali di Coop Adriatica) e 1 euro per gli altri. Altra iniziativa è lo sconto fino al 35% praticato dai celiaci, tramite buoni spesa delle regioni, per l’acquisto in 76 pdv dell’Emilia Romagna e nelle farmacie di prodotti senza glutine (dai costi molto superiori a quelli dei prodotti normali), grazie alle convenzioni con le Asl dell’Emilia Romagna, che la cooperativa ha intenzione di estendere a Veneto, Marche e Abruzzo. Verranno inoltre aumentate le promozioni per i tutti i clienti e le offerte riservate ai soci. Per esempio già il 12, 13 e 14 febbraio negli iper i soci Coop potranno usufruire dello sconto del 20% su un prodotto non alimentare a scelta, mentre nei super si potranno utilizzare i buoni spesa da 5 euro su una spesa di almeno 30 euro. Proseguirà la proposta, in atto dal 2005, del pane comune venduto a 1 euro al kg, verrà ampliato il numero dei prodotti primo prezzo e saranno proposte a prezzi sostenibili eccellenze alimentari. Dall’1 marzo, poi, sarà possibile pagare la spesa adoperando i principali buoni pasto. E, infine, il recupero a fini solidali degli alimenti invenduti presente in 63 pdv (“brutti ma buoni”) verrà esteso ai prodotti per l’igiene della persona e l’abbigliamento.
Per lo sviluppo e la ristrutturazione della rete Coop Adriatica investirà circa 140 mio di euro e ampliare la sua presenza in Sicilia (insieme alle cooperative socie di Ipercoop Sicilia). Le aperture più importanti saranno 9, di cui le più significative saranno l’apertura di un Ipercoo a Conegliano Veneto (che servirà da test di struttura di vendita completamente sostenibile) e i supermercati di Castel Maggiore (Bo) e Riccione (la prima apertura romagnola dopo 18 anni). Lo sviluppo della rete porterà con sé 200 nuovi posti di lavoro di cui il 92% a contratto a tempo determinato. I soci dovrebbero aumentare del 2,7% a 1.087.000 e i prestatori del 2,2% a 230.000. (Italo Mora)

· Sbloccata la crisi quinquennale del Parmigiano-reggiano? (31/01/2010)  

L’anno 2009 per alcuni settori produttivi non è stato del tutto negativo. Per il prodotto tipico e doc Parmigiano-reggiano, per esempio, sono aumentati i consumi, l’esportazione, la concentrazione e le quotazioni.

L’anno 2009 per alcuni settori produttivi non è stato del tutto negativo. Per il prodotto tipico e doc Parmigiano-reggiano, per esempio, sono aumentati i consumi, l’esportazione, la concentrazione e le quotazioni. Sarà ripresa stabile? E’ superata la crisi che ha colpito la produzione del prodotto negli ultimi 5 anni? Lo sperano tutti, soprattutto le a 3.676 aziende conferitrici e i 405 caseifici, che nel 2008 hanno realizzato 870 mio di euro di giro d’affari. Intanto la situazione non può che sollevare l’animo dei produttori e distributori. Gli acquisti degli italiani sono aumentati dello 0,7%, passando dalle 46.830 tonnellate a 47.169, grazie soprattutto al centro Italia (+3%). Queste vendite sono passate soprattutto attraverso gli iper e i super, che hanno venduto 32.603 tonnellate contro le 31.545 dell’anno precedente (cioè + 3,4%), a scapito, in modo particolare, delle superette e dei semilibero servizio (-12,7%), che rappresentano in realtà il canale che soffre la modernizzazione della distribuzione, sostituiti sempre di più dai super di vicinato. Non meraviglia, poi, che il discount sia passato da 2.583 tonnellate a 2.541 (-1,6%), dal momento che esso non è il luogo di vendita più adatto per un prodotto così qualificato e che le promozioni hanno interessato soprattutto le prime due tipologie. Quest’ultimo elemento spiega anche il calo del 2,6% del negozio tradizionale, dello specializzato (-2,6%) e degli ambulanti e altri (-3,3%). Nell’acquisto è da notare la diminuzione del 7,9% del grattugiato, anche se esso rappresenta solo il 4,6-5,0% del consumo. Comunque ne ha guadagnato non tanto la vendita dei pezzi/punte (+1,2%) già di per sé molto alto, quanto i cubetti-bocconcini (+1,4%) pur nel loro bassa incidenza (0,3%). Questi ultimi sono stati oggetto di proposte del Consorzio in funzione del consumo di snack e barrette e degli accordi con Mc Donald’s perché offra ai francesi 15 mio di panini a base di Parmigiano-reggiano; a settembre 2010 questa iniziativa interesserà anche l’Italia.
Al maggior consumo è corrisposto, come succede da anni, la minor produzione: la flessione del 2,23% (da 3.014.659 forme a 2.947.292), che fa seguito a quella del 2008 (-3,1%) e del 2007 (-0,40%), scendendo per la prima volta al di sotto dei 3 mio di forme (2.947.292). E’ lapalissiano che l’aumento dei consumi abbia richiesto il ricordo alle scorte, che infatti sono scese dell’11,3%. Questa situazione ha fatto in modo che negli ultimi tre mesi le quotazioni siano salite al di sopra degli 8 euro al kg (8,23 a novembre e 8,56 a dicembre; ma 7,30 a luglio-agosto), dopo anni che navigavano al di sotto (7,80 nel 2007, addirittura 7,40 l’anno scorso). Comunque, stando alle dichiarazioni dei responsabili del Consorzio del formaggio parmigiano-reggiano, nella conferenza stampa del 28 gennaio, “è una media che si mantiene ancora al di sotto dei costi di produzione”, soprattutto dei produttori della collina.
Altro fattore, che slega sempre di più il prodotto dal rischio di subire la situazione italiana, è l’aumento dell’esportazione, che è stata portata al 27% della quota, grazie soprattutto all’area Ue (+9,1%; molto è dipeso anche dalla sentenza del 26/2/2008 della Corte di giustizia delle Comunità europee sulla tutela del prodotto e del nome) e al Giappone (+5%). Gli effetti delle promozioni, che hanno interessato 66.000 forme anziché delle previste 50-55.000, non sono quindi mancati. Il numero delle forme interessate alle promozioni estere sarà globalmente mantenute anche quest’anno (65.000). Fra le catene europee più attive a proporre il Parmigiano-reggiano si distingue l’inglese Tesco. Per il futuro il Consorzio sta lavorando in sede Ue per giungere al reale governo della produzione e al confezionamento in zona d’origine (collegamento con il territorio), chiesto già nel lontano dicembre 2003.
Continua, infine, la razionalizzazione della rete produttiva (i conferitori sono 3.676), che, nel 2009, ha ridotto di 4 i caseifici (a dicembre erano 405, da 423 nel 2007), sia per cessata attività sia per integrazione con altri. (Italo Mora)

· La crisi mette in mostra le luci e le ombre di Legacooop (29/01/2010)  

Anno con ombre e luci il 2009 di Legacoop. Secondo un comunicato stampa della centrale cooperativa, la sua situazione 2009 (anche se non definitiva) è a pelle di leopardo.

Anno con ombre e luci il 2009 di Legacoop. Secondo un comunicato stampa della centrale cooperativa, la sua situazione 2009 (anche se non definitiva) è a pelle di leopardo. In essa si stacca, buona, la situazione del doppio comparto distributivo: cooperazione fra consumatori (Ancc-Coop) e cooperazione fra dettaglianti Ancd-Conad). Il fatturato di Legacoop è stato complessivamente di 56.813 mio (+1,62%), realizzato tramite 485.541 occupati (+0,77%) e 8.550.699 soci (+2,93%). Molto significativa quest’ultima cifra, quasi voglia mostrare che in momento di crisi cooperare diventa importante per agire e mantenere un livello di vita. Naturalmente a proposito di Coop e Conad è necessario tener presente il fatto che i dati di crescita dei loro fatturati non sono perfettamente raffrontabili con l’anno precedente, dal momento che i prendono in considerazione i dati assoluti e non quelli comparabili (per es. scostamento di fatturato della rete dei pdv operanti anche nel 2008). Comunque il fatturato preconsuntivo di Coop è di 12.744 mio, con una crescita sul 2008 dello 0,94%, con i soci aumentati del 3,47% a 7,2 mio e gli occupati dello 0,88% a 57.000, denotando quindi un leggero aumento della produttività per persona. Molto meglio è andato Conad, che, con i suoi 9.361 mio di fatturat, ha segnato una crescita del 6,2%, stabilità di soci a 3.600 e lieve aumento di occupati (soci e dipendenti dei pdv) con +1,09% a 37.000, mostrando invece, con lo scarto di 5,11 punti percentuali, un ottimo aumento di produttività. Conad risulta, in definitiva, il settore della Lega come il più dinamico dei nove, nonostante la forte crisi economica che ha contrassegnato l’anno appena terminato. Una prova significativa viene dalle statistiche AcNielsen che, con il 14,6% di quota di mercato super che assegna al gruppo distributivo, lo consacra prima insegna italiana di supermercati, nonostante le precisazioni e contestazioni della cugina Coop. Secondo Legacoop la dinamicità di Conad è dovuta soprattutto all’introduzione di nuovi servizi: parafarmacia, distribuzione di carburanti e l’appena varate ottica. Coop, invece, nonostante il forte rallentamento delle sue vendite, ha visto aumentare i suoi soci, segno della fiducia che l’insegna ha saputo suscitare nei cittadini italiani, soprattutto grazie alle promozioni in difesa del reddito in crisi delle famiglie italiane (soprattutto con disoccupati). Sembra però che la prima insegna italiana della distribuzione abbia in cassetto un piano di sviluppo che prevede, fra il 2010 e il 2011, l’apertura di 66 nuovi punti di vendita, tra cui, al sud, 6 iper.
Ritornando sempre al comunicato stampa di Legacoop, difficoltà hanno riscontrato i settori abitazione, cioè il valore degli immobili ultimati nell’anno (-9,75% di fatturato che ha comportato un –0,32% di occupati) e produzione e lavoro (con 2,44%, in stabilità di occupati: +0,05%, soprattutto a causa del comparto manifatturiero, in particolare estero). I due settori denotano la crisi, è chiaro. Non sorprende quindi che il settore servizi abbia presentato un +5,02%, grazie soprattutto alla combinazione multiservizi-ristorazione, che ha mantenuto le attività, e all’incremento delle acquisizioni. La cooperazione sociale ha presentato un aumento di +1,85%, certamente debole, ma comprensibile a causa della diminuzione delle commesse pubbliche (soprattutto sanitarie) e dell’azione di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati da essa svolta.
Comunque, dietro la facciata delle cifre, per Coop si nascondono, secondo R&S Mediobanca, conti aggregati in rosso per 184 mio. E’ vero, infatti, che la raccolta da soci ha raggiunto complessivamente 15,5 mld (a cui conviene aggiungere 1,5 mld di cassa e 2,4 mld di titoli immobilizzati), però i suoi rapporti con la finanza - possiede un portafoglio di 6 mld fatto da titoli di stato e obbligazioni e di partecipazioni non consolidate per complessivi 1,5 mld e le partecipazioni delle Coop consumo in Holmo (holding di Unipol: 57,23%), Ugf (ex Unipol: 1,32% nelle assicurazioni Unipol e 5,50% nell’Unipol banca), Mps (3,62%) e Carige (1,66%) - non sono stati, almeno nel 2008, molto soddisfacenti. Si pensi solo a Coop Consumatori Nordest che con le opzioni ci ha rimesso 240 mio in un solo esercizio e 106 mio con i titoli azionari e obbligazionari con la fallita Lehman, ai 189 mio persi da Unicoop Firenze per la svalutazione di Mps ecc. Insomma, a causa soprattutto del settore finanziario, le nove cooperative Coop sono passate nel loro insieme dai 113 mio di utile del 2007 a un rosso di 184 mio dell’anno seguente.



· La marca privata ha i suoi fan (25/01/2010)  

Dal momento che l’attuale crici economica sta cambiando le abitudini del consumatore, un convegno di MarcabyBologna Fiere tenutosi il 20 gennaio ha presentato un’indagine del sociologo Giampaolo Fabris sul comportamento del cliente della distribuzione

Dal momento che l’attuale crici economica sta cambiando le abitudini del consumatore, un convegno di MarcabyBologna Fiere tenutosi il 20 gennaio ha presentato un’indagine del sociologo Giampaolo Fabris sul comportamento del cliente della distribuzione nei confronti della private label. Con una premessa: oggi la marca privata offre molte più alternative che nel passato e una segmentazione molto più ricca. Complessivamente il 71% degli italiani, rappresentati da un campione di 1.000 casi, ha un’insegna di riferimento che frequenta più spesso a causa della sua vicinanza (24,4% del campione), sia perché è la preferita (55,6%), sia per le due motivazioni insieme (20%). Fra le motivazioni più ricorrenti della scelta prevale l’ubicazione del pdv, seguita dalla completezza della gamma, la presenza delle marche preferite, un buon ambiente, un buon assortimento dell’area del fresco e una migliore qualità dei servizi offerti (fila alle casse, personale disponibile, il servizio a domicilio ecc.). Come si può osservare, il pdv non mette solo a disposizione prodotti e induce a venderli , ma è anche strumento di comunicazione, momento di socialità, mediazione simbolica con le merci, creazione e manifestazione dei valori della marca, produzione di atmosfera, generazione di esperienze. Fra l’altro una larga maggioranza degli intervistati ritiene che non ci sia uno scarto di qualità tra i prodotti a marchio e le marche industriali. Anzi è convinta che rappresentino una scelta razionale per la maggior convenienza, del poter scegliere tra i produttori anche piccoli, che non hanno nulla da invidiare alle grandi industrie (71%, cumulativo con altri parametri) e che valorizzano i prodotti del territorio (65%). Per questo la marca privata è come quella industriale (64,3%). In definitiva, si riduce ulteriormente nella mente dei consumatori il gap/subalternità con la grande marca. Quella privata vive sempre più il rapporto con il proprio territorio come elemento qualificante. Non solo, è il più grande artefice dello statuto di un’insegna. Inoltre i prezzi delle private label riflettono correttamente il rapporto qualità/prezzo (65,6%) e a volte rappresentano un’occasione (22,4%). Ecco la classifica dei loro principali punti di forza, sempre secondo lo studio di Fabris: esse danno un senso di consapevolezza nella scelta e di attenzione al rapporto prezzo/qualità (64,7%), sono una reazione all’eccesso di pubblicità che aumenta i costi dei prodotti (62,5%), possono addirittura essere migliori di quelle dell’industria perché la distribuzione può scegliere (60,5%), sono prodotti democratici, egualitari e sobri (60,0%), semplificano la scelta (56,6%), sono più legati al territorio (55,9%), sono una necessità (55,2%), sono più sicuri e controllati (52,4%) e sono più rispettosi dell’ambiente (49,2%).
Il cambiamento di atteggiamenti, comportamenti e inclinazione verso le private label è piuttosto recente, ma significativo. Da prodotti poco costosi e di bassa qualità sono ritenuti, oggi, di prezzo equo e di qualità consona, da destinati a classi operaie e famiglie indigenti ora possono soddisfare anche le persone smart e consapevoli, diventando così non più prodotti di necessità, ma di scelta. Comunque i consumatori critici nei loro confronti prevalgono ancora (44,6% degli intervistati), mentre i fan formano un gruppo consistente (30,2%); i restanti (25,1%) si possono hanno un atteggiamento di maggiore neutralità, che tuttavia potrebbero diventare componenti del bacino d’utanza delle private label.

· Non solo la crisi rilancia la marca commerciale (25/01/2009)  

Da anni la marca commerciale non smette di crescere. Nel 2009 ha raggiunto il 13,6% della quota di mercato in valore del largo consumo confezionato, contro il 12,7% dell’anno precedente e l’11,8% del 2005

Da anni la marca commerciale non smette di crescere. Nel 2009 ha raggiunto il 13,6% della quota di mercato in valore del largo consumo confezionato, contro il 12,7% dell’anno precedente e l’11,8% del 2005. La marca industriale, invece, non riesce ad arrestare la sua continua discesa: 86,4% nel 2009, contro l’87,3% nel 2008 e l’88,2% nel 2005. Il valore complessivo della marca privata nel 2009 è stato di circa 5 mld di euro negli iper e super e di oltre 8 mld se si comprendono anche le altre tipologie di pdv. Una crescita che tocca le principali tiopologie di pdv (iper e super), in tutte le zone del Paese, in tutti i reparti merceologici e in tutti i principali segmenti (soprattutto premium e marca d’insegna). Nelle quote di mercato all’interno della marca privata l’85,2% è dovuto alla marca insegna (+10,4% sul 2008), il 5,7% alla marca di primo prezzo (+8,5%), il 2,8% alla marca premium (+29,9%) e il 6,2% alle altre tipologie (+5,7%). Nonostante ciò l’Italia ha ancora tanta strada da percorrere nei confronti dei principali paesi europei occidentali: un 12,2% di quota nel 2007, contro il 30,5% in Gran Bretagna, il 30,9% in Spagna, il 24,6% in Olanda, il 26,1% in Francia e il 12,7% in Germania.
Questi sono i dati di partenza del 6° rapporto annuale sull’evoluzione della marca commerciale in Italia, curato e presentato da Guido Cristini, ordinario di Marketing all’Università di Parma, al MarcabyBolognaFiere il 20 gennaio scorso. Un successo, quella della marca privata, nonostante, anzi anche grazie, la crisi e nonostante che il mercato sia statico. I fattori determinanti di questa crescita sono, da parte della domanda, la maggiore razionalità nelle scelte di consumo (value for money), la ricerca di elementi della convenienza (82% di media nei confronti della marca industriale), l’attenzione alla qualità e all’affidabilità della marca commerciale; da parte dell’offerta, invece, l’ampliamento di questa offerta (nuove marche, nuovi target, nuovi segmenti e nuove referenze), la maggior convenienza relativa, il ricorso alle promozioni di prezzo (+3,6%), la migliore qualità offerta percepita e grandi investimenti nella comunicazione.
Il successo futuro della marca commerciale dipenderà dalle scelte strategiche, organizzative e di marketing che le imprese distributive riusciranno a nel medio e lungo termine. Nelle scelte strategiche saranno importanti la centralità dell’offerta fondata sul prodotto a marchio (architetture assortimentali, logica di buyng, politica di pricing, logiche di space allocation ecc.), sul business model fondato sulla creazione del valore nel medio termine, sull’orientamento al marketing di categoria (valutazione del margine complessivo generato) e non più agli acquisti (miglioramento delle condizioni) e sull’appoccio relazionale di lungo termine con i copacker. Nell’organizzazione centrale saranno l’assegnazione di maggiori responsabilità di business al reparto che si occupa dei prodotti a marchio, le maggiori (in qualità e quantità) risorse umane assegnate a questa funzione, agli investimenti in marketing intelligence, alla ricerca e sviluppo e controllo qualità e all’incentivazione dei sistemi di pianificazione, supporto e controllo. E infine nel marketing distributivo il fulcro dev’essere la creazione di valore d’insegna, l’attenzione all’impatto ambientale, la maggiore richiesta d’informazione da parte dei consumatori (qualità, provenienza, processo di trasformazione, ingredientistica, modalità di conservazione, utilizzo ecc.) e l’interesse ai prodotti più tipici, più naturali, più territoriali e più tradizionali e all’artigianalità, al vernacolo gastronomico ecc. Infatti i paradigmi di consumano stanno mutando: si passa da economie consumistiche a economia del consumo attento e responsabile, dall’economia del possesso e quella dell’accesso e dell’esperienza, da modelli di consumo basati sull’ostentazione e quelli fondati sulla relazione e sul riconoscimento sociale e da nuovi status symbol (per es. tempo libero).
L’analisi realizzata dall’Università di Parma mette in risalto come le insegne che hanno incrementato di più la quota della marca commerciale sono state quelle che hanno consolidato presso il consumatore una forte identity d’insegna (valore, norme e azioni), una strategia multibranding nello sviluppo della marca privata nel singolo segmento merceologico (in particolare attraverso la marca premium), l’entrata in categorie di prodotto innovative (surgelati, prodotti freschi, prodotti servizi, parafarmaco ecc.), e l’aver creato rapporti di partnership con i copacker migliori (nella R&D, logistica, packaging e controllo di qualità e una forte attenzione alle politiche di packaging in funzione dell’aumento del valore e della funzionalità del prodotto. (Italo Mora)

· Quattro sono le tendenza strutturali del commercio futuro (23/01/2010)  

Ben venga questa maledetta crisi. Sembra questo l’atteggiamento di un dossier di Lsa sulle tendenze inevitabili del commercio di domani.

Ben venga questa maledetta crisi. Sembra questo l’atteggiamento di un dossier di Lsa sulle tendenze inevitabili del commercio di domani. Nella distribuzione, dopo un lungo periodo di corsa a una taglia sempre maggiore dei punti di vendita, si ritornaora alla lotta sui prezzi e alla differenziazione fra catene. Le grandi tendenze strutturali del commercio di domani per il settimanale francese sono quattro: il modello discount, il risparmio di tempo-prossimità, il senso agli acquisti e il trattamento personalizzato del consumatore. Resta il problema della taglia: è chiaro che è difficile reinventare nuovi modelli senza sacrificare i propri acquisti. Ciò richiede ribaltare completamente il modo di pensare: passare da una cultura mass-market a una cultura della personalizzazione e dei servizi; non semplice da realizzare soprattutto per le catene quotate in borsa, sempre attente alle fluttuazioni. In riferimento alla prima tendenza strutturale i clienti vogliono sia i prezzi sia la qualità e l’attrattività, binomio logicamente quanto mai arduo da realizzare. Le esperienze tentate in questi ultimi tempi dalle varie catene si orientano verso un discount che sia soft e un super che sia leggero (light), dove vengono ridotte le gamme di prodotti di largo consumo, ampliate le referenze dei prodotti a marchio (che offrono prezzi più contenuti della marca) a scapito delle marche nazionali e preferiti i prezzi bassi permanenti alle promozioni temporali. La seconda tendenza, quella di far guadagnare tempo, porta il consumatore a preferire la prossimità e a utilizzare al meglio la tecnologia nel punto di vendita (la cassa a libero servizio, per esempio) e il sistema drive, dove il cliente ordina da casa e passa al punto di vendita solo per ritirare nel magazzino la sua spesa già preparata. La quarta tendenza strutturale è quella di non accontentarsi più di vendere prodotti, ma di impegnarsi verso i valori (per esempio lo sviluppo permanente, il commercio equo e solidale, il biologico e il rispetto della natura) e di lavorare su un percorso d’identificazione del cliente e di appartenenza di gruppo e di comunità. Insomma fare di tutto per offrire ad essi vantaggi immateriali simbolici e valoriali. E infine l’interazione, mettendo da parte la standardizzazione. Al commercio i clienti chiedono di partecipare, affinché siano meglio percepiti i loro bisogni e i loro desideri. Essi devono quindi essere maggiormente coinvolti a monte nel concepimento dei prodotti, tramite un sistema di ascolto e di voto, e di parteciupare attivamente nel pdv, che diventa un luogo vivo e interattivo; si permetta, per esempio, di toccare e provare i prodotti, soprattutto quelli non-food, di comporre le combinazioni di fiori o di gioielli o di far aderire al massimo un capo d’abbigliamento al proprio corpo.

· I distretti del commercio in un convegno della Regione Lombardia (23/01/2010)  

Grande interesse ha suscitato il convegno promosso da Regione Lombardia e organizzato da IRER sul tema “I distretti del commercio: esperienze e prospettive della Lombardia”...

Grande interesse ha suscitato il convegno promosso da Regione Lombardia e organizzato da IRER sul tema “I distretti del commercio: esperienze e prospettive della Lombardia” svoltosi a Milano il 21 gennaio scorso.
Il convegno, apertosi con un filmato che ha presentato le esperienze maturate a Barcellona e a Londra, si è articolato in 4 sessioni. Nella mattinata hanno avuto luogo due sessioni: la prima dedicata ai tecnici (Luca Pellegrini, Sandro Castaldo, Giuseppe Minoia, Aldo Bonomi e coordinata da Luigi Rubinelli), la seconda,coordinata da Paolo Del Debbio, dedicata a rappresentati di Enti ed associazioni di categoria (l’assessore regionale Franco Nicoli Cristiani, Giacomo De Ghislanzoni Cardoli, Attilio Fontana, Pietro Malaspina, Riccardo Perdomi, Carlo Sangalli e Mauro Bussoni, con le conclusioni del Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Nel pomeriggio le altre due sessioni sono state dedicate alla presentazione di esperienze: nella prima, introdotta da Paolo Mora, direttore generale del Servizio commercio della Regione Lombardia, sono state illustrate esperienze lombarde, con interventi di Rudy Collini, Davide Cornacchia, Gianroberto Costa, Danilo Maiocchi, Benvenuto Morandi, Giuseppe Pannuti e Alessandro Riva; nella seconda sono state illustrate esperienze straniere (Usa, Svizzera, Francia e Belgio).
Di questo ampio e nutrito dibattito vogliamo ricordare le considerazioni preliminari sviluppate da Luca Pellegrini (Università IULM di Milano), che ha ricordato come con l’esperienza de Distretti urbani del commercio siamo in presenza di una fase di discontinuità rispetto alle prime esperienze dei Consorzi di via e a una fase di istituzionalizzazione di queste esperienze sulla base di forme di partnership tra pubblico e privato. Di particolare interesse i cosiddetti Distretti “diffusi”, costituiti da una pluralità di comuni, in quanto in questo modo anche i piccoli comuni trovano un polo centrale a cui fare riferimento in forme di gestione unitaria delle attività di servizio. Di particolare interesse poi il fatto che coi Distretti si supera il vecchio dissidio tra Grande distribuzione e piccola distribuzione, realizzandosi con la concentrazione dell’offerta delle economie di agglomerazione.
Dal canto suo il sociologo Aldo Bonomi ha affermato che la politica regionale deve andare oltre al distretto, per puntare sulla filiera tra commercio, turismo e servizi per grandi aree territoriali, che normalmente superano i confini amministrativi delle province, quali l’arco alpino, la pedemontana, l’area metropolitana milanese. In secondo luogo occorre attivare meccanismi di aiuto nelle aree di desertificazione commerciale, assicurando il presidio commerciale, in quanto quando chiude ad esempio una latteria è un pezzo di comunità che viene meno.
Sandro Castaldo (SDA Bocconi) ha posto in rilievo come ora il cittadino consumatore oltre che di prodotti ha sempre più bisogno di servizi commerciali che siano in grado di soddisfare un insieme di bisogni (la cosiddetta “customer satisfaction”). Occorre pertanto partire dalle esigenze dei diversi segmenti del mercato dei consumi per offrire delle risposte di sistema. A questo proposito ha ricordato l’esperienza giapponese dei “shopping trips”, che coniugano insieme arte, cultura e shopping. Di qui l’importanza di politiche di marketing territoriale per creare una fiducia congiunta tra i vari attori (pubblici e privati), in modo che imprese e istituzioni imparino a collaborare per il raggiungimento di obiettivi comuni.
Di notevole interesse l’intervento di Pietro Malaspina, presidente del Consiglio Nazionale Centri Commerciali (Cncc) che ha dato atto alla Regione Lombardia di perseguire con sano pragmatismo una politica di effetti cumulati negli ambiti vocati al commercio. Egli ha dichiarato che il Cncc è pienamente interessato alla crescita dei Distretti urbani, fornendo una totale disponibilità ad entrare come partner per lo sviluppo di queste esperienze, superando le esperienze autolesioniste delle contrapposizioni del passato tra centri periferici artificiali e centri città naturali: trattasi di creare un unico network, condividendo esperienze di comunicazione e gestione del distretto.
Anche Mauro Bussoni, vice direttore Confesercenti nazionale, ha riconosciuto che l’esperienza lombarda dei distretti urbani del commercio è di notevole interesse, in quanto prevede il coinvolgimento di una pluralità di comuni, un arco triennale di attuazione degli interventi e una cabina di regia. Attraverso eventi e altre iniziative un territorio promuove la propria immagine con il coinvolgimento di Enti pubblici e operatori privati.
Carlo Sangalli, Presidente della Confcommercio nazionale, ha dato atto alla Regione Lombardia di essersi mossa con grande equilibrio in questa fase di promozione dei Distretti urbani del commercio. In questo momento in cui il settore commerciale sta attraversando una forte crisi (20.000 negozi in meno nel 2009) occorre ripensare la città, facendone un luogo in cui ci si sente sicuri, con strade illuminate, una molteplicità di insegne presenti quale presidio sociale del territorio, ponendo attenzione al verde e all’arredo urbano, valorizzando il patrimonio artistico e i negozi storici. Tutto ciò con un gioco di squadra tra attori pubblici e privati nella valorizzazione dei territori e l’attuazione del principio di sussidiarietà.
Traendo le conclusioni del dibattito il Presidente Roberto Formigoni ha dichiarato che l’esperienza dei Distretti urbani del commercio avviata dall’ottobre 2007 non solo è risultata innovativa, ma anche positiva. Pur in un contesto difficile si può ritenere che la sfida sia stata vinta. I Duc si stanno affermando come espressioni autoorganizzate del territorio, creando fiducia tra i vari attori che vi partecipano e realizzando forme di coesione sociale, che mirano alla condivisione del bene comune sulla base del principio di sussidiarietà. Con i 72 distretti creati, a cui partecipano 231 comuni e ai quali la Regione Lombardia ha riservato 31 milioni di euro d’investimento, si è creata una massa critica di notevole impatto economico: la leva viene stimata pari a 3 volte l’investimento regionale, per cui si tratta di circa 90 milioni di euro. L’obiettivo è quello di creare forme di partnership durature, ricercando nuove modalità di finanziamento. Con il terzo bando che scade a fine gennaio i distretti creati dovrebbero salire a oltre 100, creando le condizioni per sviluppare politiche integrate di investimento tra i vari Enti pubblici, il sistema camerale e gli operatori privati. (Onorio Zappi)

· Conad è soprattutto prossimità (o supermercati) (15/01/2010)  

Secondo Istat nei primi tre trimestri del 2009 le vendite del commercio fisso a prevalenza alimentare ha mostrato un –0,5% sullo stesso periodo dell’anno precedente.

Grandi sono in Italia le difficoltà nelle vendite al dettaglio. Secondo Istat nei primi tre trimestri del 2009 le vendite del commercio fisso a prevalenza alimentare ha mostrato un –0,5% sullo stesso periodo dell’anno precedente. All’interno, tranne la tipologia discount che è cresciuta dello 0,7% (logico), l’ipermercato ha segnato un –1,3% e il supermercato un –0,3%. Come dire che la prossimità resiste meglio alla crisi. Ebbene in questa situazione Conad ha presentato un giro d’affari complessivo dei suoi 8 gruppi cooperativi di 9.361 mio di euro, che corrisponde a un +6,9% sull’anno precedente, grazie soprattutto all’aumento della sua rete di vendita, passata da 2.832 a fine 2008 a 2.886 a fine 2009. Per questo sono più significativi il dato del 2% dell’aumento delle vendite a parità di rete (è da 4 anni che la crescita rimane costante) e, ancor più, quello per cui Conad è diventato leader del segmento dei supermercati, con una quota del 14,6% del settore. Fini distinzioni e puntualizzazioni della concorrenza più diretta, seguite da contestazione sul dato, hanno fatto seguito all’annunciato fatto dall’amministratore delegato Camillo De Berardinis il 21 dicembre scorso in una conferenza del consorzio Conad tenutasi a Milano. La polemica meraviglia, perché si sa che la prossimità è nel dna di Conad, sia dalla nascita (riunione in cooperative di negozi alimentari tradizionali) sia dalla scelta esplicita (la partnership con E.Leclerc negli ipermercati è chiaramente indicativa del fatto che il suo kow how è profondamente fatto di prossimità). La prossimità, certo, che a volte si avvicina al concetto di vicinanza, entrambi comunque più basati sul servizio che sull’attrazione, evolve come evolve il mercato e la domanda. Prima o poi la quota Conad dovuta ai suoi supermercati doveva essere raggiunta, pena la sua stessa crisi. Non è la specializzazione nel servizio che ora richiede (fino a quando?) la domanda alimentare italiana? Senza che ciò implichi la possibilità di fare previsioni sul futuro dell’ipermercato; che, fra l’altro, sono sempre fallite, e miseramente. Si pensi solo a quella che trent’anni fa facevano i teorici della distribuzione moderna sul numero degli iper in Francia: completamente sballata, perché, da buoni cartesiani, non avevano previsto che anche il concept dell’ipermercato sarebbe evoluto. Ritornando all’Italia, il supermercato si adatta più facilmente a un’orografia del nostro paese, che per un terzo è fatto di montagne, un terzo di colline e l’ultimo terzo di pianure. E l’orografia, che condiziona gli spostamenti, rimarrà globalmente sempre la medesima. Secondo Nielsen la crescita dei supermercati Conad a rete costante è stata dell’1,97%, mentre quella della sua concorrenza è stata negativa (-0,31%), con un divario, quindi, del +2,28 punti percentuali.
Diamo altri dati aggiornati su Conad che affronta il 2010. La patrimonializzazione complessiva delle cooperative associate nell’ultimo quinquennio è aumentata del 120%, raggiungendo i 1.650 mio. Il fatturato della marca commerciale, composta da 2.050 prodotti (1.550 confezionati e 500 freschi) rappresenta i 21% del fatturato complessivo della rete e addirittura, stando alle dichiarazioni dei responsabili del consorzio, 1 prodotto su tre è leader di mercato.
Per il futuro Conad intende continuare nell’esperienza delle parafarmacie (40 operative oggi) e dei distributori di carburante (solo 5, per il momento), nonostante l’opposizione delle lobby. Qui si sente la testardaggine di E.Leclerc per i settori non alimentari. Per l’ottica (“Ottico Conad”), che avrà un corner all’interno delle superfici di vendita o una boutique all’interno del centro commerciale, Conad pensa di raggiungere il numero di 11, compresi i 2 già aperti in Piemonte (a Savigliano e Alba) nel 2008. Presto li vedremo a Bologna, Modena, Roma Castel del Marmo e Viterbo.

· Coin acquista Upim (28/12/2009)  

Dopo lunghe trattative il gruppo Coin ha acquisito la catena dei magazzini Upim.

Dopo lunghe trattative il gruppo Coin ha acquisito la catena dei magazzini Upim. Alquanto complesso il meccanismo di acquisizione. Gli azionisti di Upim (Investitori Associati col 46% del capitale, Deutsche Bank Real Estate Opportunities Group col 30%, Pirelli Real Estate col 20% e Gruppo Borletti col 4%) ottengono una partecipazione del 7,5% del capitale del Gruppo Coin. Detta partecipazione avrà un lock up di due anni, alla cui scadenza il gruppo Coin può esercitare una opzione d'acquisto sostenendo un costo pari a 70 milioni di euro. Nella società veicolo detentrice del 7,5% del capitale del gruppo Coin entrano con il 60% le banche creditrici di Upim ( Unicredit e Natixis) e con il 40% gli ex azionisti di Upim.

· Per l’immobiliare commerciale inizia un decennio tutto diverso (30/12/2009)  

La crisi economica e l’evoluzione del mercato e dell’urbanizzazione stanno producendo un profondo ripensamento dell’immobiliare commerciale.

La crisi economica e l’evoluzione del mercato e dell’urbanizzazione stanno producendo un profondo ripensamento dell’immobiliare commerciale. E’ sufficiente consultare il n. 2113 del settimanale francese Lsa. Le banche non sono più “generose” nel finanziare lo sviluppo di strutture commerciali, facendo innalzare alle stelle la quota che gli sviluppatori devono anticipare. La soluzione, secondo i francesi, sta nel ritornare ai fattori fondamentali troppo spesso dimenticati: la densità abitativa delle zone in cui aprire una struttura e la presenza di locomotive forti, soprattutto alimentari. Come se non bastasse, il decennio 2010 si presenta con caratteristiche tutte diverse: interventi più leggeri da parte dei e abbandono di progetti, rispetto dell’ambiente e drastici risparmi energetici, revisione della rete commerciale per la maturità di quella esistente e alla densità urbana e trasformazione del rapporto di (in)dipendenza dei consumatori dai luoghi del commercio dovuta alle evoluzioni demografiche e sociali, alle nove tecnologie e alla disponibilità di energia. Il settimanale elenca quindi quali, secondo gli esperti, saranno i pilastri dei centri commerciali del decennio. Questi sono cinque, che si contrappongono quelli fino ad oggi praticati. Il primo è l’integrazione, che vedrà l’immobiliare commerciale abbandonare il passo della conquista delle periferie e la sua grandeur per impegnarsi nella risistemazione degli spazi urbani assieme alle altre “funzioni vitali”. L’urbanistica commerciale diverrà parte integrante in questa attività e contribuirà a “costruire la città”, partecipando insieme al “vicinato” (abitazioni, uffici, terziario ecc.) alla sua espansione, alla sua rivitalizzazione e al rispetto del patrimonio in un intreccio stretto e fattivo. Ci si dovrà ispirare alle città di cinque secoli fa, dove gli edifici di potere, di culto e dell’amministrazione pubblica erano intrecciati a quelli del commercio, attorno alle piazze, alle strade e ai giardini, fondendo il nobile col popolare. Ecco quindi il secondo: il missaggio integrato e sinergico fra commercio, uffici e abitazioni. I centri commerciali diverranno simbiotici con la città, eliminando le frontiere “interno-esterno”. Il terzo è la responsabilità di fronte all’ambiente (l’”onda verde”) e alla dimensione umana, sociale e occupazionale del luoghi commerciali, abbandonando lo stereotipo “officina gigante per vendere” dell’iper e delle gallerie per una taglia più umana a geometria variabile. Questi diverranno produttori di energia più che consumatori, cioè supereranno l’autosufficienza energetica rinnovabile, fino ad arrivare a crearne per altre strutture. Il quarto è la collettività, in cui la concezione e la realizzazione di una struttura commerciale diverrà un’“opera collettiva” inscritta nel suo ambiente facendo appello alle competenza di tutti gli attori della coerenza urbana, commercianti e abitanti compresi. I promotori immobiliari, quindi, per realizzare i loro centri commerciali dovranno ascoltare di più le insegne che conoscono e seguono i loro clienti. E infine, il quinto pilastro: la flessibilità, per cui i gestori dei centri commerciali dovranno inventare una nuova libertà di movimento commerciale. E’ necessario trovare nuove formule di affitto, dando maggior libertà d’entrata e di uscita ai tenent in moo da sperimentare formule innovative di commercio e avere il coraggio di prendere veri rischi che offrono anche opportunità di conquista dei clienti.

· E’ partita l’ottica di Conad (14/12/2009)  

Il 15 dicembre scorso è partito, negli ipermercati E.Leclerc Conad di Savigliano (Cn) (3.000 mq) e di Alba (Cn) (4.500 mq), il progetto di Leclerc e Conad di aprire anche in Italia una serie di luoghi di commercio dedicati all’ottica

Il 15 dicembre scorso è partito, negli ipermercati E.Leclerc Conad di Savigliano (Cn) (3.000 mq) e di Alba (Cn) (4.500 mq), il progetto di Leclerc e Conad di aprire anche in Italia una serie di luoghi di commercio dedicati all’ottica. Questa iniziativa fa parte del pacchetto di realizzazioni previste dalla partnership Leclerc e Conad, dopo l’introduzione in Italia delle parafarmacie e dei distributori di carburante. In Francia, infatti, Leclerc ha già aperto 30 boutique di ottica. I nuovi spazi di Conad porteranno le insegne di Ottico E.Leclerc, se boutique autonoma nella galleria di un centro commerciale in 80/120 mq, e di Ottico Conad , se corner in un supermercato in 40/80 mq. Oltre quelle cuneesi, sono previste, entro il 2010, l’apertura di altre sette, di cui le prime vedranno la luce a Bologna, Modena, Viterbo e Roma Casal del Marmo. Ottico Conad contiene 1.500 prodotti delle migliori marche di occhiali da vista, da sole, per bambini e lenti a contatto. I servizi previsti e gratuiti sono il preventivo, il controllo della vista tramite strumentazioni professionali e l’assistenza. Il prezzo d’ingresso per un paio d’occhiali da vista o da sole completi di lenti va da 29,90 a 49,90 euro, che godranno di una garanzia di due anni. Secondo il direttore generale di Conad, Francesco Pugliese, l’introduzione di questi nuovi settori ha come finalità quelle di ampliare l’offerta e migliorare i servizi offerti ai clienti Conad, dando loro “una possibilità in più per scegliere Conad”. Del resto quello degli occhiali è diventato ormai un settore di frequente consumo, se è vero che il 61% degli italiani porta occhiali da vista o da sole e li rinnova in media ogni due anni e mezzo.
A proposito degli altri due settori introdotti per Conad in Italia, quelli della farmacia-parafarmacia e della distribuzione dei carburanti, nel primo i punti di vendita o corner Conad sono oggi 40 (con un fatturato complessivo di 35 mio di euro), che dovrebbero diventare 100 entro il 2012. Nel secondo, invece, dove ci si scontra direttamente con le leggi regionali che ne limitano le aperture e duramente con le compagnie ben compatte nel sostenersi e nel rendere difficoltosa l’entrata di terzi, i distributori Conad sono solo 5, che però, nei prossimi mesi, dovrebbero raddoppiare. L’erogato medio di ogni impianto è di 13,9 mio di litri contro la media nazionale di 1,6.

· Nasce in Francia l’Institut pour la ville et le commerce (07/12/09)  

Il 3 novembre scorso a Parigi ha visto la luce l’Institut pour la ville et le commerce (Istituto per la città e il commercio)

Il 3 novembre scorso a Parigi ha visto la luce l’Institut pour la ville et le commerce (Istituto per la città e il commercio), aperto ai parlamentari, agli investitori e promotori della città, ai commercianti, agli urbanisti, agli architetti, ai professori universitari fino agli operatori del trasporto, dell’habitat, delle fondiarie e della ristrutturazione urbana ecc., che devono mettere in comune i loro valori, i loro pensieri, le loro analisi. Lo scopo del nuovo istituto, riservato ai francesi, è quello di essere un luogo di scambio, di dibattito e di confronto dei punti di vista per tutti quelli che partecipano allo sviluppo della città e del commercio. Un club di esperti, insomma, che conta fra i suoi 5 fondatori Jacques Dermagne, presidente del Consiglio economico, sociale e dell’ambiente, Christian Jacob, presidente della commissione parlamentare dello Sviluppo sostenibile e della Sistemazione del territorio, Philippe Houzé, presidente del gruppo Galeries Lafayette, Marc Goguet, fondatore e presidente di Procos e l’architetto Jean-Michel Wilmotte, presidente di Wilmotte & Associés sa. L’istituto, che ha la sua sede a Parigi presso Procos (rue du $ Semptembre, sito web www.institut-ville-commerce.fr) dovrà “accompagnare i mutamenti in corso nelle loro dimensioni societarie e umane”, alla luce dello slogan “Diano due ali alla città”. Per il momento si incomincia con atélier di riflessione pluridisciplinare, conferenze e colloqui. Inoltre ogni anno l’istituto lancerà un appello progetti di ricerca nell’insegnamento superiore e premierà i lavori migliori. Naturalmente, però, tutti si aspettano che questi progetti e alte riflessioni e messa in come delle esperienze trovino uno sbocco nelle città francesi. Solo così l’Institut pour la ville et le commerce non sarà nato invano. (dicembre)

· Sognando il centro commerciale del 2025 (04/12/2009)  

La rivista francese Sites Commerciaux ha realizzato un’inchiesta sulle caratteristiche dei centri commerciali nel 2025.

La rivista francese Sites Commerciaux ha realizzato un’inchiesta sulle caratteristiche dei centri commerciali nel 2025. Sul dossier del numero di novembre, realizzato in occasione del Mapic, ha tirato le conclusioni, facendo esprimere anche gli architetti. I promotori vedono nei prossimi anni un periodo soprattutto di ristrutturazioni e ampliamenti più che di nuove realizzazioni. Ma queste come saranno? Ma a quale spirito dovranno essere improntate le ristrutturazioni e gli ampliamenti? Gli shopping center della terza generazione saranno luoghi di vita e sorgeranno a fianco degli uffici e delle abitazioni, in cui i frequentatori potranno ricreare il piacere della città, con tutti i servizi che essa comporta. Dovranno essere strutture di servizio per tutti (anche anziani, handicappati e bambini), non solo per i consumatori o i clienti. Regnerà la prossimità, anzi l’”iperprossimità”. Dal momento che vi sarà grande uso del web, i punti di vendita fisici dovranno vendere soprattutto servizi e consigli, ritrovando così la loro caratteristica di scambio di beni e di relazioni. Secondo gli architetti saranno “aperti”, i negozi diverranno showrom, le insegne dei chioschi. Le merci, i rifiuti e il loro trasporto avverranno nel sottosuolo, le auto scompariranno, il verde regnerà, in modo che le strutture commerciali accolgano la vita del quartiere con convivialità e confort. Il centro commerciale si integrerà all’ambiente e alle strutture pubbliche e privatre con un intreccio di funzioni sociali (uffici, abitazioni, spazi per il tempo libero, centri medici, asili nido, giardini per l’infanzia ecc.). Qualche architetto prevedeaddirittura una struttura di centro commerciale effimera, quasi una struttura gonfiabile, trasparente e smaterializzato, che possa eliminare la delimitazione del dentro e del fuori. E’ la materializzazione di una visione futura. La tipologia ideale del shopping center sarà la strada riservata ai pedoni, che diverrà quindi un vero e proprio mall, servito da trasporti pubblici collettivi. Insomma regnerà l’unità urbana e il missaggio delle funzioni. Addio, quindi, ai blocchi monolitici di oggi posti nelle periferie delle città e dedicati al solo consumo delle merci. Il centro commerciale del domani proporrà una vera qualità di vita urbana, facendo scomparire, di certo, quegli immensi parcheggi che tanto lo caratterizzano ora, deturpando l’ambiente e la vita di relazione.

· Segnali d’umore di ripresa nell’immobiliare commerciale dal Mapic (03/12/2009)  

Apertosi sotto il segno di un sostanziale ridimensionamento degli spazi espositivi e della convegnistica alla fine il Mapic 2009 si è chiuso mandando segnali di cambiamento di umore circa una prossima ripresa dello sviluppo dell’immobiliare commerciale...

Apertosi sotto il segno di un sostanziale ridimensionamento degli spazi espositivi ( - 30% nella partecipazione degli espositori a livello globale; -70% in meno degli espositori italiani, secondo “Il Sole 24 Ore che aveva parlato alla vigilia di una presenza italiana “decimata”) alla fine il Mapic 2009 si è chiuso mandando segnali di cambiamento di umore circa una prossima ripresa dello sviluppo dell’immobiliare commerciale.
Secondo i dati ufficiali forniti da Reed Midem, società organizzatrice della manifestazione fieristica, la 15^ edizione del Mapic ha comunque visto la partecipazione di 6.700 delegati , di cui 1.500 retailer, provenienti da 66 paesi. Significative le nuove presenze da paesi quali l’Argentina, il Cile, il Messico, l’Algeria, l’Azerbajan, la Bielorussia, Malta e il Qatar.
Quseto cambiamenti d’umore è stato rilevato anche da un sondaggio svolto da ricercatori della Wisconsin School of Business, che ha constatato che il 53% dei partecipanti è risultata più ottimista alla fine del Mapic rispetto al suo inizio. Richiesti se negli ultimi 12 mesi le prospettive di mercato fossero mutate, il 65% dei retailer intervistati hanno dichiarato di essere più ottimisti, mentre il 35% degli sviluppatori immobiliari trovano comunque un miglioramento nelle prospettive del settore dell’immobiliare commerciale.
Peraltro alcuni annunci registrati al Mapic vanno in questa direzione. McArthurGlen ha annunciato che nel periodo 2010-2011 saranno sviluppati135.000 mq. di superficie commerciale in Europa; la francese Immochan ha presentato ben 51 progetti di centri commerciali a livello mondiale; per l’Egitto è stato presentato il progetto del Cairo Festival City.
Per l’Italia potremmo segnalare i diversi progetti presentati da Europ Invest: oltre al Factory Outlet aperto a settembre a Città Sant’Angelo (Pescara), Il Reggello Company Store in provincia di Firenze e il Vigevano Lifestyle Park in provincia di Pavia. Ancora più interessanti i progetti esteri di questa società: in Croazia il Kriz Village, il Athens Company Store a 60 km da Atene in Grecia, due progetti in Marocco ( il Marrakech Company Store e il Casablanca Village ed infine il futuribile progetto di un “outlet galleggiante” denominato Montenapoleone Outlet Ship, una vera e propria nave da crociera di 120 mt., che presenta una superficie commerciale di 3.900 mq, dedicata a 35 luxury shop e destinata ad ospitare a bordo oltre 2 milioni di visitatori all’anno.
Non minore interesse ha suscitato la presentazione del progetto “Occhiobello Outlet Village”, localizzato in provincia di Rovigo, ma in realtà situato a poca distanza dalla città di Ferrara, il quale presenta nel primo stadio di realizzazione una GLA di 20.000 mq, con la previsione di 74 punti di vendita.
Di grande interesse poi lo spazio espositivo di 100 mq dedicato alla partecipazione in fiera di alcune Regioni italiane (Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Lazio), divenute protagoniste della presentazione di alcuni progetti di valorizzazione di centri commerciali naturali. Anche alcuni Comuni italiani erano presenti con propri stand. E’ il caso di Alessandria e di Salsomaggiore Terme.
Molto importante poi il convegno organizzato dal Consiglio nazionale dei centri commerciali (Cncc), in collaborazione con Quotidiano immobiliare, sul tema “Italy: a challenger for shopping centres development”, di cui abbiamo già dato notizia direttamente dal Mapic.
Per quanto riguarda i premi assegnati ai progetti migliori presentati al Mapic vanno segnalati quelli relativi al “Best shopping centre of the year” assegnato a Westfield di Londra e al progetto relativo alla “Urban regeneration iniziative of the year” assegnato a Liverpool One, promosso da Grosvenor, per cui si può affermare che la parte del leone anche quest’anno l’ha fatta la Gran Bretagna.
Concludiamo questa rassegna informando che il prossimo Mapic avrà luogo il 17 –19 novembre 2010. (O.Zappi)

· Finiper entra in Sisa spa, che perde Consorzio Europa (24/11/2009)  

Il gruppo Finiper di Marco Brunelli ha acquistato il 20% della finanziaria Sisa spa proprietaria dei marchi e delle insegna del gruppo distributivo italiano Sisa

Il gruppo Finiper di Marco Brunelli ha acquistato il 20% della finanziaria Sisa spa proprietaria dei marchi e delle insegna del gruppo distributivo italiano Sisa, che sede a Funo di Argelato (Bo). Questo permette a quest’ultimo di poter far parte, dall’1/1/2010, della centrale d’acquisto Gdplus, cui già appartengono Carrefour Italia (e suoi gruppi controllati e master franchising: Aligros, Mar ecc. – escluso Cedi MarcheSelex), Finiper+Unes e Agorà Network. Lo seguiranno anche gli altri due suoi partner attuali Coralis e Inprof. La supercentrale passerà così da un’incidenza del 14,3% al 18% del grocery (in seconda posizione, in concorrenza con Intermedia ’90 , alle spalle di Centrale Italiana?). Questa operazione, oltre ad aumentare la tanto auspicata concentrazione della distribuzione alimentare italiana superando la storica divisione fra Gd e Do, è anche una piattaforma che in futuro permetterà alle insegne Sisa e Unes di mettere in piedi eventuali collaborazioni più strette e sinergiche, un vero e proprio progetto comune. Di esso, però, non sono ancora state stilate le caratteristiche e le modalità di funzionamento (“Dateci fiducia, lavoriamo anzitutto insieme, poi si vedrà”, affermano i dirigenti delle due parti). Naturalmente il progetto è dichiarato necessario dai partner “lungimirante” e dovrà essere “strategicamente nuovo”. Il “progetto industriale” comune verrà lanciato nel febbraio del prossimo anno. Comunque qualche suo parametro esiste già: scambi di know how, ulteriore presidio del canale di prossimità, razionalizzazione degli assortimenti, sviluppo di nuovi format, rafforzamento della marca privata, maggior puntualità di presenza sul territorio, elaborazione di nuove strategia per affrontare la nuova situazione del mercato ecc.
Nello stesso periodo però, e più precisamente dal 23 novembre, abbandona Sisa uno dei suoi sei pilastri strutturali: Cedi Sisa Nordovest, con sede a Siziano (Pv). Quest’ultimo riprende ora il nome che aveva nel suo ingresso in Sisa nel 1999, proveniente de Crai, di Consorzio Europa. Un brutto colpo per Sisa, che comunque cerca di incassarlo con filosofia. “La porta è aperta per tutti e tutti se ne possono andare senza sbatterla; e senza conseguenze sui rapporti con i fornitori”, afferma il presidente Sergio Cassingena. Di fatto l’abbandono di un gruppo che ha fatturato nel 2008 di 160 mio di euro e che possiede una rete di 193 punti di vendita (fra cui 9 superstore, 66 super e 58 superette), non è un piccolo avvenimento per un retailer nazionale che conta 2.475 pdv (perdita del 7,8%) e un fatturato complessivo 2008 di 4.289 mio di euro (perdita del 3,7%). Ma soprattutto perché Sisa, presente abbastanza omogeneamente in tutta Italia, si trova ora a dover riprendere l’opera di sviluppo territoriale in Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. In questo il sodalizio con Unes potrebbe essere di grande aiuto, anzi decisivo. (Italo Mora) (novembre)

· I furti nel Retail aumentati in Italia del 6,2% (16/11/2009)  

I furti in ambito Retail sono costati all’Italia 3,8 miliardi di Euro secondo quanto è emerso dal Barometro Mondiale dei Furti nel Retail 2009. L'incremento rispetto al 2008 é pari al 6,2%...

Checkpoint Systems, leader globale per il controllo delle differenze inventariali, ha presentato il 16 novembre scorso i dati 2009 della più dettagliata indagine indipendente sul numero e la tipologia di furti commessi all’interno dei punti vendita e della Grande Distribuzione, condotta dal Centre for Retail Research e patrocinata da Checkpoint Systems.
La terza edizione del Barometro Mondiale dei Furti nel Retail evidenzia che il livello di furti in questo settore ha raggiunto globalmente una cifra che poco si discosta dagli 84.165 miliardi di Euro nel 2009, traducendosi in un incremento significativo pari al 5,9% rispetto allo scorso anno. Si tratta dell’aumento più significativo di differenze inventariali mai registrato a partire dalla nascita di questo studio (2001)
In Italia, la percentuale di differenze inventariali è stata pari all’1,36% rispetto al fatturato del Retail, con un incremento del 6,2% rispetto agli stessi dati del 2008. I furti sono costati ai Retailer italiani ben 3.8 miliardi di Euro.
È interessante notare come l’Italia registri l’incremento più forte tra i Paesi dell’Europa occidentale: a precedere il nostro Paese nella classifica europea ci sono infatti solo Slovacchia ( +9,8 %), le Repubbliche Baltiche- Lettonia, Estonia, Lituania (+6,7%), Repubblica Ceca (+6.5%), e Turchia (+6.4%).
“I retailer attribuiscono le cause di almeno un terzo di tale incremento alla recessione economica”, ha affermato il Professor Joshua Bamfield, Direttore del Centro di Ricerca per il Retail ed autore dello studio.
Ed è stata proprio la recessione che ha colpito tutti i comparti della Grande Distribuzione ad aver generato un incremento dei furti tra i Retailer italiani. La ricerca del 2009 ha chiesto agli operatori se avessero riscontrato rispetto all’anno precedente un aumento significativo nei furti, tentati o riusciti, da parte di taccheggiatori e dipendenti disonesti. Nella classifica mondiale, l’Italia appare al primo posto nella percentuale di retailer che dichiarano di aver subito un incremento dei furti dovuto alla crisi (54,2%), seguita poi da Sud Africa (52,6%) e Stati Uniti (51,7%)
“Un aumento dei tentativi di furto non porta necessariamente ad un aumento delle differenze inventariali” - spiega Salvador Cañones, Country Manager di Checkpoint Systems per l’Italia - “Avere delle strategie di prevenzione dei furti che funzionano significa riuscire a fermare più taccheggiatori o a vanificare i loro tentativi, e la protezione sistematica dei prodotti ad alto rischio può ridurre le perdite.”
Per ciò che concerne le linee di prodotti maggiormente rubati, a livello globale le cifre più elevate sono state rilevate nel settore abbigliamento e capi firmati/accessori (1,84%) e nel settore cosmetici/profumi/prodotti per la bellezza/farmacia (1,77%).
L’Italia rispecchia le tendenze globali, con alcune specificità proprie del nostro Paese: nella classifica dei dieci prodotti maggiormente rubati, troviamo al primo posto gli alimentari “freschi” come carne, pesce, salumi e latticini, seguiti poi dagli articoli per la cura e l’igiene del corpo – cosmetici, profumi, ma anche pasta per dentiere e collutori – e da vini e superalcolici. I capi di abbigliamento si posizionano al quinto posto, salendo di ben due posizioni rispetto alla classifica italiana dello scorso anno.
Per quanto riguarda invece i prodotti che hanno subito gli incrementi più significativi nei furti, quest’anno si registra un +17,8% per pile e batterie ricaricabili, un aumento del 14,3% nei prodotti per la cura del corpo – sia maschile che femminile – seguiti poi da alimentari freschi (+ 10%), alcolici (+ 7,2%) e piccoli elettrodomestici ed articoli per il fai da te, che hanno registrato l’incremento del + 6,5%
“Gli articoli che attirano maggiormente l’attenzione dei taccheggiatori sono spesso di ridotte dimensioni e quindi, semplici da nascondere, costosi e, possibilmente, di marca – spiega Salvador Cañones, Country Manager di Checkpoint Systems Italia – “Si tratta ovvero di articoli che risultano facilmente rivendibili sul mercato nero, in quanto richiesti dalla maggior parte della popolazione, nonostante il periodo di crisi”
Andando ad analizzare quali sono le fonti delle differenze inventariali, si scopre che in Italia i furti commessi da parte dei clienti rappresentano la causa principale: sono infatti il 50,8% i taccheggi ad opera di bande organizzate o ladri per così dire “amatoriali”, individui cioè che non hanno mai commesso furti in passato ma che in questo momento di recessione trovano nel taccheggio la risposta – seppur sbagliata – alle proprie difficoltà economiche. Rispetto alla media europea, che si attesta sui 47,5%, il nostro Paese registra un livello maggiore di perdite da parte dei clienti pari a 3,3 punti percentuali. I dipendenti disonesti costituiscono la seconda maggiore causa, con il 30,9% del totale; le frodi da parte di fornitori/ produttori e i furti nelle consegne sono stati stimati pari al 6,1% delle perdite,mentre il 12,2% delle differenze inventariali è da attribuire ad errori interni
“Dell’aumento del crimine nel Retail pagano le spese i consumatori onesti, costretti a sopportare annualmente una sorta di “tassa invisibile” che ricade sull’acquisto dei prodotti pari a 190 Euro per nucleo familiare – spiega il professor Sandro Castaldo, Chairman Marketing Dept. della SDA Bocconi ed esperto di Retailing, che continua affermando – “Di questo i Retailer devono tenere conto, non cedendo alla tentazione, naturale in questo momento di crisi, di ridurre gli investimenti in innovazione, ma considerando anzi l’attività di gestione delle differenze inventariali come elemento strategico per il successo e la crescita dell’azienda”.
“Sebbene ci sia stato un generale calo degli investimenti in loss prevention - spiega Sandro Castaldo - è importante sottolineare che le aziende più strutturate, maggiormente lungimiranti, non hanno smesso di introdurre soluzioni di protezione all’avanguardia, perché hanno visto nell’innovazione la reale chiave per superare questo particolare momento di crisi economica. La speranza – conclude il professore – è che anche le piccole e medie imprese seguano l’esempio, per offrire un valore aggiunto alla propria clientela e raggiungere una gestione sempre più efficiente della propria attività ”


· Nei Foc le marche più presenti sono quelle Usa (09/11/2009)  

Tre ricercatori tedesch, riportati da Cbre Ecostra 2009, hanno stilato una lista delle insegne operanti nei diversi factory outlet center europei

Tre ricercatori tedesch, riportati da Cbre Ecostra 2009, hanno stilato una lista delle insegne operanti nei diversi factory outlet center europei. Hanno preso in considerazione 56 foc e 2.500 marche in essi presenti almeno 10 volte. Ecco le prime 15. In testa troviamo Nike con 74 presenze, seguita da Levi’s con 71, Calvin Klein con 64, Puma con 57, Adidas con 55, Reebok con 53 e Timberland, Mexx e Diesel con 38. Il nono posto della classifica è occupato da Quiksilver con 36, seguito da Pepe Jeans e Lee con 34, Sansonite e Miss Sixty/Energie/Sixty con 33 e, in quindicesima posizione, Wrangler con 31. Come si può notare, le marche maggiormente presenti sono quelle di sport e di abbigliamento, e lko sono generalmente con negozi monomarca. Inoltre i tre analisti hanno stilato una classifica delle 25 migliori grandi marche secondo il paese di origine. Ebbene in testa si posizionano decisamente quelle provenienti dagli Usa con 9 presenze, seguiti da Germania con 5, Italia con 4, Regno Unito con 3 e Svezia, Spagna, Paesi Bassi e Francia con 1 ciascuna. C’è una spiegazione per la predominanza degli Usa: probabilmente sta nel fatto che questo è il paese dove è nata la formula del factory outlet center e dove quindi le imprese americane si sentono più a loro agio. Che le marche italiane e francesi non eccellino nella classifica è dovuto al fatto che sono molto presenti nei centri città e offrono prodotti di lusso, che si concentrano generalmente su 2-4 gamme stagionali, contro le 12 delle marche di prêt-à-porter come Esprit e Zara.

· Per una filiera agroalimentare più imprenditoriale (06/11/2009)  

La conferenza stampa organizzata il 28 ottobre scorso da Ancd-Conad e Federalimentare a Roma per presentare la ricerca di Nomisma sulla filiera agroalimentare italiana ha dato inizio a una collaborazione fra i suoi operatori

La conferenza stampa organizzata il 28 ottobre scorso da Ancd-Conad e Federalimentare a Roma nella Sala capitolare del Senato per presentare la ricerca di Nomisma sulla filiera agroalimentare italiana non solo ha dato inizio a una collaborazione fra i suoi operatori “interni” (agricoltura, industria alimentare e distribuzione), ma ha letto senza preconcetti le criticità del sistema e di attivato la necessità di un’azione imprenditoriale comune. Il dato di base è sconvolgente: l’utile della filiera si appropria solo del 3% della spesa complessiva. In altre parole i costi assorbiscono a sorbire quasi tutto l’utile: il restante 97%. E la situazione si sta ancor più aggravando dal momento che l’Ue dal prossimo anno comincerà a diminuire i contributi Pac fino alla loro scomparsa, mettendo l’agricoltura in crisi. Quest’ultima infatti si appropria del solo 0,7% dell’utile complessivo della filiera (contro l’1,1% dell’industria alimentare, l’1,2% della distribuzione e lo 0,4% della ristorazione), che senza questi contributi crollerebbe a 0. Creare quindi un osservatorio permanente della filiera e delle singole sottofiliere risulta essere il primo passo per un colpo di reni per un’azione imprenditoriale intrapresa insieme. Se si pensa, infatti, che per gli alimentari gli italiani spendono annualmente 215,3 mld, corrispondenti al 23,3% dei consumi totali, al contributo al Pil dell’8,4% e a quello dell’occupazione del 12,6%, quel 3% dell’utile di filiera rivelato da Nomisma obbliga gli operatori a darsi una mossa, a cambiare rapporti fra di loro e, perché no, a premere sull’apparato pubblico e governativo perché aiuti i costi diminuiscano. E a ragione, perché per ogni 100 euro che si spendono per gli alimenti 16 vanno all’agricoltore, 12 all’industria alimentare, 6 al commercio all’ingrosso, 5 alla distribuzione moderna, 3 a quella tradizionale, 17 alla ristorazione, 27 ai trasporti, energia, packaging e pubblicità, 10 alle imposte e 4 all’importazione. Inoltre poche sono le sottofiliere autosufficienti: il vino, la carne avicola, gli ortaggi e la frutta fresca. Questo è il quadro da cui partire per continuare a rifornire la tavola dei consumatori con prodotti non costosi e a garantire a tutti gli attori una giusta remunerazione. Dal momento che è più pensabile riversare i costi della filiera (per il 38% dei prezzi dovuto al lavoro, l’11% al capitale e il 5% ai finanziamenti) sui prezzi al consumo, non rimane che unirsi per percorrere insieme la strada per ridurli introducendo maggior efficienza. Ma dove? Nei punti critici della filiera. Eccone alcuni, risuiltati dal confronto con gli altri stati europei (Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna): la grande polverizzazione della produzione (agricola e industriale), la debole concentrazione della distribuzione e la dipendenza dall’estero per molte produzioni agroalimentari (soprattutto nelle materie prime agricole). Nel primo l’Italia mostra il più basso valore per impresa sia agricola (29.000 euro di media) sia industriale (1,4 mio). Nel secondo solo la Spagna ci supera nel numero di imprese per 1.000 abitanti nell’ingrosso, nel commercio tradizionale e nella ristorazione, ma non nella distribuzione a libero servizio; nell’incidenza del fatturato delle prime 3 catene, siamo largamente al di sotto di tutte: 33%, contro il 60% della Gran Bretagna, il 58% della Germania e il 55% della Francia e della Spagna. Nel terzo la produzione italiana è deficitaria rispetto al consumo, tranne nelle poche filiere elencate sopra, rendendo necessario il ricorso a una forte importazione. Ma punti critici esistono anche in riferimento ai fattori esterni: per esempio, il forte deficit infrastrutturale italiano nel trasporto sia su gomma sia su ferrovia (il nostro costo al chilometro su gomma è il più alto: 1,54 euro), elevato costo dell’energia elettrica a uso industriale (0,15 euro/kwh contro la media di 0,11) e pesante Iva sui prodotti agroalimentari (8,8%: ma 8,9% in Germania). Tutti questi fattori producono una marginalità di filiera “strutturalmente” limitata, come confermano le cifre: l’utile sul fatturato dell’agricoltura è del 2,8% (0% senza i contributi Pac), 2,2% quello della ristorazione, 2,0% quello dell’industria alimentare, 0,8% quello del commercio all’ingrosso e della distribuzione moderna e addirittura 0,1% quello del commercio tradizionale. Urge, quindi, maggior efficienza, che passa, ripetiamo, dalla riduzione dei costi e non più dalla qualità del prodotto, ormai elemento prerequisito. Come ottenerla? Le proposte dei convegnisti sono state numerose e logicamente quasi tutte riferentesi ai fattori interni. Ecco un elenco indicativo: operare in una logica di sistema: la creazione dell’osservatorio è il primo passo perché facilita il rapporto di trasparenza fra gli operatori; gestire la complessità di questo sistema è possibile; appropriarsi di maggior innovazione e concretezza, ponendo fine all’abitudine deletaria di scaricare su altri le proprie responsabilità; superare la polverizzazione tramite la creazione di tutte le economie di scala e le sinergie possibili; aumento e strutturazione dei rapporti diretti fra produzione e distribuzione (passando, per esempio, dall’eccesso di produzione alla sua programmazione): non sempre la distribuzione trova nella produzione l’interlocutore o il partner ideale (da qui la sua convenienza di rivolgersi alla produzione estera); rivedere sia il controllo della filiera in modo che sia meno macchinoso sia le modalità della contrattazione distribuzione-industria/fornitori; buttare a mare l’atteggiamento di attesa di contributi; creare strutture comuni per i rapporti con l’estero; trovare una nuova redistribuzione degli utili fra i vari componenti della filiera; ma soprattutto creare valori nuovi tramite accordi su operazioni comuni soprattutto in riferimento alle sotto-filiere. Non sono mancate, naturalmente, richieste concrete alla struttura pubblica (per esempio, l’eliminazione dei mercati protetti e dei troppi vincoli, l’alleggerimento del fisco e un maggior ritorno delle risorse finanziarie che il settore crea), ma la partenza del comune cammino futuro è stata fissata all’eliminazione dei limiti e al rafforzamento della potenzialità dell’attuale filiera agroalimentare. Il cammino imprenditoriale comune, se nascerà e se si svilupperà, riserverà molte sorprese. (Italo Mora)


· La valorizzazione del commercio urbano in Piemonte (05/11/2009)  

Nel corso del convegno sul tema“Valorizzazione del Commercio Urbano. Dieci anni di esperienze a confronto”svoltosi a Torino il 21 e 22 Ottobre 2009, la Regione Piemonte ha presentato un primo bilancio della sua attività...

Nel corso del convegno sul tema“Valorizzazione del Commercio Urbano. Dieci anni di esperienze a confronto”svoltosi a Torino il 21 e 22 Ottobre 2009, la Regione Piemonte ha presentato un primo bilancio della sua attività nel campo dei processi di riqualificazione e valorizzazione delle attività commerciali nei centri città.
“La programmazione decennale ha dato risultati positivi – ha commentato la presidente Mercedes Bresso, all’apertura dei lavori – nel contrastare il fenomeno della desertificazione commerciale e il deficit di servizi soprattutto nelle aree caratterizzate nei comuni minori. Gli interventi regionali hanno contribuito alla riqualificazione e al rilancio turistico del territorio e hanno restituito ai cittadini molti centri storici, rendendoli più fruibili e vivibili”.
I “luoghi del commercio”, intesi come contesti urbani caratterizzati da attività commerciali, sono al centro, da circa un decennio, di politiche di qualificazione territoriale con interventi volti a sostenere la valorizzazione del commercio al fine di promuovere uno sviluppo “a servizio della collettività”, per un incremento della qualità della vita e con l’intento di controbilanciare la forte attrazione del cosiddetti “centri commerciali” che, nel tempo, hanno assunto un marcato ruolo di aggregazione pur mancando di storicità e tradizione.
“Il commercio è dunque un’attività economica e produttiva - ha proseguito L’Assessore Regionale al Commercio Sergio Luigi Ricca - che garantisce migliaia di posti di lavoro, in grado di svolgere la funzione di valorizzazione delle risorse del territorio e, in particolare nei centri urbani, aumentando anche il valore degli immobili. Può avere inoltre una funzione sociale nel ripopolare e rendere attrattiva un’area urbana degradata”
La Regione Piemonte, attraverso gli interventi di valorizzazione del commercio urbano (Programma di Qualificazione Urbano - P.Q.U.), ha promosso e finanziato interventi avviati dalle Amministrazioni Comunali in ambito di valorizzazione e qualificazione del commercio urbano. L’investimento di 46.800.000€ (di cui 21.100.000 di contributo regionale) ha lo scopo di rendere i “luoghi naturali del commercio” più accessibili, più attrattivi ed infine maggiormente organizzati ed animati, per risultare competitivi rispetto alla grande distribuzione.
101 i comuni aderenti al Programma di Qualificazione Urbana
• Prima linea di intervento:
Interventi di urbanistica per migliorare l’accessibilità all’area (pedonalizzazione, illuminazione, parcheggi, arredo urbano) con un investimento complessivo di 27.500.000€ dei quali 11.500.000€ provenienti da fondi regionali.
• Seconda linea di intervento:
Permette i miglioramento dell’esteriorità degli esercizi commerciali (rifacimento facciate, vetrine con il fine di armonizzare e creare un'unica identità nella medesima area commerciale) l’intervento ha coinvolto 2000 esercizi commerciali in 50 comuni per un investimento complessivo di 14.000.000€ con un contributo regionale pari a 7.000.000€.
• Terza linea di intervento:
Prevede la creazione di Organismi Associati d’Impresa, che coinvolgano i commercianti di un’unica area commerciale predefinita, al fine di incentivare l’afflusso di pubblico tramite manifestazioni e vari servizi studiati per il consumatore (fidelity card, info point, consegna a domicilio).
L’investimento in questo ambito è stato di 5.300.000€ di cui 2.600.000 finanziati dalla Regione.
A questo scopo, durante il convegno, sono state approfondite le modalità di attuazione delle politiche di incentivazione regionale e sono stati illustrati alcuni casi piemontesi di valorizzazione del commercio che possono configurarsi come “buone pratiche”; inoltre sono stati esaminati alcuni esempi di “town center” promossi in Belgio, Francia, Spagna, Svezia e Stati Uniti.
Le giornate del convegno hanno visto la presentazione del volume "Percorsi di Valorizzazione del Commercio Urbano in Piemonte", autori Carlo Salvadore e Corrado Rinaudo, con l’obiettivo di illustrare problematiche, spunti ed esiti delle iniziative intraprese dalla Regione Piemonte



· Mapic 2009: un salone contro la crisi (03/11/2009)  

Mapic 2009, il salone internazionale dell’immobiliare del commercio che si terrà nei prossimi giorni (18-20 novembre) a Canne, riprenderà il suo cammino, cercando di reagire alla diminuzione di partecipazione dell'anno scorso

Mapic 2009, il salone internazionale dell’immobiliare del commercio che si terrà nei prossimi giorni (18-20 novembre) a Canne, riprenderà il suo cammino in progresso, dopo che l’anno scorso aveva visto una diminuzione della partecipazione del 9% nei confronti dei 9.600 espositori e visitatori presenti del 2007, il record. Ma il giro di boa è già stato superato, dal momento che agli inizi di ottobre le iscrizioni avevano già raggiunto il numero di 1.000, provenienti da una trentina di paesi europei ed extraeuropei. Comunque la crisi si è fatta e si fa tuttora sentire se Reed Midem, l’organizzatore del salone, ha segnato il ritiro degli operatori di alcuni paesi: la Russia, l’Ucraina e perfino la Spagna. Per risalire la china, sono state create alcune iniziative, fra cui quella di offrire tariffe a metà prezzo ai primi iscritti fino a ottobre, per poi aumentarle gradualmente fino ai giorni precedenti l’apertura. Dal momento che gli operatori e i partecipanti stanno reagendo con coraggio alla crisi cercando di rendere ancora più redditizi i loro investimenti, aprendo nuovi business e allacciando nuovi contatti, Mapic supporterà questa richiesta, adeguando le iniziative aperte a tutti i partecipanti. Organizzerà le tavole rotonde per paese (Usa, Polonia, Marocco ecc.), faciliterà i contatti fra i partecipanti, creerà dibattiti fra gruppi di insegne e di operatori dello sviluppo immobiliare, compresi i master franchising, raddoppierà il programma delle conferenze mettendo accento sui paesi emergenti, e trasferirà gli incontri e i dibattiti dai piani superiori del palazzo al pian terreno, più vicino all’esposizione e quindi ai partecipanti. Verso quale futuro sta andando Mapic? Rispondendo a un’intervista di Alain Boutigny, direttore di Sites commerciaux, la direttrice del salone, Nathalie Depetro, rifacendo la storia dello sviluppo del salone (solo insegne e operatori francesi all’inizio, poi il graduale ampliamento agli inglesi, ai tedeschi, agli italiani, ai paesi dell’Est fino ad arrivare, l’anno scorso, ai turchi), afferma che ora si apre all’America latina e ai paesi del Vicino e Medio oriente. “Un giorno – continua – Mapic diventerà planetario e permanente, con una piattaforma on line e una struttura che riunisce un summit di città”.

· Auchan cerca di dimostrare in Francia che l’iper è ancora attuale (20/10/2009)  

L’apertura a Vélizy in Francia di un iper Auchan di 20.000 mq (19.700 per la precisione) ha rinfocolato le discussioni sull’ipermercato,

L’apertura a Vélizy in Francia di un iper Auchan di 20.000 mq (19.700 per la precisione) il 28 settembre scorso ha rinfocolato le discussioni sull’ipermercato, proprio in un momento in cui la crisi di questa tipologia è documentata ovunque, anche nella sua patria-culla. La questione è che a Vélizy si tratta di un ampliamento (+3.500 mq) che si contrappone chiaramente alla tendenza generale verso i pdv di prossimità e all’abbandono delle strutture giganti. Inoltre l’operazione è costata all’insegna 90 mio di euro e 3 anni di lavoro, durante i quali il punto di vendita ha continuato a funzionare. Che siano tutti ammattiti a Auchan? In effetti i responsabili tendono a dimostrare che non si tratta di una scommessa, ma una scelta fredda e ben ponderata. Almeno così appare, dal momento che all’inizio dei lavori sono stati consultati 150 consumatori. I quali hanno risposto che per loro un punto di vendita deve essere pratico e gradevole, deve offrire una grande possiblità di scelta ed essere “moderno”, perché “nessuno ha più tempo da perdere negli acquisti”. Dal momento che in una sola spedizione si possono acquistare l’80% dei prodotti che servono per la vita di ogni giorno, l’iper è stato dotato di ben 7 entrate, 3 in più del precedente punto di vendita e il suo parcheggio di ulteriori 650 posti auto, e raddoppiate le scale mobili (2 in salita e 2 in discesa, ora: il pdv è su due piani). I corridoi centrali sono stati allargati, ma altri ristretti (quello dei pannolini, per esempio). Le casse sono passate da 78 a 100. Alcuni prodotti, che vengono acquistati indipendentemente dall’alimentare (fiori, ottica, snack, stampa ecc.), possono essere comperati nella galleria. Inoltre le referenze sono passate da 150.000 a 205.663, di cui 2.000 di bio. L’iper inoltre vende (unico in Francia, con permesso delle autorità sanitarie) l’ortofrutta sciolta e non più confezionata. Per alcuni prodotti (le baguette, per esempio) si va dal prezzo il più basso in assoluto a quello più carissimo. L’area dei freschi (carne, pescheria, panetteria e pasticceria ecc.) è stata portata a 4.000 mq. E’ stato introdotta la vendita del sushi ultrafresco e piatti pronti di pesce molto professionali. Per formare gli operatori dei reparti del fresco e della cucina (ampliata, anch’essa) si è ricorsi ai migliori specialisti del settore. Basti osservare la cantina, che, ingrandita di 3.500 mq, contiene 1.300 referenze. Ampliamento anche nel non-food (+1.000 mq), soprattutto nel tessile donna, nell’ipertecnologico e negli accessori di cucina (2.800): il non-alimentare deve offrire anche la possibilità di scegliere. Il ragionamento dello specialista è stato fatto per le calzature e il tessile: veri e propri negozi specializzati in attrezzature da specializzati. Certo, il tutto è stato studiato sulle caratteristiche reddituali (alto reddito) e culturali della clientela e suoi nuovi comportamenti d’acquisto. Questa è la base.
L’Auchan di Vélizy è, però, anche un tentativo di cambiare logica: non restringere la superficie, ma ampliarla, con contenuti di valori ben percepiti dala clientela. E per superare la crisi dell’iper (medio e piccolo) le catene del retail ce la mettono tutta. Ogni catena cerca di ritagliarsi una sua posizione caratteristica: E.Leclerc martella sui prezzi bassi anche per le marche nazionali, Carrefour si affida alla sua griffe per ogni suo format ecc. E’ vero che anche l’iper, come tutte le tipologie del resto, sente la stanchezza e la difficoltà della situazione attuale, ma il caso francese dimostra come la sua crisi non è tanto insita alla sua natura (in Francia, infatti, sopravvivono tutti i format distributivi), quanto alle insegne. Quelle che non riescono a evolvere, muoiono.

· Sono i commercianti a far amare i centri città francesi (16/10/2009)  

Nessuna meraviglia che anche i cugini francesi amino il centro città. Infatti uno studio realizzato da Sofrès mostra come questo atteggiamento sia proprio di 3 francesi su 4 (74%)...

Nessuna meraviglia che anche i cugini francesi amino il centro città. Infatti uno studio realizzato da Sofrès mostra come questo atteggiamento sia proprio di 3 francesi su 4 (74%), anche se solo il 54% non considera vivo un centro città. Per questo consegue che il 72% di essi continuano a fare la spesa in periferia per i prezzi più convenienti (72%) e una scelta maggiore (70%). Bisogna però distinguere; la percezione del centro - città è diversa se questa è grande o piccola: nel primo caso appare più animato e vivo (88%), nel secondo che stanno stanno scomparendo i negozi di quartiere e i pdv di insegne nazionali (65%). Comunque sia siamo di fronte alla scomparsa della distinzione fra le due zone, a causa della frammentazione del mercato: ogni format si è conquistato un suo spazio, una sua legittimazione e una sua ragion d’essere. E i consumatori non esitano più a passare da un format all’altro con tutta naturalezza. Insomma, almeno nel commercio e in Francia, sta cadendo la distinzione centro città/periferia. Come dire che il piccolo commercio non è più appannaggio del centro e gli iper e le Gss della periferia. E infatti vengono aperti sempre più ipermercati di città e le catene creano tutte format di prossimità (Carrefour, per esempio, ha appena creato Carrefour City per la clientela di città fissa e di passaggio). La strategia sottostante è quella di rispondere a un consumatore che cambia continuamente, con grande libertà e autonomia, tipologie e format di pdv. Per limitarci al centro città il 41% degli intervistati affermano che far la spesa in un centro vivo porta piacere, libertà e indipendenza (40%); e questo è dovuto soprattutto alla presenza del commercio che lo fanno un luogo di scambio, di legame sociale (57%). Nel ricreare la convivialità il negoziante è, quindi, strategico. Altri motivi per amare il centro città sono che in esso tutto è più vicino (46%), che vi si trova di tutto (15%), che si è sicuri della qualità dei prodotti (13%) e che esistono orari di apertura interessanti (13%). Se è il commercio quindi a rendere il centro città nevralgico e la città più attrattiva, a migliorare la qualità della vita e a creare animazione, non tutto funziona alla perfezione. Infatti gli intervistati chedono più possibilità di parcheggio (30%), trasporti pubblici più efficienti (30%), più spazi verdi e di tempo libero (26%), più spazi per i pedoni (26%), maggior pulizia e minore inquinamento (20%) e orari di apertura dei negozi più lunghi (11%). Infatti in questi mesi i city manager francesi stanno riflettendo su come migliorare il sistema dei parcheggi e del loro costo (a seconda delle ore della giornata e dei giorni), della possibilità di accumulare punti per parcheggiare gratuitamente davanti a certi negozi, dell’uso delle auto elettriche, della riduzione della circolazione e degli orari di consegna.

· Il discount della moda Primark miete successi (09/10/2009)  

Insensibile alla recessione, l’insegna irlandese di moda Primark sta ottenendo un grande successo nel Regno Unito, ben intenzionata a diffondersi in tutta Europa

Insensibile alla recessione, l’insegna irlandese di moda Primark sta ottenendo un grande successo nel Regno Unito, ben intenzionata a diffondersi in tutta Europa. Primark, di proprietà di Associated british foods e nata nel 1969, ha a suo vantaggio un concetto singolare e unico: abbigliamento di moda ispirato a H&M e Zara, venduto nei centri città a prezzi altamente concorrenziali di circa 4 euro all’articolo in media (da confrontare con i 12 euro di H&M e i 29 di Zara). Il suo exploit è dimostrato dalle cifre: il giro d’affari del 1° semestre (1,2 mld di euro) è aumentato del 20% in totale e del 5% a rete costante, mentre tutti i suoi concorrenti hanno presentato dati negativi. Pur già operando in Irlanda, Regno Unito, Paesi Bassi, Portogallo e Germania, Primak vuole entrare anche in tutti gli altri paesi, cominciando dalla Francia. Il suo format modello è quello operante nell’Oxford Street di Londa, inaugurato nell’aprile del 2008: 6.000 mq su due livelli. Sullo stresso modello è stato aperto quello di Brema, mentre quello di Bristol, l’ultimop nato, raggiunge i 10.000 mq: una vera rivoluzione per il commercio di centro città. Un margine lordo medio del 10% ha permesso al retailer d’investire ben 80 mio di euro per le 6 aperture del 1° semestre di quest’anno. Il pdv di Oxford Street fattura in media 2,3 mio di euro ogni fine settimana, vendendo circa 575.000 pezzi. Non per nulla Primark è diventato a Londra il primo distributore di prêt-à-porter moda del Regno Unito in termini di volume. Il merchandising è piuttosto inusuale, perché, eliminato il brac, tutto viene esposto in verticale da sinistra a destra secondo i modelli e dall’alto in basso secondo la taglia, facilitando molto la scelta da parte del cliente. E i concorrenti fanno fatica a resistergli. Basti dire che nello scorso agosto l'olandese C&A ha chiuso Avanti, la sua insegna di prêt-à-porter moda a prezzo discount creata nel 2008, che contava 19 pdv (di cui 13 in Germania). Ormai Primak è solo al mondo.

· In Europa è previsto un grande calo di nuove aperture di c.c. (08/10/2009)  

Quest’anno è previsto un calo del 5% sul 2008 nella nuova gla complessiva di centri commerciali in Europa.

Quest’anno è previsto un calo del 5% sul 2008 nella nuova gla complessiva di centri commerciali in Europa. Quest’anno essa sarà di circa 8,7 mio di mq, contro i 9,1 mio del 2007. Ma il punto più basso, secondo Cushmann & Wakefiel, arriverà nel 2011 con 5 mio di mq, cifra che ci rimanda al 2003 e una caduta del 45% nei confronti del 2007 (9,2 mio mq). Eppure certi paesi europei nel 2008 hanno registrato aumenti consistenti nei confronti dell’anno precedente. Si pensi alla Bulgaria con il suo +76% e alla Romania con il suo +63%. La Russia ha realizzato ben 1,65 mio di nuova superficie e il Regno Unito 840.000 mq. Nel 1° semestre di quest’anno i nuovi mq realizzati in Europa sono stati inferiori del 18% allo stesso periodo del 2007. Molto dinamica è stata la Russia con 580.000 nuovi mq, di cui il 45% solo a Mosca e regione. In Europa occidentale l’Italia è stato il paese che con 370.000 mq ha realizzato la maggior nuova superficie. Si pensi che la Francia ne ha realizzato solo 140.000 mq, anche se nel 2° semestre se ne aggiungeranno ben 500.000. In testa alla classifica dei paesi europei che apriranno nuove superfici dal 2° semestre di quest’anno alla fine del prossimo troviamo la Turchia con 2.076.367 mq (+41,8% nei confronti del parco esistente), seguita dalla Russia con 1.815.000 mq (+19,5%): la loro performance è dovuta alla concentrazione delle nuove realizzazionei nelle due capitali. A notevole distanza, ma al 3° posto, troviamo la Francia con 1.172.405 (+7,5%). La nostra Italia si pone al 4° posto con 867.625 mq (+7,1%). Al 5° c’è la Polonia con 789.130 mq (+12,3%), cui seguono la Romania con 681.229 mq (+33,6%) e la Bulgaria con 496.075 mq (+254,8%: sta vivendo il suo momento di sviluppo). Seguono poi 3 paesi che ormai sono arrivati alla maturità (si diceva così anche per la Francia…): la Spagna con 470.972 mq (4,8%), il Regno Unito con 454.415 mq (+2,9%) e la Germania con 359.540 mq (+2,8%). Fra i paesi emergenti troviamo, per il suo sviluppo rapido ma modesto, la Lituania con 90.000 mq. Come si può notare, pure in un clima economico difficile e con restrizioni di accesso al credito molto ristretto che hanno ridotto il volume in mq delle nuove realizzazioni, l’Europa è riuscita comunque a investire nei centri commerciale nel 1° semestre di quest’anno 8,3 mld di euro, cifra però che rappresenta una caduta del 54% nei confronti dello stesso periodo del 2008. Questa caduta è dovuta soprattutto all’Europa orientale, anche se quella occidentale (Regno Unito, Germania, Francia e Spagna) non è esente del tutto per le sue vendite di centri commerciali di qualità.

· La crisi alza gli affitti della maggior parte delle città del mondo (07/10/2009)  

Secondo Cushman & Wakefield 158 città del mondo sulle 274 considerate (cioè il 54%) hanno registrato una diminuzione degli affitti nel corso dell’ultimo anno a giugno

Secondo Cushman & Wakefield 158 città del mondo su 274 (cioè il 54%), quante sono quelle prese in considerazione, hanno registrato una diminuzione degli affitti nel corso dell’ultimo anno a giugno. Solo 18 hanno registrato un aumento. Diminuzione perfino nella Vª Avenue di New York: -8,1%, attestandosi su 18.292 dollari annuali al mq. Eppure questa via da 8 anni guidava (e guida ancora) l’elenco delle arterie commerciali più care del mondo. Peggio ancora si è comportata Causeways Bay di Hong Kong, che è calata del 15,1%, assestandosi sui 16.409 dollari. Gli affitti medi nell’anno sono diminuiti in media del 23% a 2.290 dollari, contro i 2.970 del giugno 2008. La via europea più cara, cioè gli Champs-Epysées di Parigi, è rimasta invariata, ferma sui suoi 10.857 dollari. Esempio seguito anche dalla quinta (Ginza di Tokio con 8.350) e l’ottava (Bahnhofstrasse di Zurigo con 7.370) della serie. La quarta via più cara del mondo, la nostra Via Montenapoleone di Milano, ha segnato un –1,5%, attrestandosi sui 9.544 dollari. Le maggiori cadute regionali sono state registrate nella zona di Asia-Pacifico con –15,1%, in Europa centrale e orientale con –14,7%, in Usa e Canada con –12,0% e nell’insieme dell’Europa con –5,8%. Ritorniamo alla classifica delle prine 10 vie più care. In sesta posizione troviamo New Bond Street di Londra con –6,9 (a 8.264 dollari). In ottava, Grafton Street di Dublino, che, con il suo –22,5% (a 6.112), rappresenta il maggior salto negativo fra le 10 top, che l’ha fatta cadere dal 5° posto del 2008. Le segue a ruota, al nono posto, Kaufingerstrasse di Monaco, che però ha aumentato gli affitti del 7,1%, lasciando il 12° posto segnato nel 2008. Al decimo posto troviamo Pitt Street Mall di Sydney, anch’essa diminuita del 3,2%, attestandosi sui 4,820 dollari. Comunque la città che ha segnato la caduta maggiore al mondo è stata Mumbai con –64%. Ma nella classifica appaiono anche città la cui via principale commerciale hanno fatto un grandissimo balzo verso affitti più cari. Il palmares è detenuto da San Paolo del Brasile con +111%, seguita dalla citta di Ho Chi Minh con +50%.

· La crisi spinge all’innovazione della Gda (06/10/2009)  

Il numero di Lsa di fine agosto, analizzando le difficoltà economiche delle 100 imprese leader della distribuzione francese, intitola l’articolo della presentazione dei risultati del 2008: “La crisi spinge all’innovazione”.

Il numero di Lsa di fine agosto, analizzando le difficoltà economiche delle 100 imprese leader della distribuzione francese, intitola l’articolo della presentazione dei risultati del 2008: “La crisi spinge all’innovazione”. Nulla di nuovo. La novità sta nella risposta alla domanda: “come e chi?”. Anzitutto una constatazione: le insegne non alimentari, che nel 2007 avevano presentato un aumento del 6,5%, nell’anno seguente hanno frenato a un +2,9%, mentre quelle alimentari si sono comportate in modo inverso: +2,9% nel 2007, +4,5% nell’anno seguente. Come mai questa inversione di tendenza? Certamente per le insegne alimentari bisogna tener conto, nel 2007, dell’aumento del petrolio e dell’inflazione dei prodotti alimentari. Le performance, però, non sono uguali per tutte le tipologie e le insegne. Il discount continua la sua fortuna, spinta anche dalla crisi. Gli iper hanno rallentato. I super sono andati meglio. Le insegne delle imprese associate sono andate meglio dei gruppi integrati, grazie alla loro migliore prontezza di reazione, dovuta alla maggiore flessibilità nell’approvvigionamento e al loro adattamento più rapido alla situazione. E.Leclerc, per esempio, ha rafforzato l’immagine di prezzo dell’insegna moltiplicando le referenze della propria marca, con il risultato che le sue vendite sono aumentate del 6,4%, superiori all’aumento delle sue superfici. Non solo, ma ha anche diversificato i suoi concept, aggiungendo nuove insegne specializzate e di prossimità: Leclerc Express e Leclerc Drive. Sta cioè operando allo stesso tempo su una strategia di mono-insegna e di multiformat. Infatti anche Carrefour sta cambiando l’insegna dei suoi supermercati da Champion in Carrefour Market. Auchan sviluppa i suoi Auchan Drive e Intermarché potenzia le vendite on line. Diversifica anche Monoprix, aprendo piccole superfici di vendita e sviluppando quelle specializzate in prodotti biologici (Naturalia).
Nei confronti della distribuzione alimentare quella non food è, invece, sulla difensiva, subendone le conseguenze: Camif (vendita per corrispondenza) è stata liquidata, mentre La Redoute, Conforama, Fnac e 3 Suisse sono ricorsi alla cassa integrazione. Il settore più in crisi è stato quello delle vendite per corrispondenza, mentre l’e-commerce ha presentato uno straordinario +17,8%.
Ma entrano qui in azione altri elementi. Prima di tutto la grandezza dei retailer: più sono grossi e più sono solidi e quelli di taglia intermedia progrediscono a scapito di quelli piccoli. Dal momento che quelli medi e piccoli non hanno necessariamente i mezzi per svilupparsi e innovarsi, non rimane loro che concentrarsi. Questa dinamica nel 2008 si è notata soprattutto nel settore degli elettrodomestici: unione agli acquisti fra Euronic e Boulanger, centrale comune Ex & Co fra Expert e Gitem, accordo di partenariato fra Ex & Co e Pro & Cie, apertura a capitale esterni per Sport 2000 ecc. Altrettanto importanti fattori di crescita sono la modernità del concept e l’efficacia operativa, che spiegano gli scarti di performance a volte considerevoli nel medesimo settore. Questi fanno più che mai la differenza nel contesto di crisi di consumo, per esempio per Leroy Merlin, Brico Dépôt, Décathlon, Ikea, Fly, Alinéa ecc. E infine la capacità di innovare, come ha dimostrato Leroy Merlin che sperimenta nuovi concept nella decorazione (Zodio) e nell’energia (Kbane), Décathlon e Ikea nella costruzione dei loro prodotti. Décathlon moltiplica i format di pdv: Village per i grandi spazi e Koodza nel discount, alla maniera dei gruppi alimentari. Fnac sviluppa nuove attività di vendita di prodotti derivati, di servizi e di articoli d’occasione. Castorama rinnova il parco dei suoi pdv. But e Conforama si rientrano sul discount. Brico Dépôt ritorna ai “fondamentali”. Ma se la crisi continuerà, le insegne dovrannno riproporsi di nuovo il problema della scelta fra i concept performanti e altri.

· La crisi mette in difficoltà i pdv piccoli (05/10/2009)  

La crisi economica, secondo il rapporto Coop 2009 su consumo e distribuzione, ha avuto impatti rilevanti sulle vendite della distribuzione italiana, in modo particolare sulle piccole superfici.

La crisi economica, secondo il rapporto Coop 2009 su consumo e distribuzione, ha avuto impatti rilevanti sulle vendite della distribuzione italiana, in modo particolare sulle piccole superfici. Infatti le vendite al dettaglio del commercio a sede fisse nel 1° semestre di quest’anno su quello dell’anno scorso hanno presentato un -3,3% per queste ultime (-3.7% le alimentari e –3,2% le non alimentari) contro un –0,1% per quelle grandi (-0,3% per le alimentari e nessuna variazione per le non alimentari). Ma gli effetti si sono sentiti anche sulla struttura del settore. Il 2008, infatti, ha chiuso con 775.421 pdv: 3.113 in meno dell’anno precedente (-0,4%): era dal 1999 che l’andamento era continuamente positivo. Le uniche eccezioni sono avvenute per il Lazio (+18 pdv: +0,6%) e il Trentino A.A. (+70 pdv: +0,7%). In pratica la riduzione ha interessato l’intero territorio nazionale. La situazione è più accentuata nell’alimentare (-1,1%) dove dal 2000 si sono persi 6.219 pdv (-3,2%). Nel 2008, secondo Nielsen, i supermercati sono cresciuti di 81 pdv, raggiungendo il numero di 8.167 (8.201 a giugno 2009) e gli ipermercati di 32 a 764 (786). L’iper continua a rappresentare un fattore fondamentale dello sviluppo della distribuzione moderna italiana, anche grazie all’aumento medio della sua superficie di vendita (che si attesta oggi attorno ai 5.000 mq); tuttavia il futuro privilegerà il resyling alle nuove aperture e il suo abbinamento alle Gss in parco commerciale. Il ritmo dei super, invece, sarà impostato su un trend evolutivo equilibrato attorno 100 nuovi pdv. Andamento analogo mostra loro la superficie di vendita, cresciuta di 117.000 mq (+1,7%), ma non la sua media che si attesta sui 850 mq. Nei super, diversamente che negli iper, il saldo è il risultato della differenza tra nuove aperture e chiusure. Netto salto in avanti per il discount i cui pdv sono passati da 3.619 a 4.011 (+392: +10,8%) e a 4.071 nel giugno 2009.
Passo in avanti anche nella densità media dei pdv alimentari, che è ora di 170 mq ogni 1.000 abitanti, nonostante l’aumento dell’1% circa di questi ultimi: erano 161 mq nel 2005: ci si sta decisamente avvicinando agli standard europei. E’ il Friuli-V.G. che presenta la maggiore densità con 248 mq, seguita dal Veneto con 227 mq e dalla Lombardia con 220 mq. Non cambia invece la differenza tra le densità dei super e quelle degli iper, che si attesta rispettivamente sui 114 mq e 64 mq.
Anche nel 2008 è proseguito il rinnovamento del tessuto distributivo italiano sia nell’espansione della superficie media di vendita sia nell’innovazione dei formati. Si nota in proposito la vivacità della Gss (anche se in modo particolare nel Nord), grazie alle leve della convenienza e della profondità degli assortimenti in contesto di self service; in essa prevalgono i settori dei mobili e arredamento (34%) e dell’abbigliamento e calzature (20%). Riguardo all’ampliamento della superficie di vendita, quella media del super è aumentata del 25% dal 2001, grazie soprattutto ai pdv superiori ai 1500 mq (+35% circa), mentre quella dell iper ha segnsato un +70%.

· La crisi sta ricomponendo la spesa degli italiani (01/10/2009)  

Una parte del rapporto Coop 2009 su consumo e distribuzione analizza gli effetti della crisi sugli acquisti del largo consumo confezionato e delle decisioni di spesa delle famiglie

La crisi sta ricomponendo la spesa degli italiani
Una parte del rapporto Coop 2009 su consumo e distribuzione analizza gli effetti della crisi sugli acquisti del largo consumo confezionato e delle decisioni di spesa delle famiglie, prendendo in considerazione i dati Istat del 2008 e del 1° semestre di quest’anno secondo le quantità vendute. Da essi appare che è stato soprattutto il 2° semestre del 2008 a risentire delle maggiori difficoltà. Con il senno di poi, non appare strano, dal momento che in quel periodo avvennero rincari delle materie prime. Il costo della spesa raggiunse il suo massimo nel mese di agosto, con un +5% su base annua. E’ lì che avvenne un’importante erosione del potere d’acquisto, dal momento che l’aumento dei prezzi alimentatri si è cumulato a quello dei prezzi energetici. Le famiglie, percependo una minor capacità d’acquisto, cominciarono a modificare le scelte di consumo. Per esempio cominciarono a frequentare i pdv della Gda con prodotti di prezzo più basso e una scarsa componente di servizio: i discount, chiaro. Oppure nel punto di vendita che avevano frequentato fino ad allora sceglievano, all’interno della scala prezzo, quello più conveniente: i prodotti a marchio o di primo prezzo, per esempio. L’esigenza di contenere la spesa faceva concentrare il loro acquisti in funzione dei bisogni primari, con la logica conseguenza di spostarli più sugli alimentari che sui non alimentari. Da sottolineare è il fatto che le vendite dei prodotti di largo consumo erano iniziate a scendere ben prima dello scoppio della crisi finanziaria: ennesima dimostrazione che questa si è sommata a una già in atto. In quel fatidico 2° semestre 2008 le bevande calarono del 3,0%, la drogheria alimentare del 2,0% e la cura casa addirittura del 4,1%.
Nel 1° semestre di quest’anno si è avuta, invece, una certa ripresa, come dimostrano il +3,6% del fresco e il +2,3% della drogheria alimentare e della cura degli animali. Questo miglioramento suggerisce l’idea che, superato l’impatto legato ai timori della crisi finanziaria, i consumatori hanno riconsiderato le proprie scelte di consumo, confermando nell’alimentare il tradizionale ruolo di spesa anticiclica, ma anche continuando a riaggiustare le proprie scelte d’acquisto movendosi, come dicevamo sopra, sia lungo la scala prezzi sia tra diversi formati distributivi. L’elemento che ha maggiormente inciso sulla flessione degli acquisto in volume è legato al tentativo di ricomporre complessivamente la spesa, cercando di contenere quella dei beni ritenuti sostituibili per liberarne le risorse da destinare ad altre categorie. Alcuni cambiamenti che dimostrano questo atteggiamento. Nella prima parte del 2009 nelle bevande si nota una diminuzione dell’acqua (-4,3%), della birra (-3,3%: forse per limitarne l’acquisto per i momenti di convivialità fuori casa) e dei succhi di frutta (-5,2%). E’ curiosa la flessione del 3% in volume della pasta, concentratasi sul prodotto base della pasta tradizionale secca, a scapito di quelle insaporite e integrali. Da qui si spiega la tenuta del classico tonno sott’olio in latta, ma non degli oli extravergine. I prodotti che hanno risentito meno della crisi sono stati i freschi (+3,5%, soprattutto nei piatti pronti (+3,8%) nonostante il loro valore piuttosto elevato, grazie alla loro componente di servizio e al tempo che fanno risparmiare. La ricomposizione della spesa è dimostrata anche dal trend negativo dei prodotti per la casa (soprattutto per i detergenti bucato –10,2% e cura tessuti –4,7%) e per la cura della persona (soprattutto per i capelli –6,2%, profumeria e cosmesi –5,7% e rasatura e depilazione –4,4%).

· Il formaggio di fossa vuole conquistare la Gda (30/09/2009)  

E’ stato costituito, nello scorso mese di luglio, Coprofos, il consorzio dei produttori del formaggio di fossa di Sogliano dop e igp

E’ stato costituito, nello scorso mese di luglio, Coprofos, il consorzio dei produttori del formaggio di fossa di Sogliano dop e igp, cui partecipano i 7 principali produttori, corrispondenti all’80% della produzione nazionale. Lo scopo è quello di rilanciarne la vendita, interessando soprattutto la Gda. La situazione non è, in effetti, molto felice: nel 2007 la produzione dei formaggi di fossa di Sogliano dop, che i ottiene dal latte ovino, vaccino o misto, stagionato in speciali fosse di arenaria, superava i 1.000 quintali, scesa a 1.400 nell’anno seguente, con una diminuzione del giro d’affari del 20%. Il nuovo consorzio si propone sia conquista del mercato italiano ed estero (quest’ultimo incide solo per il 5% delle vendite e interessa solo la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e la Spagna) sia un’informazione più capillare rivolta al consumatore sia l’unificazione in una sola delle varie strutture di commercializzazione. La potenzialità di sviluppo sembra che non manchi, dal momento che, secondo ACNielsen, il consumo dei formaggi nel 2008 è cresciuto del 11,2% nei confronti dell’anno precedente. Inoltre la produzione del formaggio di fossa non dop ha raggiunto nel 2008 i 4.000 quintali: è un grande spazio a disposizione del consorzio, che si è posto l’obiettivo di riportare al suo interno il maggior numero di produttori. Non solo, ma la potenzialità proveniente dalla Gda è di circa 8.000 quintali. L’intento del consorzio è anche quello di rilanciare tutto il sistema formaggio di fossa, intervenendo sull’intera filiera produzione-mercato con l’ingtento anche di accorciarla grazie alla concentrazione delle diverse fasi produttive e logistiche.
La nascita di Coprofos, che ha la sede a Sogliano al Rubiconde (Fc) in via Trento Trieste 19 (in quel comprensorio sono presenti 40 delle 80 fosse, che operano in provincia di Pesaro), è soprattutto commerciale: avere un’unica rappresentanza e un’unica politica di vendita presso la Gda, con l’intento di sostituire i molti attori privati, soprattutto grossisti. Per questo il consorzio sta creando una forza di vendita che possa coinvolgere con professionalità i grandi clienti della distribuzione italiana e straniera. Secondo obiettivo è quello di garantire e tutelare una qualità premium del prodotto in una costanza nel tempo. Terzo è quello di garantire una “corretta” marginalità suddivisa fra allevatori (pastori), trasformatori/infossatori e retail; da qui la necessità di impostare un monitoraggio continuo del prezzo e del suo giusto posizionamento: il prezzo indicativo al pubblico dovrebbe andare dai 22 ai 24 eruro al kg. E’ chiaro che il consorzio dovrà creare iniziative promozionali rivolte sia all’horeca sia al retail, studiare e sviluppare nuove modalità di prodotto che permettano di ottimizzare la battuta di cassa (anche sottoforma di grattugiato e con pezzature diverse, secondo la domanda delle famiglie) e la rotazione dei prodotti, tutte cose indispensabili per chi vuole avere rapporti con la Gda. Almeno nei progetti. (Italo Mora)

· Secondo Coop la caduta dei consumi riprenderà a fatica (28/09/2009)  

La recessione della nostra economia, secondo il rapporto Coop 2009 su consumo e distribuzione presentato il 10 settembre scorso, dovrebbe quest’anno colpire meno i redditi disponibili delle famiglie italiane che il Pil nazionale: -0,4% conto –5%

La recessione della nostra economia, secondo il rapporto Coop 2009 su consumo e distribuzione presentato il 10 settembre scorso, dovrebbe quest’anno colpire meno i redditi disponibili delle famiglie italiane che il Pil nazionale: -0,4% conto –5%. In realtà la crisi internazionale si è aggiunta – e putroppo se ne è parlato molto poco – a quella produttiva italiana già iniziata. La caduta dei redditi, infatti, è stata compensata dalla discesa dell’inflazione, dalla politica di bilancio (caduta delle imposte e dei contributi sociali delle famiglie per abbassamento delle basi imponibili e sussidi di disoccupazione o cassa integrazione) e dalla politica monetaria (minimo storico dei tassi d’interesse). Ciò nonostante la caduta dei consumi si rivela intensa: -2,8% dal 1° semestre 2008 a quello 2009, a causa soprattutto alla tendenza dell’aumento del risparmio delle famiglie. Ma il vero e proprio crollo è avvenuto, naturalmente, nei beni durevoli (–15% circa, ma meno della crisi d’inizio anni ’90) e dei semidurevoli (-9%), contro un –1,9% in quantità dell’alimentare, dove il 40% delle famiglie dichiara di risparmiare anche sui prodotti di prima necessità. Diminuiscono, fra l’altro, i gelati –12%, il grana –10%, i cereali, l’acqua, le bibite, il latte ecc., ma continuano a crescere i cibi ad alto contenuto nutrizionale (yogurt +16%, preparati per dolci +9%, surgelati +85%, piatti pronti ecc.). In un clima dove il 43,3% degli italiani si dichiarano preoccupati, il 40,4% stressati e il 66% poveri. Ma cambiano anche le abitudine della spesa. Da un’indagine condotta da Nielsen nel maggio di quest’anno emerge un generale orientamento al risparmio, abbinato alla riduzione della spese per regali, abbigliamento, tempo libero e viaggi/vacanze. Per questo gli acquisti degli italiani si fanno sempre più oculati, ricorrendo volentieri alla marca privata, agli acquisti programmati e al confronto dei prezzi (soprattutto fra quelli in promozione e quelli non promozionali).
Il rapporto Coop cerca anche di scrutare gli andamenti dei consumi futuri, nel triennio 2009-2011. Si avrà una ripresa, ma sarà così modesta che non si riuscirà a riportare la spesa ai livelli precedenti: nel 2011 saranno più bassi di quasi il 2% rispetto a quelli del 2006. Le cause? Eccole: le difficoltà occupazionali, la ripresa dell’inflazione, l’incremento del tasso di risparmio, il venir meno dei fattori che hanno sostenuto il reddito in favore di una politica fiscale restrittiva, dei tagli alla spesa pubblica e dei pressione fiscale. In altre parole, al reddito in debole ripresa si sommerà una propensione al consumo stagnante e più bassa del recente passato, causando consumi in recupero limitato: +0,6% nel 2010 e +0,9% nel 2011. Peggio ancora se, al posto del dato aggregato, si considerano i consumi pro-capite, perché allora solo nel 2012 i consumi torneranno a crescere. Disaggregando i dati, i consumi alimentari, che nel 1970 rappresentavano il 24,5% della spesa per i consumi, nel 2008 sono passati al 14,5% (da tenere in mdente, perché si tratta del famoso indicatore della ricchezza dei cittadini di una nazione). Stiamo attendendo quale sarà il dato di quest’anno, per sapere se siamo di fronte a un vero cambiamento strutturale di fondo. Nel trienno per gli alimentari è previsto un calo, nel quale influiranno il progressivo invecchiamento della popolazione, il consumo dei pasti fuori casa e la contrazione dell’occupazione. E avremo un –0,7% nei generi alimentari bevande escluse, con oli e grassi al –2,2%, frutta al – 1,6%, pesce al –1,5%, con latte e formaggi al –1,1%, caffè e tè al –0,8, carne al –0,7% ecc.; le bevande alcoliche diminuiranno del 3,2%. Calo più marcato avverrà per il vestiario (-3,4%) e le calzature (-3,1%), per i mobili, elettrodomestici e manutenzione casa (-2,1%). Per l’abitazione, invece, è previsto un aumento dello 0,7% a causa soprattutto dell’acqua e altri servizi. La sanità segnerà un +2,0%, dovuto soprattutto ai prodotti medicinali. Ancora diminuzione nella spesa per i trasporti (-1,9%), ma non per le comunicazioni (+5,9%, dove le apparecchiature segneranno un +8,9%). In sostanziale stabilità vi sarà, invece, per gli alberghi e ristoranti (+0,1%) e la ricreazione-cultura (-0,3%), mentre in diminuzione per i beni e servizi vari (-1,0%) e l’istruzione (-1,8%).

· La crisi darà origine a un cambiamento strutturale del retail (25/09/2009)  

Pianeta Distribuzione 2009 di Largo Consumo contiene un articolo di Gaetano Aiello che avvalora la convinzione di tanti menager della distribuzione che, dopo l’attuale crisi, per il settore nulla sarà come prima...

Pianeta Distribuzione 2009 di Largo Consumo contiene un articolo di Gaetano Aiello che avvalora la convinzione di tanti manager della distribuzione che, dopo l’attuale crisi, per il settore nulla sarà come prima. La crisi, infatti, pur colpendo con modalità e tempi diversi, ha comunque fatto diminuire le vendite al dettaglio, causando, in modo diretto o indiretto, il cambiamento della domanda dei consumatori e il rallentamento dello sviluppo della distribuzione moderna. Prova ne è che i più importanti retailer mondiali americani ed europei si sono orientati, negli ultimi mesi, verso strategie selettive di crescita, riducendo l’incremento annuale delle superfici di vendita o limitando le acquisizioni e le fusioni. Un cambiamento che ha alte probabilità di diventare strutturale. I mutamenti nei comportamenti d’acquisto e di consumo della domanda, infatti, di fronte alla riduzione del reddito disponibile per la spesa, si stabilizzeranno nel tempo, limitando alcuni consumi, ricercando prodotti a prezzo conveniente o ridotto e spostando gli acquisti di alcuni beni verso alternative di marca o le versioni più costose. E tutto fa pensare, come è già successo nella storia della distribuzione, che questi atteggiamenti rimarranno anche quando il reddito disponibile riprenderà a crescere, per il fatto che la crisi ha “maturato” il consumatore, facendolo diventare da utilizzatore a protagonista. Se infatti fino a oggi l’innovazione dei formati (sempre di dimensione maggiore) e degli assortimenti (sempre più estesi e profondi con prezzi sempre più bassi) sono state opera soprattutto delle imprese (grazie alla disponibilità di risorse finanziarie, di tecnologie e di spazi di mercato non saturi), il consumatore però ha maturato esperienze di acquisto, si è fatto una buona esperienza e conoscenza della Gdo e ha penalizzato le insegne che non hanno offerto un elevato value for money. Avverrà allora che l’innovazione delle imprese sarà trainata dalla domanda, per rispondere alla quale le insegne “avranno un po’ meno bisogno di risorse finanziarie, un po’ più bisogno di risorse tecnologiche e molto più bisogno di risorse umane con capacità distintive per l’ascolto e la gestione di relazioni personalizzate con il cliente”. Un vero cambiamento del modello di business, dove, dal momento che altri valori si aggiungono a quelli del prodotto, aumenteranno i costi di servizio. Si assisterà quindi allo sviluppo di formati di prossimità di medio-piccola dimensione, che rispondano ai bisogni di un’esperienza d’acquisto personalizzata e orientata al risparmio di tempo, di versatilità dell’assortimento (piatti pronti, fresco e freschissimo, prodotti locali ecc.), di eco-sostenibilità (nel trasporto e nel consumo d’energia ecc.), di invecchiamento della popolazione (pdv come luogo anche di aggregazione sociale). Da qui la previsione di una prossima saturazione delle grandi superfici a favore dei format di dimensione minore, ma anche di un’offerta orientata a più segmenti o addirittura a nicchie e quindi selettiva. Le conseguenze sulla gestione non saranno di piccola importanza: maggiore rotazione sugli scaffali, riduzione delle scorte, assortimento per settori specifici che dia margini superiori ecc. Alcuni esempi di questi format già esistono: Fresh and Easy di Tesco, Marketside di Wal-Mart, The Market Vons di Safeway, Urban Fresh di Supervalue, i due format di Sainsbuty’s con le loro varianti, Neukauf di Edeka ecc. Un cliente dei retailer specialità, sempre più informato, consapevole e sempre meno tollerante degli eccessi della comunicazione e dei prezzi, farà in modo che i retailer creino una relazione diretta con lui e un’integrazione a monte con il fornitore per collocare i prodotti richiesti tramite la vertical branding . Anche qui i casi già non mancano: Apple Store e iTunes di Apple, Espressamente Illy di Illy, Barista di Lavazza, ecc.

· La ripresa nell'immobiliare commerciale è piccola, ma c’é (22/09/2009)  

Nell’immobiliare commerciale europeo una ripresa sta avvenendo: nel 2° trimestre gli investitori internazionali in Europa sono ritornati...

Nell’immobiliare commerciale europeo una ripresa sta avvenendo: nel 2° trimestre gli investitori internazionali in Europa sono ritornati. Secondo Cushman & Wakefield, infatti, gli investimenti complessivi sono stati di 11,97 mld di euro: +2,5% nei confronti dello stesso periodo del 2008, mentre quelli stranieri hanno segnato +16%. Questi ultimi si concentrano su strutture di qualità, occupate da commercianti di peso e che dispongono di affitti a lungo termine, tralasciando i prodotti a rischio. I tassi di capitalizzazione di tutte le strutture di qualità sono aumentati di 0,07 punti, contro lo 0,28 del 1° trimestre: la crescita più debole dalla fine del 2007. Dal momento però che i tassi più bassi implicano ritorni sugli investimenti più elevati, questi piccoli aumenti dovrebbero incoraggiare gli acquirenti. Però questo non sarà il caso per le strutture secondarie, cioè quelle che presentano affitti a tempo più corto e occupate da commercianti meno stabili finanziariamente.
In Germania gli investitori stranieri hanno rappresentato il 15% dei 1,9 mld investiti complessivamente. Una percentuale piuttosto bassa, se confrontata al 46% sul totale di 1,37 mld in Francia. Anche in Spagna l’incidenza degli investitori stranieri è stata piuttosto elevata, rappresentando il 48% del totale (cioè 404 mio su 837), contro il 18% del 1° trimestre. Tuttavia le società che vogliono ritornare sui mercati europei trovano difficoltà ad ottenere finanziamenti, perché le banche sono ancora circospette nel concedere prestiti per investimenti finanziari.
Diversa, invece, è la situazione nell’Europa centrale e orientale. In essa quest’anno gli investimenti immobiliari commerciali di Russia, Repubblica Ceca e Polonia (che rappresentano insieme il 78% delle operazioni), sono caduti dal 59% (a 164 mio) del 2° trimestre 2009 al 91% del 1° semestre (a 560 mio). Nei primi due stati l’attività è condotta essenzialmente da investitori locali, mentre per la Polonia si aspettano gli investitori stranieri, convinti che il paese sarà uno dei primi in Europa a uscire dalla recessione. Nel futuro (2° semestre di quest’anno e 2010) saranno i tedeschi a investire maggiormente sia in Polonia sia nella Repubblica Ceca, praticando ancora la loro consueta strategia di investimenti diversificati. I problemi economici dell’Ungheria hanno finito per rendere i retailer internazionali molto prudenti.
Gli investitori americani in strutture commerciali europee stanno facendo marcia indietro e cercano di vendere strutture. Infatti, mentre nel 1° semestre del 2007 rappresentavano, secondo CB Richard Ellis, il 16% del totale delle transazioni, nello stesso periodo dell’anno seguente erano già scesi al 9,1% e in quello di quest’anno all’1,6%. Ciò spiega come il valore delle strutture del commercio di proprietà degli investitori americani dal 2° semestre 2006 al 1° semestre di quest’anno sia crollato dell’81%, passando da 132 a 24,8 mld. Non è però che siano intenzionati a uscire dall’Europa, quanto ad aspettare che il mercato cada ancora, in modo da acquistare a prezzi più bassi. Ma nel frattempo, siamone certi, gli investitori europei non staranno a guardare.

· Il commercio associato può superare ottimamente la crisi (20/09/2009)  

La crisi attuale non distoglie le piccole e medie imprese della distribuzione associata europea dal guardare al futuro

La crisi attuale non distoglie le piccole e medie imprese della distribuzione associata europea dal guardare al futuro. Questa è la posizione del Convent Sme groups Europe organizzato da Ugal, l’associazione europea che riunisce i principale gruppi di imprenditori indipendenti della Gda alimentare e non alimentare, tenutosi a Bologna l’11 settembre scorso. Secondo i relatori del convegno l’associazionismo è la grande soluzione, anzi “l’unica” (Riccardo Francioni, procuratore generale di Selex), per dare futuro alle piccole e medie imprese del settore. Ma per arrivare a questo “oggi più che mai – ha affermato il presidente di Ugal Peter Hampl - in un mondo globalizzato e fortemente competitivo, il dettaglio indipendente deve far riferimento all’Europa e poter coinvolgere tutti gli stati membri nelle richieste di strumenti e politiche mirate, per uscire dal tunnel e per dare slancio al mercato e ai consumi”. Operazione non semplice perché, secondo Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, nonostante che la crisi abbia rilanciato l’Ue ma richieda decisioni comuni immediate, “nessun leader politico vuole rischiare la propria carriera per l’Europa”. E allora come uscirne? Conoscendo molto bene la psicologia dei politici, Prodi sprona le imprese associate distributive, così radicate e diffuse sul territorio, a usare della loro posizione privilegiata per condizionarli (“far opera di lobby”) nel costruire un’Europa unita non solo da una politica comune economica e della finanza, ma anche di politiche del fisco e del lavoro. “La vostra formula – ha affermato – è un buon compromesso che può tranquillizzare i politici europei: dal momento che questi sono conservatori per natura, paurosi come sono che il nuovo destabilizzi la loro posizione, voi dovete proporre loro ‘un cambiamento nella conservazione’, cioè un compromesso fra il vecchio e il nuovo che riesca ad adattare la società”. Dal momento che raggruppare diversi paesi attorno a una stessa politica condivisa da tutti gli stati membri è molto difficile, quasi impossibile, Prodi propende e propone l’abolizione dell’unanimità di base, in cui a ogni piccolo paese acquista stazza da gigante, in favore di un’Europa a diverse velocità che lasci ai singoli stati una porta aperta sia per entrare sia per uscire, mantenendo però accordi bilaterali. E soprattutto prendere atto che ricorrere ai referendum per allargare l’Europa è una strada sbagliata: meglio adottare periodi di transizione. Solo in questo modo si riuscirà a mettere in moto un processo decisionale veloce, quale la storia e la crisi attuale richiedono. L’associazionismo distributivo può riuscire a costruire, grazie al raggiungimento di una dimensione minima, una strategia globale che convive con quella locale. Questo è ciò che detta l’esperienza di Prodi. L’associazionismo distributivo ne prenda atto, operi per arrivare a questa soluzione e spieghi chiaramente all’Europa la diversità e la potenza del suo ruolo.
Certo, il problema dell’associazionismo non è solo questo. Anzi, stando agli interventi della giornataha da affrontare fondamentali problemi interni alla categoria e alle proprie aziende. Per esempio, focalizzarsi sugli aspetti fondamentali (Ilaro Ghiselli, amministratore delegato di Mercatone Uno: “La leva finanziaria ha avuto la prevalenza su quella dell’impresa”), mettere in discussione il modello organizzativo e introdurre più concorrenza fra le imprese distributive (Camillo De Berardinis, amministratore delegato Conad: “Il regime italiano di poca concorrenza va a scapito delle imprese”), curare la fedeltà tramite la shopping experience e la marca privata (Sergio Imolesi, direttore generale di Ancd Conad), ridurre i costi del personale (Hilomar Juckel, amministratore delegato di Bbe Retail Experts Unternehemensberatung : “Il commercio in certi paesi è saturo”), ecc. Comunque è certo che nei prossimi 10 anni i consumatore ricominceranno a consumare, soprattutto nel breve periodo, anche se di questa previsione godranno maggiormente i pdv di abbigliamento e il discount. Comunque è fuori dubbio che sarà l’assocaizionismo a salvare i piccoli negozi. Parola di Juckel. (settembre)

· Nell’acquisto del grocery il Sud è più svantaggiato e caro (15/09/2009)  

Quando si afferma che la vita nel Meridione italiano è più bassa, bisogna abbandonare sia gli stereotipi sia le generalizzazioni

Quando si afferma che la vita nel Meridione italiano è più bassa, bisogna abbandonare sia gli stereotipi sia le generalizzazioni. E’ a questa prudenza che invitano Altrocomsumo, la più grande associazione di consumatori italiana, e l’Osservatorio prezzi Opus di Nielsen Panel in due ricerche a caratteristiche diverse. Infatti sembra che il principio non sia assolutamente vero almeno per gli acquisti di prodotti del largo consumo. Il principio, quindi, deve essere maggiormente articolato. Secondo, infatti, l’indagine “Superisparmio” di Altroconsumo, che ha confrontato di 351 punti di vendita italiani posti in 66 città diverse, risulta che sia La Spezia a detenere il primato del carrelloo della spesa più economico: 1.300 euro in meno all’anno rispetto alla media nazionale di 6.600 euro. Sono, poi, Foggia e Palermo che presentano il carrello più costoso per i beni di prima necessità: circa 7.000 euro di media. I milanesi, volendolo, possono riuscire a risparmiare 775 euro nei confronti di Roma. Un notevole risparmio sulla media (600 euro) possono ottenere i pisani e i fiorentini.
Nielsen Panel, invece, prende in considerazione tutti i prodotti di largo consumo confezionati cioè “grocery” (circa 120.000), di cui indica il loro prezzo a parità di prodotti e quello medio del carrello, il tutto raffrontato alla media italiana 100. Per il primo parametro la più cara risulta la Calabria con 104,6 (carrello 95,2), seguita da Valle d’Aosta, Molise e Sicilia con 103,7 (carrello, rispettivamente 14,5; 99,4; 93,3), Sardegna con 103,2 (97,0), Basilicata e Lazio con 103,0 (93,3 e 104,8), Puglia e Marche con 101,4 (100,6 e 97,6), Abruzzo e Trentino-A.A. con 101,3 (99,4 e 100,6), Campania e Liguria con 100,5 (90,3 e 105,5), Piemonte con 100,2 (104,2), Friuli-Venezia Giulia con 100,1 (100,0), Emilia Romagna con 99,2 (97,0), Lombardia con 98,5 (106,1), Veneto con 98,4 (99,4), Umbria con 97,4 (93,3) e Toscana 94,6 (94,5). Le spiegazioni di una simile classifica possono essere tante e tutte vere, che possono incidere con la diversità della loro presenza e del loro peso. Elenchiamone alcune: per il prezzo dei prodotti, il diverso sviluppo della distribuzione moderna (Gda/Gdo) riunita in supercentrali d’acquisto, la concorrenza delle catene, i costi logistici ecc.; per il prezzo del carrello l’autoconsumo per i prodotti alimentari, il tempo disponibile per la preparazione dei pasti, l’occupazione femminile, i consumi fuori casa, il reddito disponibile ecc.

· Il 1° semestre di Igd è buono, nonostante la crisi (30/08/2009)  

Il 1° semestre di Igd Siiq spa si è chiuso con 60,29 mio di fatturato (+32,4% nei confronti dello stesso periodo del 2008) e un margine operativo lordo (Ebitda) di 37,0 mio (+ 32,7%)...

Il 1° semestre di Igd Siiq spa si è chiuso con 60,29 mio di fatturato (+32,4% nei confronti dello stesso periodo del 2008) e un margine operativo lordo (Ebitda) di 37,0 mio (+ 32,7%). L’utile netto è stato di 7,13 mio (-79,2%: le imposte, di 540.000 euro, non sono confrontabili con i 10.020 mio positivi del 2008, che includevano il riversamento delle imposte differite passive a seguito dell’ingresso della capogruppo nel regime Siiq: società d’investimento immobiliare quotata), quello adjusted (secondo l’andamento normalizzato dopo l’entrata nel regime Siiq) di 16,9 mio (+35,9%) e l’indebitamento finanziario netto è stato di 897,0 mio (+22,4%). Alla crescita del fatturato hanno contribuito soprattutto le attività locative in Romania (+5,87 mio) e le aperture delle strutture Coop di Crema (Cr), Guidonia (Rm) e Catania (7,5 mio euro) e quelle da servizi (3,51 mio: +66,8%). Il margine operativo netto (Ebit) è passato da 35,8 a 24,8 mio (-30,6%) a causa della diminuzione del valore di mercato del portafoglio immobiliare di Igd, che ha presentato una svalutazione netta di immobili e di investimenti in corso di 11,8 mio di euro a fronte a rivalutazioni nette di 8,1 mio. Il patrimonio netto è passato comunque da 1.674,9 mio euro a 1.762,8 mio (+5,2%), di cui quello immobiliare da 1.423,2 mio a 1.535,5 mio (+7,9%). L’incremento di quest’ultimo è dovuto principalmente all’acquisizione del nuovo centro commerciale di Guidonia. Ma il patrimonio immobiliare del gruppo (compreso il 50% della joint venture romena Rgd con Beni Stabili) ha segnato un decremento dello 0,82%, attestandosi a 986,32 mio di euro, mentre il portafoglio dei 16 immobili situati in Romania ha registrato una riduzione di valore del 3,55% assestandosi sui 193 mio di euro. L’indebitamento finanziario del 1° semestre è stato di 898,0 mio, in incremento di 164,1 mio a causa delle acquisizioni e degli investimenti del periodo e dell’aumento di 38,97 mio del capitale circolante netto, facendo passare il rapporto indebitamento/mezzi propri da 0,99% a 1,22%. In conclusione, si può dire che Igd ha presentato complessivamente, nel 1° semestre di quest’anno, una buona crescita. Nell’affrontare i prossimi mesi, che si profilano ancora difficili, Igd conta sull’elevata qualità degli immobili in portafoglio, che offre, secondo l’amministratore delegato Claudio Albertini, “capacità di tenuta delle valutazioni e della visibilità dei flussi d’acquisto, in presenza di un’adeguata capacità residua di finanziare gli investimenti programmati dal momento che i benefici del regime Siiq cominciano a farsi sentire”.


· Nel centro storico di Parma promossi 9 centri commerciali naturali (31/07/2009)  

La Giunta Municipale di Parma, in collaborazione con Ascom e Confesercenti, ha messo a punto un progetto di valorizzazione commerciale del centro storico della città che si articola nella promozione di 9 centri commerciali naturali...

La Giunta Municipale di Parma, in collaborazione con Ascom e Confesercenti, ha messo a punto un progetto di valorizzazione commerciale del centro storico della città che si articola nella promozione di 9 centri commerciali naturali, con il coinvolgimento di 1.200 esercenti. Le 9 zone sono state individuate tenendo conto degli elementi storici, delle tipologie merceologiche dei punti di vendita presenti e delle tradizioni produttive locali, come i bar e ristoranti di Via D'Azeglio, le boutique di via Cavour, i caratteristici negozi di via XX luglio o del mercato di Piazza Ghiaia. Il Consorzio Parma Centro per ogni zona promuoverà delle associazioni temporanee d'impresa, che potranno essere destinatarie dei contributi previsti dalla Regione Emilia Romagna tramite la L.R. n. 41/1997. Anche i negozianti parteciperanno con quote associative presumibilmente di 100 - 150 euro, mentre agevolazioni sono previste da parte del Comune di Parma e non mancheranno sponsorizzazioni da parte di privati. Le domande di contributo saranno presentate alla Provincia di Parma su delega della Regione Emilia Romagna entro il prossimo 20 settembre.

· Un nuovo piano strategico trasformerà Carrefour (31/07/2009)  

Il 10 giugno scorso il nuovo amministratore di Carrefour, seconda catena mondiale della distribuzione, Lars Olofsson, ha annunciato un grande piano strategico di trasformazione della catena

Il 10 giugno scorso il nuovo amministratore di Carrefour, seconda catena mondiale della distribuzione, Lars Olofsson, ha annunciato un grande piano strategico di trasformazione della catena della durata di quattro anni. Fino al 2012 la società dovrebbe generare 4,5 mld di euro di economie, di cui 1,4 mld provenienti dalla riduzione degli stock a 7 giorni, 1 mld dagli acquisti e soprattutto 2,1 mld dalla riduzione dei costi. Per poter raggiungere lo scopo il gruppo verrà essere riorganizzato profondamente. Il piano delle economie è, comunque, già iniziato. Quest’anno sono previsti 500 mld (di cui 185 negli ultimi 3 mesi appena scorsi), nel prossimo 950 mld, nel 2011 1.500 mld e nel 2012 altri 2.100 mld. Suddivise per funzione, 700 mld di economie dovrebbero derivare dalla riorganizzazione della logistica, altrettanti dai punti di vendita, 450 mld dalle funzioni di supporto e 250 mld dall’amministrazione e altre funzioni. Inoltre il piano Olofsson prevede 500 mio di investimenti nell’informatizzazione e nei magazzini e 1 mld di costi eccezionali per accompagnare il cambiamento. Il grosso delle economie dovrebbe venire dai 4 paesi in cui Carrefour è particolarmente presente: Francia, Spagna, Italia e Belgio. In essi i costi raggiungono i 13,3 mld con due poste principali: le vendite (4,8 mld) e la logistica (4,1 mld), seguite dalla struttura operativa (2,4 mld) e dal management (2,1 mld). I guadagni sugli acquisti dovrebbe essere di 50 mld, il 41% dei quali proveniente dall’ottimizzazione dell’assortiemnto e delle categorie, il 28% dalla collaborazione con i fornitori chiave, l’11% dalla centralizzazione e dall’armonizzazione della marca propria e il 20% dall’outsourcing del non alimentare. A proposito dell’Italia (dove le vendite nel 1° trimestre sono calate del 3.5% e nel 2° del 2,4%), il programma prevede di vendere gli iper posti nel Mezzogiorno (sono già stati venduti quelli di Bari e di Roma, mentre sono in vendita gli altri 4 delle Puglie: al sud ne restano altri 6), per ricentrarsi al nord del paese. In Belgio (-2,8% e –2,0%), invece, prima di partire con la riorganizzazione di Carrefour Belgique, si cercherà di trovare il “buon modello commerciale”, sull’esempio di quello che è stato fatto in Francia con la trasformazione dei Champion in Carrefour Market. Per la Francia (-0,4% e +0,3%) e la Spagna (-4,7% e –6,9%), invece, si sta pensando a un concept di punto di vendita simile a quello del brasiliano Atacadão, a metà strada fra l’iper e il magazzino. Per la Francia, poi, si tratta di sviluppare, grazie ai buoni risultati dati dai test, le due insegne di prossimità urbana (Carrefour City) e rurale (Concact), in franchising, e la nuova versione di Carrefour Market. Inoltre saranno riorganizzate le sedi e aggiunti ai manager e agli operativi gli “uomini supplì”, che avranno l’incarico di ridurre gli stock, eliminare le code delle promozioni, realizzare il just in time, anche per i prodotti provenienti dall’Asia, ridurre le differenze inventariali ecc. Anche la logistica “pura e dura” figura nel cuore della trasformazione del gruppo, che conta di intensificare il ricorso al cross docking tramite le piattaforme, di ricorrere ai magazzini classici per i piccoli fornitori e a sistemi di stock avanzati per i grandi. Nei punti di vendita si accellerà l’introduzione delle casse automatiche, si riorganizzeranno totalmente i back-office, si limiterà al massino il demarcaggio nel fresco e si esternalizzeranno alcune funzioni, come la contabilità, le Rh e i servizi generali. Inoltre gli assortimenti verranno razionalizzati e le referenze ridotte sia nei trasporti sia nei punti di vendita in modo da aumentarne la rotazione: è la fine del principio chiave della nascita dell’ipermercato (introdotto proprio da Carrefour) del “tutto sotto lo stesso tetto”. Insomma verranno ridotti i prodotti di marca in favore di quelli di marca propria (ma le cui referenze saranno comunque ridotte e razionalizzate), aumentando però il numero di unità dei bisogni, in modo da concentrarsi sulle referenze portatrici di maggior margine e guadagno. Infine saranno intensificate le sinergie negli acquisti: per esempio, mentre oggi Dia e Carrefour acquistano insieme solo il 50% della merce, si dovrà arrivare al 100%. E per il non alimentare verrà creata un’équipe unica di acquisti per l’Europa, che dovrà anche gestire l’insieme delle categorie, mentre ai singoli paesi rimarrà solo la gestione del prezzo e degli aspetti commerciali. Insomma, il lavoro che attende Carrefour non è di poco conto.


· Nella crisi c’è anche chi si arricchisce (31/07/2009)  

In Gran Bretagna alcune società immobiliari nel commercio si arricchiscono acquistando immobili a prezzo inferiore al loro valore contabile

In Gran Bretagna alcune società immobiliari nel commercio si arricchiscono acquistando immobili a prezzo inferiore al loro valore contabile. Si tratta essenzialmente di piccoli operatori che dispongano ancora di fondi propri e le cui operazioni non sono, in realtà, di valore molto elevato. Eppure il fenomeno esiste. Comunque, nonostante le dichiarazioni di istituti di ricerca che ormai si è toccato il fondo e che quindi che la rotta presto s’invertirà, il mercato immobiliare commerciale è ancora anemico. Basti pensare che in Europa nel 1° trimestre di quest’anno è diminuito del 44% a 11,5 mld di euro nei confronti del 4° trimestre dello scorso anno. Eppure, secondo Cbre, la parte degli investimenti commerciali britannici in Europa nel 1° trimestre di quest’anno sono aumentati del 26% nei confronti del 4° trimestre del 2008. Le maggiori società britanniche d’investimento in immobiliare hanno continuato a vendere attivi al di sotto del loro valore contabile del 2008: Land Securities ha venduto a prezzo inferiore del 21,9% di media e British Land ha registrato, a chiusura d’esercizio (a marzo), una perdita del 22,1% nella branca commerciale. Gli investitori del commerciali in aprile hanno iniettato miliardi di euro nei fondi americani e britannici in Europa, dando così un po’ di respiro ai gestori stranieri. Questi però sentono la necessità di ritrovare la fiducia degli investitori del commercio (hanno in effetti degli onorari più elevati che nel resto del mondo), facendo di tutto per cambiare la tendenza della caduta dei profitti dovuta al ritiro dei fondi per opera del mercato delle azioni. Infatti a fine aprile gli attivi dei fondi mutualistici americani erano inferiori del 30% in rapporto a un anno precedente e in Gran Bretagna i fondi basati sul commercio al dettaglio erano diminuiti del 17%.
Ma c’è anche chi approfitta della caduta del mercato degli immobili commerciali. Sainbury ( terza catena distributiva inglese), per esempio, che ha deciso di ampliare, entro il marzo del 2011, la superficie di vendita della sua rete di 250.000 nuovi mq tramite l’apertura di 50 punti di vendita e l’ingrandimento di altri 30-35.

· Futuro poco roseo, anzi nero, per Karstadt (30/07/2009)  

Tempi duri, se non addirittura di scomparsa dal mercato, per i grandi magazzini tedeschi Karstadt

Tempi duri, se non addirittura di scomparsa dal mercato, per i grandi magazzini tedeschi Karstadt. In realtà è altrettanto vero anche per tutte le insegne tedesche di grandi magazzini. Ma per il numero uno, cioè per Karstadt (119 pdv; fatturato 2008 di 4,09 mld: -3,4% sull’anno precedente; Ebitda di –4,2 mio; dipendenti: 23.195) il 2009 sembra l’anno decisivo per la sua sopravvivenza. Il suo gruppo proprietario Arcandor in primavera aveva chiesto al governo una garanzia di 650 mio di euro, ma questo, l’8 giugno scorso, l’aveva rifiutata con la motivazione che sussistevano “dubbi considerevoli in merito alla possibilità del concetto” di sopravvivenza del gruppo, che è presente anche nella vendita per corrispondenza con Quelle e Primondo e nel turismo con Thomas Cook. Il gruppo aveva cercato, infatti, un’ancora di salvezza anche nella banca KfW>/b>, braccio finanziario dello stato, a cui aveva chiesto un prestito di 437 mio di euro: negato. Inoltre al ministro delle Finanza tedesco Peer Steinbrück non piace che gli azionisti non vogliano prendere le loro responsabilità nei confronti dei fornitori e dei proprietari degli immobili. Atteggiamento, fra l’altro, che anche Angela Merkel ha giudicato inammissibile. Come se non bastasse, perfino Bruxelles aveva dichiarato che il gruppo non avrebbe dovuto ricevere sovvenzioni pubbliche perché la crisi di Karstadt era iniziata prima dell’1° luglio 2008, data dell’inizio formale della crisi secondo la Commissione europea. Come uscirne, allora? Il proprietario di Arcandor Karl-Gerhard Eick ha cercato, ma inutilmente, di accordarsi con il presidente direttore generale di Metro Eckhard Cordes per fondere Karstadt con Kaufhof (141 pdv; fatturato 2008: 3,51 mld di euro: -1,1%; Ebit 113 mio: +5,6%; dipendenti 19.875). Una delle grosse obiezioni è stata che i costi di affitto pagati ai proprietari degli immobili erano troppo alti, fuori mercato. Fra l’altro anche Metro avrebbe voluto sbarazzarsi di Kaufhof, ma senza riuscirci; e l’unione con Karstadt avrebbe sì portato dei vantaggi di economia di scala, ma avrebbe dovuto chiudere una quarantina punti di vendita (anche se questo non sarebbe stato un grosso problema perché il personale sarebbe stato reimpiegato nei Saturn). Infine tutte e due le insegne stanno soffrendo molto di fronte alla concorrenza degli ipermercati e dei centri commerciali, soprattutto i grandi magazzini minori (e vecchiotti) di provincia (di cui, fra l’altro, negli anni più recenti Karstadt, pur potendo, non si è liberata). Come se non bastasse, il titolo di Arcandor è caduto dai 30 euro per azione di due anni fa a circa 1 euro nel giugno scorso. In conclusione, Metro ha ritenuto Ancandor insolvibile e ha chiuso il rapporto. Data questa situazione e la crisi dei consumi che colpisce la Germania, sono pochi coloro che vedono per Karstadt un futuro prossimo vicino al roseo.

· Ad Eboli iniziata la costruzione del centro commerciale LEBOLLE (15/07/2009)  

Il 15 luglio scorso sono iniziati i lavori di costruzione del Centro commerciale LEBOLLE di Eboli (Sa)...

Il 15 luglio scorso sono iniziati i lavori di costruzione del Centro commerciale LEBOLLE di Eboli (Sa).
Il progetto, che prevede un investimento totale di circa 45 milioni di euro, riguarda la realizzazione di un centro commerciale sviluppato su un’area di circa 100.000 mq, con superficie coperta pari a 21.347 mq e una GLA di 16.000 mq circa.
Promotore dell’iniziativa e titolare di tutte le autorizzazioni, urbanistiche e commerciali, è l’azienda veneta Trade Mart srl appartenente al Gruppo Boldrin,che cota 20 centri commerciali realizzati in tutta Italia.
Ben collegata con i principali assi viari l’area risulta baricentrica rispetto ai Comuni della
Il progetto architettonico porta la firma del noto studio internazionale Chapman&Taylor che, attraverso un attento studio di interior design, ha creato
un luogo gradevole per l’intrattenimento delle famiglie, una piccola cittadella dello shopping che, attraverso l’innovazione degli ambienti ma nel rispetto dei colori della tradizione del territorio, cambierà le abitudini della popolazione della Piana del Sele.
Sogeprim Real Estate srl, società impegnata da vent’anni
nell’ideazione, progettazione e gestione di centri e gallerie commerciali, curerà lo svolgimento delle attività preliminari e per la commercializzazione degli spazi del futuro centro commerciale. Sona per ora previste una piattaforma alimentare ad insegna DESPAR (4.000mq) e una piattaforma
dell’elettronica ad insegna EXPERT (2.000 mq). Saranno inoltre presenti nella food court del Centro le principali della ristorazione e della produzione locale tipica.
L’apertura del centro commerciale é prevista per la fine del 2010. Si prevede che la realizzazione del centro commerciale abbia una notevole ricaduta occupazionale (oltre 300 nuovi posti di lavoro) e una rinnovata visibilità per la città di Eboli anche in termini turistici.

· Per i promotori di soluzioni alla crisi ne esistono almeno quattro (06/07/2009)  

L’analisi di Lsa n° 2092 sulla situazione attuale delle imprese immobiliari del commercio suggerisce alcune grandi alternative strategiche alla crisi.

L’analisi di Lsa n° 2092 sulla situazione attuale delle imprese immobiliari del commercio suggerisce alcune grandi alternative strategiche alla crisi. Anzitutto i promotori e/o investitori, per il loro sviluppo, devono focalizzarsi sui progetti che interessano siti di prima scelta. Fra questi quelli che si trovano in centri città rappresentano un valore sicuro di mercato, grazie alle garanzie dell’accesso, della prossimità e del flusso dei clienti. Soprattutto nelle città medie che soffrono l’evasione commerciale verso le grande strutture di vendita della periferia. Le stesse garanzie offrono i grandi poli commerciali di carattere regionale e sopraregionale. Unibail-Rodamco, per esempio, si concentra sui progetti di grande ampiezza e di ritivalizzazione e ristrutturazione dei centri delle grandi città. Una seconda soluzione è quella di concentrarsi sulle estensioni dei siti e delle forti locomotive, creando quasi un parco commerciale senza partire dal nulla, ma da una situazione ormai assodata. Infatti, in tempo di crisi, creare nuove destinazione di acquisto è molto più difficile. Per questo motivo i promotori hanno tutto l’interesse ad aggiungere nuove strutture a quelle già esistenti che godono di una solida notorietà oppure installare ancore di grande potenza come un iper o una Gss.
Un altro aspetto, invece, interessa la gestione di un centro o parco commerciale. In questo caso è importante di proporre alle insegne in difficoltà a causa della crisi “misure di accompagnamento”, facendo delle concessioni finanziarie agli affittuari. I locatari, infatti, conoscono tante soluzioni per compensare il calo del giro d’affari: progressione del prezzo degli affitti o sua variazione secondo il giro d’affari. Oppure, durante i lavori di ristrutturazione, si possono accordare agli affittuari franchigie o partecipare alle spese investite dalle insegne, a patto naturalmente che queste dimostrino che le difficoltà che stanno passando sono dovute alla sola congiuntura e non alla loro mancanza di reattività alla situazione. I locatari, infatti, dal momento che sono generalmente disponibili a rinegoziare gli affitti solo eccezionalmente, preferiscono mettere in piedi iniziative creatrici di traffico e da cui possono guadagnare tutti, come, per esempio, azioni di comunicazione e di animazione. Una seconda soluzione dei promotori è quella di proporre alle insegne centri commerciali di prossimità o parchi commerciali che abbiano un buon rapporto qualità/prezzo, cioè che presentano costi di accesso attrattivi, ma con performance sicure, sull’esperienza delle strategie di low-cost.

· La crisi scombussola l’azione degli investitori immmobiliari (05/07/2009)  

E’ passato un anno ormai, ma per gli investitori immobiliari, i promotori e i gestori delle strutture commerciali la crisi finanziaria ed economica (con conseguenze sul consumo) non molla ancora la sua morsa

E’ passato un anno ormai, ma per gli investitori immobiliari, i promotori e i gestori delle strutture commerciali la crisi finanziaria ed economica (con conseguenze sul consumo) non molla ancora la sua morsa. Checché se ne dica. Le banche alzano la remunerazione dei loro rischi, il costo del credito aumenta e gli investitori sono nell’incertezza e nell’indecisione. Secondo il settimanale francese Lsa n° 2092 le transazioni di beni sono in pieno rallentamento e i venditori e gli acquirenti sono sempre in attesa di opportunità, perché anche le le migliori che si presentano non fanno scorgere un loro futuro chiaro. Il valore delle strutture commerciali, su cui le banche garantiscono i loro prestiti, è in ribasso. La realizzazione dei progetti a minor redditività previsionale è differita o addirittura annullata. Sotto l’aspetto del consumo i grossi acquisti per la casa sono differiti e i centri commerciali vedono diminuire la frequentazione della clientela e le loro vendite. Ecco allora che i commercianti più colpiti cercano di rinegoziare gli affitti o chiedono agli affittuari una compensazione. Le negoziazioni fra insegne e promotori si allungano nel tempo e, prima di firmare un affitto in un nuovo centro commerciale, si fanno più esigenti. La negoziazione dei siti futuri diventa difficile per i promotori perché non riescono a portare ai locatari reali garanzie di redditività. Ecco allora che essa si allunga quasi all’infinito nello sforzo di convincere ogni singola potenziale catena o commerciante della buona oppurtunità di riuscita commerciale: ciò che prima si decideva dai due a quattro mesi richiede tempi che vanno dai quattro ai dieci. E si ringrazia il cielo se si riesce ad arrivare al 90% dei contratti necessari per l’apertura. Infine molte insegne distributive, non vedendo al momento una ripresa dell’economia, frenano i loro piani di espansione. Anche se, secondo alcuni promotori (Unibail-Redamco, per esempio) l’abbattimento degli affitti non è il modo migliore ai tenent per creare un giro d’affari, quanto il far leva sulla comunicazione e sulle animazioni.
A rendere la situazione più complicata vi è il fatto che, mentre gli effetti della crisi economica sono misurabili immediatamente, quelli della liquidità, a causa dei lunghi anni della realizzazione di un progetto (anche 10, a volte), sono difficili da valutare sul medio e lungo termine. E ciò soprattutto per gli investitori. Ecco perché sia gli acquirenti di immobili o di siti, timorosi di pagare un prezzo troppo alto, sia i venditori, preoccupati di valorizzare al meglio i loro beni, sospendono le loro decisioni. Con grande perdita del valore degli immobili, come dimostra Unibail-Rodamco che ha perduto di esso il 9,1% nel 2008. Il rapporto di forza con le banche è cambiato: queste presentano condizioni negoziali draconiane e, a causa della crisi del mercato del credito, non rifinanziano più i debiti delle società immobiliari quando sono arrivati arrivati alla scadenza. La crisi economica, poi, fa in modo che i promotori, per paura di non essere seguiti dalle insegne nei loro progetti, rallentano o rimandano la loro realizzazione (anche del 30-40% della superficie in Francia). Ora è terminata anche la corsa speculativa all’acquisto di terreni: ormai gli operatori non acquistano più terreni “in bianco” senza sapere ciò che verrà costruito sopra, perché hanno paura di pagarli troppo caro. Per questo i promotori immobiliari si concentrano su un piccolo numero di operazioni ben mirate: in centro città, per esempio, o dove c’è scarsa presenza commerciale oppure ampliando le strutture già operanti, bacino d’utenza permettendolo. E, aspettando la ripresa, si concentrano sui siti sicuri.


· Il commercio cooperativo francese progredisce con slancio (30/06/2009)  

In Francia le vendite 2008 della Fédération du commerce associé (Fca) sono cresciute del 4,9% con lo 0,3% del commercio in generale

In Francia le vendite 2008 della Fédération du commerce associé (Fca), che riunisce cooperative degli operatori della distribuzione e modelli economici vicini (Leclerc, Système U, Intermarché, Intersport ecc.), sono cresciute del 4,9% con lo 0,3% del commercio in generale. Successo notevole, quando siamo di fronte a una grande crisi dei consumi. Secondo il presidente Guy Leclerc le motivazioni sono varie. Anzitutto la mancanza di fallimenti presso questi commercianti indipendenti, perché, in caso di difficoltà, il negoziante è sostenuto dal suo gruppo oppure il suo punto di vendita viene rilevato da un altro aderente. Inoltre la solidità del sistema è basato sulla solidarietà fra gli uomini, che permette che tutta la catena sia governata con una certa strutturazione formale da monte a valle. Non solo, ma i rischi che la successione e trasmissione dell’impresa (per esempio, nel caso di un figlio che non vuole seguire le orme del padre) possono accadere con la vendita dell’attività e del punto di vendita ai gruppi integrati (“il nemico”), gli altri associati o addirittura i quadri dei gruppi integrati - che non sognan altro che di diventare padroni di un punto di vendita - sono pronti ad acquistarlo tenendoli così nel gruppo. In effetti – sempre secondo Guy Leclerc – gli acquirenti, con sua grande sorpresa, non mancano. Infine vi è anche uno sprone strutturale che diventa personale. Quando, per esempio, per una crisi di consumi o altri motivi il proprietario di un punto di vendita non può ricorrere al ripiano del debito da parte della centrale integrata, fa di tutto per venirne fuori con le sue gambe, pur ricorrendo anche alla solidarietà di gruppo.
Fca riunisce attualmente 124 insegne e conta 37.150 punti di vendita, 29.000 imprese e 443.500 addetti. Ha segnato nel 2008 un giro d’affari di 117,4 miliardi di euro.

· Valfrutta promuove la frutta fresca nelle aree di servizio autostradal (25/06/2009)  

Un accordo fra Valfrutta e Autostrade per l’Italia dà avvio a un progetto per rilanciare in estate la frutta fresca di alta qualità...

Alla distanza di 6 mesi dalla creazione del marchio Valfrutta Fresco, un accordo fra Valfrutta e Autostrade per l’Italia dà avvio a un progetto per rilanciare in estate, tramite un’originale promozione, la frutta fresca italiana di alta qualità. Come e dove? Con allestimenti di colorati “gazebo Valfrutta” in 13 aree di servizio della rete autostradale del Nord Italia tutti i week-end che vanno dal 27 giugno al 6 settembre. In essi verrà offerta la frutta italiana di stagione a prezzi promozionali a marca Valfrutta Fresco, soprattutto pesche e nettarine, in confezioni di 3 kg. Le autostrade interessate sono 5: A1 nel Bolognese (con 2 postazioni), A4 nella Brianza e nel Bergamasco (4), A8 e A9 nel Varesotto (2) e 14 nel Bolognese (4). Inoltre per lanciare i prodotti freschi e quelli di IV gamma pronti all’uso in frullati di frutta senza aggiunta di conservanti, coloranti, aromi artificiali e zuccheri (ananas-pera-banana, fragola-mirtillo e mango-albicocca) sempre a fine giugno saranno trasmessi sulle principali reti tv nazionali due spot di 15” ciascuno: uno sulla frutta fresca (pesca) e l’altro sui frullati. Naturalmente saranno interessate anche la stampa e la radio (questa al momento dell’informazione sul traffico). Nelle aree di servizio autostradali sono previsti e attesi 500.000 contatti one-to-one, 200.000 colli distribuiti per 600 tonnellate di frutta, adottando gli slogan “Fai il pieno di frutta” e “Fai il pieno di freschezza”.
Nonostante la difficoltà del mercato, i responsabili del consorzio Valfrutta Fresco, sono soddisfatti dei risultati raggiunti dal marchio, caratterizzante la frutta fresca, italiana e “di qualità” (sana e buona) prodotta nella zona vocata dell’Emilia Romagna da 20.000 soci coltivatori associati in 55 cooperative. Il nuovo marchio ha finora coinvolto i principali mercati generali del Nord Italia, più quelli di Firenze e Roma e alcune catene della Gda, con pere, kiwi, arance rosse, fragole e ciliegie. In giugno e luglio sarà la volta delle pesche e delle susine, cui seguirà, in autunno, l’uva. Nel 2009 le vendite di Valfrutta Fresco sono state di 10 mio di euro, che, a regime (cioè nel 2003), dovrebbero salire a 40-50 milioni per 150.000 quintali complessivi di prodotto. Con l’esplicito intento che il giovane marchio diventi presto leader nel fresco.

· Le conseguenze dell’attuale fase recessiva sul Retail Real Estate (15/06/2009)  

Il convegno promosso ad EIRE l’11 giugno scorso dal Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali (CNCC) e da Confimprese, oltre ad aver visto una larga partecipazione, è stata l’occasione di fare finalmente un esame critico dell’attuale situazione del Retai

Il convegno promosso ad EIRE l’11 giugno scorso dal Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali (CNCC) e da Confimprese, oltre ad aver visto una larga partecipazione, è stata l’occasione di fare finalmente un esame critico dell’attuale situazione del Retail Real Estate. Mentre in una precedente iniziativa del CNCC i toni sulla recessione in atto erano stati soft, questa volta le difficoltà del momento sono apparse con evidente chiarezza.
Mentre il presidente del CNCC, Pietro Malaspina, è apparso alquanto prudente affermando che il successo di una iniziativa immobiliare si misura sul medio – lungo termine, i successivi interventi hanno mostrato quanto sia difficile in questo momento affrontare operazioni di riqualificazione urbana di vasta portata, come quelle descritte in un precedente convegno di Agecc e CNCC, relative a Belfast (Irlanda del Nord), Manchester (Gran Bretagna) e a Helsinki (Finlandia). Malaspina ha tenuto a sottolineare che i grandi progetti di rigenerazione urbana che vedono come motore il retail non vanno considerate come sviluppo della Grande Distribuzione come per molto tempo si è ritenuto, ma rappresentano attività immobiliari per creare luoghi del commercio, della ristorazione, dei servizi e delle attrezzature per il tempo libero e rappresentano pertanto una leva per lo sviluppo di un territorio. Il Retail Real Estate è il fulcro di queste operazioni e a questo proposito ha citato l’esperienza del parco commerciale “Il Portello” realizzata a Milano nell’area ex Alfa Romeo, con un intervento di riqualificazione urbana che ha visto la realizzazione di un polo commerciale con mall aperto e un parco pubblico, e il progetto di City Life, che pur avendo al suo interno una quota commerciale modesta (18.000 mq. di GLA), essa rappresenta il vero motore dell’operazione.
E’ poi toccato a Renato Cavalli affrontare il tema del ruolo della Pubblica Amministrazione in queste operazioni di riqualificazione urbana, sostenendo che la P.A. da vincolo deve divenire sempre più propulsore dello sviluppo. La prima condizione è che L’Ente pubblico non crei ostacoli ingiustificati, ma abbia un atteggiamento “proattivo”, cioè che crei un ambiente favorevole alla realizzazione di queste operazioni immobiliari, assicurando da un lato un livello di infrastrutturazione adeguato e dall’altro condizioni di sicurezza ambientale. Le maggiori difficoltà in queste operazioni immobiliari di vasta portata sono rappresentate dal fatto che non si è in presenza di un “interlocutore unico”, ma di tanti livelli decisionali (dal quartiere ai vari settori comunali, provinciali e regionali), che rappresentano tanti “rubinetti” che possono essere interrotti per molteplici cause. La stessa esperienza dello “sportello unico” ha dimostrato di essere in presenza di una semplificazione formale e non sostanziale delle procedure autorizzative. Vincoli artificiosi si riscontrano ad esempio nella facoltà di apertura dei centri commerciali nei giorni domenicali e festivi (che pur rappresentano il 13% del fatturato di un centro commerciale), ove si è in presenza di normative regionali in materia di classificazione di “comuni turistici” estremamente diversificate, dalle più “liberali” a quelle più ristrettive.
E’ spettato a Paolo Mora della Regione Lombardia illustrare come l’Ente da lui rappresentato abbia posto in essere una programmazione commerciale ed una pianificazione territoriale negoziata che consente un esame di merito delle operazioni innovative e di alto valore aggiunto. Particolare successo ha avuto poi il bando per il finanziamento dei progetti relativi ai “distretti del commercio”: con un finanziamento di 20 milioni sono stati finanziati ben 40 progetti, con un volano finanziario pari a 60 milioni di interventi.
E’ stato comunque dagli interventi di Fabio Bandirali di Eurohypo Ag e di Ermanno Nicoli di Corio Italia che sono emerse chiaramente le difficoltà che sta incontrando il Retail Real Estate nell’attuale fase recessiva. Da un lato le banche vedono accrescere la loro raccolta in quanto i risparmiatori evitano di investire in titoli azionali e fondi d’investimento, ma tale incremento della raccolta non si traduce in un incremento degli impieghi per investimenti anche immobiliari. Si è di fronte ad un atteggiamento troppo prudenziale delle banche, che hanno posto in atto criteri d’impiego molto selettivi, per cui occorrerebbe mettere d’accordo più istituti bancari per realizzare interventi immobiliari di una certa portata finanziaria. Viene pertanto richiesto da più parti un nuovo approccio ed una maggiore capacità d’analisi delle problematiche del Retail Real Estate.
Il convegno, coordinato in modo esemplare da Mario Taccini di CBRE – Espansione Commerciale, si è concluso con un intervento di Mario Resca di Confimprese ed ora responsabile del Marketing presso il Ministero dei Beni Culturali, il quale ha affermato che la recessione in atto manifesterà la sua ampiezza soltanto dopo l’estate e che la selezione degli operatori sul mercato sarà violenta e farà giustizia di certe impostazioni protezionistiche del passato per cui “il piccolo è bello” ed occorre difendere anche l’operatore marginale. La dimensione economica delle imprese torna ad affermarsi, perché consente una maggiore massa critica ed abbassa i costi fissi ed anche variabili. La nostra carta da giocare è pur sempre rappresentata dall’ Italian Style con le sue città d’arte e le sue coste, che assumono grande importanza anche ai fini delle location degli insediamenti commerciali. Ciò che è importante capire oggi è ciò che vuole il cliente, fornendo ad esso servizi di qualità. (Onorio Zappi)

· Numerose iniziative di Carrefour per l’ambiente (09/06/2009)  

Anche Carrefour, come altre catene italiane (Gruppo Selex, Coop ecc.), anticipa la messa al bando degli shopper a perdere in polietilene.

Anche Carrefour, come altre catene italiane (Gruppo Selex, Coop ecc.), anticipa la messa al bando degli shopper a perdere in polietilene (devono essere eliminati, per direttiva Ue, dal 1° gennaio del 2010). Dal prossimo mese di luglio, in partnership con Legambiente, negli ipermercati di Camerino (An), Zumano (Ce) e Termoli (Cb) si testerà la modalità per diminuire la loro distribuzione, offrendo in alternativa sacchetti di carta, box in cartone e, dove c’è la raccolta differenziata dell’umido, sacchetti biodegradabili in Mater-bi. In proposito c’è da sottolineare il fatto che già dal 2004 in tutti i punti di vendita del gruppo sono presenti borse riutilizzabili di materiale resistente. Già dal 2007, poi, vengono usate per il trasporto dell’ortofrutta cassette in plastica ripiegabili e riutilizzabili, che, grazie al loro peso inferiore del 16% e alla capacità del 10% superiore nei confronti delle tradizionali cassette in legno, si riesce a ridurre il consumo di carburante necessario al trasporto.
Inoltre, dal 5 di questo mese (Giornata mondiale dell’ambiente), Carrefour ha lanciato un mini sito all’interno di quello della catena dedicato allo sviluppo durevole, in cui vengono illustrate tutte le iniziative del gruppo in Italia per ridurre l’impatto sull’ambiente: www.carrefour.it/ambiente/.
Carrefour ha registrato, poi, i risultati dei suoi 16 mio di euro di investimenti negli ultimi 3 anni: il suo fabbisogno energetico è stato ridotto del 14%, dovuto alla non emissione nell’atmosfera di 36.000 tennellate di anidride carbonica o al consumo elettrico annuale di una città di 100.000 abitanti. L’intenzione del gruppo è di ridurre, entro il 2020, il consumo di energia per mq di superficie di vendita del 20% rispetto al 2005, non fosse altro che per il costo (quello dell’elettricità rappresenta l’85% del consumo energetico totale di un pdv). Le tecniche seguite sono quelle ormai universalmente conosciute: tubi fluorescenti tipo T5, lampade fluorescenti termiche ad alta efficenza, sostituzione per i freschi delle tradizionali lampade con quelle Led, utilizzo di CO2 nei circuiti refrigeranti, uso dei pannelli solari, modulazione delle lampade esterne secondo la luce naturale, copertura delle vasche surgelati con policarbonato ecc. Tutte tecniche che hanno fatto risparmiare energia nel pdv del 29%. Da non sottovalutare anche le tecniche di eliminazione degli sprechi e recupero dell’acqua.
Dallo scorso anno, poi, è partito il progetto di riciclo di bottiglie in Pet attivo oggi in 6 iper piemontesi e valdostani. Qui il consumatore può diventare, dietro richiesta, titolare di una Mr Pet Card con la quale accumula punti (1 ogni bottiglia consegnata) che gli consentono di ricevere un buono spesa utilizzabile nell’iper. Le bottiglie depositate vengono riciclate e riutilizzate per produrre carrelli e cestini per la spesa.

· Al bando gli shopper di plastica nei pdv di Unicoop Firenze (01/06/2009)  

Dal 29 maggio Unicooop Firenze ha messo al bando, prima in Italia nella distribuzione moderna, tutti i sacchetti in polietilene per la spesa, i cosiddetti shopper

Dal 29 maggio Unicooop Firenze ha messo al bando, prima in Italia nella distribuzione moderna, tutti i sacchetti in polietilene per la spesa, i cosiddetti shopper. Il progetto, che intende sostituire oltre 50 mio di sacchetti per la spesa (la cooperativa vede passare dalle casse dei suoi 98 pdv, circa 68 mio di clienti) è denominato “Diamo una mano all’ambiente”, in quanto i nuovi sono completamente biodegradabili e possono essere utilizzati per la raccolta differenziata dei rifiuti organici e diventare compost. I nuovi sacchetti sacchetti sono in Mater-Bi e vengono prodotti dalla bioraffineria Novamont di Terni. Questo materiale è il risultato di un miglioramento del polimero in termini di contenuto di materia prima rinnovabile, ottenuto dallo sfruttamento di materie prime non alimentari, con conseguente diminuzione dell’impatto ambientale. Il nuovo sacco, certificato da strutture internazionali, porta anche il marchio “Cic Compostabile”, che permette di riconoscerlo facilmente come compostabile.
Già da tempo Unicoop Firenze aveva intrapreso opere di sensibilizzazione dei suoi soci e clienti al rispetto dell’ambiente mediante il riuso di borse per la spesa. Ne furono distribuite 660.000, in materiale resistente e durevole nel tempo: in cotone e polipropilene. Un altro mezzo milione di borse, portanti il marchio “l’ambiente in mente” fu stato acquistato dai soci e clienti per attrezzarsi a fare a meno delle borse usa e getta. Ciò ha permesso, nello scorso anno, di vendere 5 mio di shopper in meno rispetto al 2007, anche, se comunque, dal 1° gennaio 2008 al 29 maggio di quest’anno, sono usciti dai punti di vendita della cooperativa toscana 70 mio di sacchetti in plastica, corrispondenti a 840 tonnellate di plastica finite in discarica, negli inceneritori o dispersi nell’ambiente. Per incentivare comportamenti “virtuosi” da parte degli acquirenti Coop toscani, a partire da questo mese di giugno tutti coloro che faranno la spesa con le borse “riuso” riceveranno 2 punti in omaggio per la raccolta promozioni.

· Ottimo 2008 per Conad Adriatico, con previsione di una stasi nel 2009 (31/05/2009)  

Per il secondo anno consecutivo il bilancio 2008 di Conad Adriatico ha presentato una crescita dell’utile maggiore di quello di tutti gli altri sette gruppi Conad

Per il secondo anno consecutivo il bilancio 2008 di Conad Adriatico ha presentato una crescita dell’utile maggiore di quello di tutti gli altri sette gruppi Conad: 7,888 mio di euro (corrispondente al 1,8% del fatturato), contro i 3,292 del 2007 (corrispondente allo 0,8%), cioè +140%. Il fatturato, invece, è stato di 434,632 mio, contro i 410,313 dell’anno precedente, cioè +6,8%. Anche il patrimonio netto consolidato ha segnato +14,9%, attestandosi su 630.254 euro (+6,5%) e il suo utile netto su 6.818 (+22,3%). Le cause di questo successo sono tante, fra cui, in primis, l’aumento della rete da 261 a 294 pdv (+12,6%) e quindi della superficie di vendita complessiva da 133.454 a 155.743 mq (+16,7%), ma anche quello della superficie media dei punti di vendita passata da 511 a 530 mq, che comporta economie di scala nella gestione e maggiori servizi. La crisi, comunque, ha fatto sentire il suo peso anche sul gruppo soprattutto dal 2° trimestre, che ha mangiato le buone vendite del 1° e diminuito le presenze su tutti i canali (pur con un aumento dello scontrino medi). Per questo, e per il terremoto che ha colpito l’Abruzzo (dove Conad Adriatico conta un mercato alimentare del 22,7%), sarà difficile che il 2009 presenti ancora risultati così brillanti. “Ci basta mantenere la vendita al netto dell’inflazione a rete omogenea”, afferma Antonio Di Ferdinando, amministratore delegato e direttore generale. Altre cause del buon risultato del 2008 sono state la maggiore fedeltà dei soci all’approvvigionamento in cooperativa, la migliori condizioni ottenute nella contrattazione (con incremento dell’incidenza dei premi e contributi di oltre mezzo punto percentuale sul fatturato), la diminuzione dell’incidenza dei costi di trasporto e di movimentazione delle merci, la riduzione delle spese per i servizi e degli oneri di gestione grazie all’ottimizzazione di tutte le voci di spesa e il miglioramente dei risultati delle società controllate (+ circa 1 mio di euro sull’anno precedente). Fattore non secondario per il bilancio è stata la diminuzione del 10,34% delle immobilizzazioni materiali e del 3,38% di quelle immateriali. Il 2008 ha visto inoltre l’aumento dei pdv in Albania da 5 a 7 e, a dicembre, l’apertura del cedi di Kashar (Tirana) di 6.000 mq realizzata dalla controllata Conad Shqiperia shpk (70% Conad Adriatico e 30% Coopfond) e comprende anche un cash per i non soci (fatturato previsto per il 2009: 20 mio di euro). Per il momento quest’ultimo non è ancora operativo a causa della mancanza in Albania della prassi e del concetto di rifatturazione. Nel 2008 il valore delle merci esportate è aumentato del 35,5%, attestandosi su 10,091 mio euro, che dovrebbero diventare quest’anno 21,530 (+110,6%). A proposito dell’Albania come ponte verso altri paesi balcanici, il gruppo ha forti richieste anche da parte di operatori commerciali di Kosovo, Serbia e Bulgaria; ma ciò che impedisce questo passo non è tanto il mercato (anche in Kosovo e Bulgaria, come in Albania, sono molto richiesti i prodotti a marchio per la loro qualiutà) e le risorse finanziarie, quanto le risorse umane. Ma per il momento, però, questo sviluppo è rimandato a causa della crisi attuale: “Non possiamo sbilanciarci troppo nello sviluppo”, afferma ancora Antonio Di Ferdinando. Anche perché Conad Adriatico deve rafforzare la sua presenza nel territorio italiano a lui affidato, in modo particolare in Puglia, dove la sua incidenza di mercato è solo del 4% (nonostante abbia associato 50 pdv Dimeglio del leccese Ferè ex Megamark). Il suo impegno futuro sta, più che nello sviluppo della rete (tranne investimenti diretti mirati), in quello di “allargare le griglie”, cioè di associare dettaglianti già operanti sul territorio. Ciò non vuol dire che non ci sia alla ricerca di formule nuove per conquistare mercato. Per esempio l’introduzione del discount Todis, con cui è stata appena costituita una nuova società con Conad Pac 2000A di Perugia, proprietaria di Iges spa, esperienza iniziata con quest’ultimo nei primi anni ’90 e poi abbandonata. In accordo con il gruppo umbro, i primi discount, caratterizzati da un’offerta ampia contenente solo 40/50 marche, verranno aperti già quest’anno sulla fascia costiera del sud della Puglia: ne sono previsti una cinquantina, tutti in affiliazione, iniziando già da quest’anno. Inoltre si sta sperimentando, soprattutto per la Puglia, un nuovo format (ancora senza insegna), più conveniente, centrato sui generi vari (rinunciando così a combattere facendo leva sull’ortofrutta e sui freschi), meno personale e meno servito (con meno costi del personale), che può essere esportato anche oltre il canale di Otranto. Comunque Conad Adriatico farà di tutto per arrivare ad aumentare le vendite della rete dell’11,5% e il numero dei pdv di 48 unità, per una superficie complessiva di 176.950 mq (+13,6%). Ciò dovrebbe comportare un aumento delle vendite della rete del 17%, a 850, 451 mio, dovuti per il 48% ai soli super Conad. Non solo, ma nel 2009 un particolare impegno verrà messo nella crescita professionale degli addetti alle vendite (Conad Adriatico possiede già un programma ben sperimentato ed efficiente), nel miglioramento dell’efficienza (intensificazione dell’informatica e perfezionamento della logistica per realizzare soprattutto la puntualità delle consegne e il rispetto della catena del freddo) e nei prodotti a marchio. Su quest’ultimo aspetto il gruppo, cosciente di non essere nella media Conad (che è del 14% d’incidenza sulle vendite), vorrebbe recuperare il terreno arrivando addirittura al 16-17%, facendo leva soprattutto sul premio fine anno ai soci. Ma principale impegno per il prossimo trienno è l’innalzamento del livello qualitativo dei soci, di tutti i soci, tramite il piano di formazione ormai ben oleato, con il fine di arrivare, entro il prossimo decennio, a parificare in alto la qualità di tutta la base sociale. “Com’è tipico dello spirito e della finalità della cooperazione”, come afferma sempre Di Ferdinando. (Italo Mora)


· E’ nato il 2° farmaco a marchio di Coop (26/05/2009)  

Dal 15 giugno i consumatori potranno acquistare nel corner CoopSalute di 89 punti di vendita Coop il secondo prodotto a marchio Paracetamolo Coop

Dal 15 giugno i consumatori potranno acquistare nel corner CoopSalute di 89 punti di vendita Coop il secondo prodotto a marchio Paracetamolo Coop, confezionato in scatola con 20 compresse contenenti ciascuna 500 milligrammni di principio attivo. Del primo, l’acido acetilsalicilico e acido ascorbico (molecola contenuta nell’aspirina), entrato in commercio nel dicembre dello scorso anno, sono state vendute circa 200.000 confezioni. Il nuovo farmaco, corrispondente alla Tachipirina, è stato autorizzato dall’Agenzia italiana del farmaco e sarà prodotto dallo stabilimento italiano Zeta Farmaceutici, sarà vendito al prezzo di 1,50 euro, corrispondente al 50% di quello medio del mercato. Nonostante ciò e nonostante la crisi attuale, in parlamento sono stati depositati 4 disegni legge e un emendamento che ridimensionano, a volte fino ad azzerarle, le liberalizzazioni introdotte da Bersani nel 2006. Nel mirino sono soprattutto le vendite dei farmaci otc-sop e dei carburanti. Per questo il presidente del consiglio di gestione di Coop Italia, Vincenzo Tassinari, ha sottolineato che la perdita di risparmio che ne conseguirebbe per il consumatore, sia direttamente sia per l’effetto sul canale tradizionale delle farmacie, è consistente. Solo il primo farmaco private label avrebbe fatto risparmiare ai consumatori circa 600.000 euro, che corrisponde a un taglio prezzi dell’11%. Secondo periodico il Mondo del maggio di quest’anno il prezzo medio di un farmaco nella Gda è di 5,3 euro, contro il 6,3 nelle parafarmacie e il 6,6 nelle farmacie. Prova ne è che la liberalizzazione ha innescato un trend di crescita molto sostenuto del “fuori canale”: dal gennaio del 2007 al marzo del 2008 le parafarmacie sono passate da 318 a 2.028 e i corner della Gda da 57 a 173, anche se la farmacia rimane sempre il canale quasi totalizzante, con 97% delle vendite (contro l’1,6% della Gda e l’1,4% della parafarmacia). All’interno della Gda il corner dedicato alla salute è molto efficiente, almeno per Coop. Infatti Coop Salute, che incide sul totale dei corner della Gda per il 45%, nella vendite ne rappresenta il 64% del totale. Gli 88 Coop Salute (75 posti negli iper e 13 nei super) operanti nel 2008, hanno fatturato circa 61 mio di euro. L’assortimento è di circa 1.900 prodotti e vi lavoravano circa 270 farmacisti.

· Igd si sviluppa, ma anche soffre (16/05/2009)  

L’esercizio 2008 di Igd-Immobiliare grande distribuzione spa , i cui soci principali sono Coop Adriatica e Unicoop Tirreno, ha presentato ricavi consolidati di 101,4 mio di euro, +31,6% sull’anno precedente...

L’esercizio 2008 di Igd-Immobiliare grande distribuzione spa , i cui soci principali sono Coop Adriatica e Unicoop Tirreno (patrimonio immobiliare di 1.423,20 mio di euro, dovuto alla proprietà in Italia di 15 iper, 13 c.c. e altre strutture e in Romania di 15 c.c.), ha presentato ricavi consolidati di 101,4 mio di euro, +31,6% sull’anno precedente. Questo notevole balzo in avanti è dovuto all’acquisizione nel maggio dello scorso anno della società rumena Winmarkt Magazine Sa, che ha apportato 13,4 mio, e al contributo per l’intero esercizio della Millenium Gallery di Rovereto (Tn) e del c.c. Mondovicino di Mondovì (Cn), aperti nel corso del 2007. Il margine operativo è stato di 58,9 mio (+23%), nonostante l’aumento dei costi per 3,8%, dovuti per 3,8 mio allo slittamento dell’apertura del c.c. Tiburtino di Guidonia (Rm) e alle spese legate all’acquisizione della società rumena.
Decisamente in calo, invece, l’Ebit, passato da 78,3% a 36,6% (-43,3%). Le spiegazioni di questa non piccola contrazione, secondo Igd, sono varie. Anzitutto il mercato non favorevole, che ha fatto passare il fair value del portafoglio immobiliare (corrispettivo al quale un bene può essere scambiato) dai 30,7 mio a -2,8 mio. Inoltre la voce ammortamenti/svalutazioni è passata da praticamente nulla (-0,3 mio) a – 19,8 mio, a causa dell’avviamento sull’investimento Centro Sarca. Tale avviamento, sempre secondo Igd, era stato iscritto perché c’era la possibilità di cedere l’immobile tramite la partecipazione senza sostenere oneri fiscali e fu misurato sulla base del fondo imposte differite, stanziato nel passivo, relativo al maggior valore dell’immobile contabilizzato rispetto a quanto fiscalmente rilevante. “In seguito alla rivalutazione del 31/12/2008 prevista dal dl 185/08, pagando un’imposta agevolata, fu effettuato il riversamento del fondo imposte differite stanziato sul maggior valore degli immobili fino al 31/12/2007, compensando completamente l’avviamento svalutato in precedenza”.
Il risultato prima delle imposte è stato di 10,7 mio (contro i 63,7 mio del 2007), dopo l’assorbimento di oneri finanziari netti per 25,9 mio (contro i 14,6 nel 2007). L’utile netto è stato di 43,3 mio (contro i 52,2 mio del 2007: -17,2%), che ha permesso comunque di distribuire un dividendo di 0,035 euro per azione, molto più basso dello 0,056 dell’anno precedente. L’indebitamento finanziario netto al 31/12/2008 è stato di 733,9 mio, contro i 341,62 dell’anno precedente, facendo passare il rapporto indebitamento/mezzi propri da 0,46 a 0,99.
Infine nell’assemblea di bilancio del 23 aprile sono stati eletti i 15 componenti del nuovo consiglio di amministrazione e quelli del collegio sindacale, che rimarranno in carica fino al 31/12/2011.

· Crisi o non crisi, nel 2008 lo sviluppo della Gda cresce (13/05/2009)  

La ricerca di Cbre su 280 retail mondiali ha mostrato come nel 2008 le catene distributive internazionali sono aumentate del 12%, con una presenza media in 16,5 paesi contro il 14,7 dell’anno precedente.

La ricerca di Cbre su 280 retail mondiali ha mostrato come nel 2008 le catene distributive internazionali sono aumentate del 12%, con una presenza media in 16,5 paesi contro il 14,7 dell’anno precedente. La tendenza è dovuta soprattutto ai distributori di lusso, soprattutto quelli del Regno Unito, Francia, Spagna e Italia, che hanno aperto in 3,4 paesi nuovi. Fra questi troviamo Gucci, Starbucks e Tiffany. I 10 paesi più internazionali sono oggi, in ordine, il Regno Unito con 58% di catene internazionali (55% nel 2007), Spagna con 48% (47%), Francia con 46% (43%), Emirati arabi con 45% (39%), Germania con 45% (44%), Cina con 42% (37%), Russia con 41% (38%), Italia con 41% (40%), Svizzera con 49% (38%) e Usa con 39% (39%). Le 10 città più internazionali sono, sempre in ordine, Londra con 60%, Parigi con 50%, New-York con 47%, Dubai con 46%, Madrid con 44%, Mosca con 42%, Berlino con 40%, Monaco con 40%, Barcellona con 39% e Tokyo con 39%.
Secondo Cushman & Wakefield se il 2008 è stato in Europa l’anno record di aperture di centri commerciali con nuovi 9 mio di mq di gla (costruiti soprattutto in Russia, Turchia e Regno Unito), quest’anno sta mostrando, al contrario, una forte frenata dei nuovi progetti. Infatti la realizzazione di ben 7 mio di mq di gla già programmati sono stati rallentati nella loro realizzazione oppure annullati. Le cause stanno nelle difficoltà di ottenere finanziamenti e nel contesto economico piuttosto atono. Il rallentamento più forte è segnato dalla Turchia, seguita dalla Russia, dalla Francia, dalla Polonia, dall’Italia, dalla Spagna, dalla Romania, dalla Germania, dalla Bulgaria e dai Paesi Bassi.

· L’immagine salva dalla crisi (07/05/2009)  

Un interessante articolo sul numero 2085 del settimanale francese Lsa analizza alcune insegne nazionali del grocery alimentare per capire i motivi per cui esse non temono la crisi...

Un interessante articolo sul numero 2085 del settimanale francese Lsa analizza alcune insegne nazionali del grocery alimentare per capire i motivi per cui esse non temono la crisi. Questi si possono ricondurre a un unico grande principio: il toccasana è l’immagine di specialista di un settore. Durante una crisi, infatti, i clienti hanno bisogno di essere rassicurati e di non correre rischi e quindi si rivolgono dove possono trovare valori sicuri, cioè alle insegne che negli anni hanno saputo costruire una reputazione di ottimi “gestori” di un settore di prodotti. Gli esempi riportati sono numerosi. Il primo è quello di Picard, catena specializzata nei surgelati (765 pdv e 1,2 mld di fatturato nel 2008), sempre imitata, mai uguagliata. L’insegna deve il suo successo a un assortimento molto largo, che va dai legumi al pesce passando per la pasticceria e il dessert, e a un’alta qualità, frutto di uno stretto rapporto con i fornitori. Sempre per rimanere nel fresco, buon successo continua ad avere Grand Frais, catena partita come rete di un grossista di ortofrutta Prosol (85 pdv), più o meno per gli stessi motivi di Picard. Il punto comune di entrambe le insegne è l’idea giusta al momento giusto, qualcosa che oscilla fra fortuna, fiuto e colpo di genio. Infatti Prosol, tanti anni fa, ha avuta l’idea di ritornare alla prossimità, sfruttando un concetto che si ispirava ai mercatini rionali: un venditore di primizie, un macellaio-salumiere, un formaggiaio, un droghiere, un pescivendolo e un panettiere sotto lo stesso tetto, ma con una taglia che guarda alla grande distribuzione generalista. L’opportunità di cambiare l’ha presa anche l’insegna di puericultura Bébé 9 (173 pdv), che seppe fiutare il fenomeno che la Francia sarebbe diventata la nazione più feconda dell’Europa. Questa di anticipare il futuro è anche la leva di altre insegne. Naturalia (39 pdv, 62 mio di euro di fatturato 2008), per esempio, nata come catena di prodotti dietetici e per l’intolleranza alimentare, nel momento di grande domanda di prodotti biologici cambiò caratteristica dei suoi prodotti, convertendosi in retail bio, mantenendo però la sua qualità di ottimo consigliere dei clienti e di grande professionalità. Come dire: bisogna sapere evolvere. Naturéo, invece, rendendosi conto che mancava sul mercato francese un format bio che potesse offrire una ricchezza di scelta, cioè un assortimento largo e profondo, creò il supermercato bio di taglia grande. La Vie claire (181 pdv, 43,6 mio di fatturato 2008), invece, seppe uscire, al tempo del boom del bio, dalla nicchia, rivedendo l’assortimento e facendo leva sulla marca privata, ricca oggi di 1.200 referenze. Biocoop (314 pdv, 390 mio di fatturato 2008), invece, ha fatto la sua fortuna cambiando impostazione del vendere: da vuotare gli scaffali a riempirli (infatti ora offre in catalogo 8.000 referenze, che permettono di fare una spesa completa). Un rischio, ma anche una visione a lungo termine che ha ben pagato e sta ancora pagando. L’insegna Monop’ di Monoprix sta avendo fortuna per la sua scelta di una prossimità molto spinta (da 5 a 10 minuti a piedi), a cui si abbina nel successo l’altra insegna di Monoprix Dailymonop’ per punti di vendita di prossimità che vanno dai 50 ai 150 mq di area di vendita, molto ben adattabili a bacini differenti. Conclusione: la crisi rivela sì le debolezze di una catena distributiva, ma opera anche una scelta fra le migliori e quelle che non rispondono perfettamente alla loro clientela, diventando un’opportunità.

· Lidl è recidiva: spia i dipendenti (26/04/2009)  

E’ nella spazzatura, a Bochum in Germania, che sono state trovate centinaia di schede in cui la catena di discount Lidl aveva raccolto dati sulla salute dei propri dipendenti assenti dal lavoro

E’ nella spazzatura, a Bochum in Germania, che sono stati trovate centinaia di schede in cui la catena di discount Lidl aveva raccolto dati sulla salute dei suoi dipendenti assenti dal lavoro, annotandovi anche diagnosi e terapie. Lo ha rivelato il settimanale tedesco Der Spiegel. Azioni illecite, perché in Germania i datori di lavoro non dovrebbero essere in possesso di questi dati. Quelli rinvenuti invece, che interessano lo stato di salute di circa 500 dipendenti, riportano notizie sul loro stato di salute dal maggio 2008 al gennaio di quest’anno. Non solo, ma, come emerge da alcune testimonianze, questi potrebbero essere stati ottenuti dietro pressioni sui dipendenti. Come si spiegerebbero altrimenti annotazioni a mano del tipo: “Vuole rimanere incinta. L’inseminaizone artificiale non funziona”, “problemi psicologici”, “trattamento in una clinica neurologica” ecc.? Secondo i sindacati di Lidl questa schedatura contro la privacy probabilmente è avvenuta in modo sistematico per tutti i dipendenti, tedeschi, almeno (Loidl è presente in 24 paesi, tra cui l’Italia). La notizia è costata il licenziamento in tronco del responsabile del personale della catena Frank Michael Mros. In questo Lidl, che dovrebbe pagare 1,5 mio di euro di multa, è recidiva perché anche nel marzo dello scorso anno (l’ha riportato anche il nostro sito) si scoprì che spiava i suoi dipendenti tedeschi attraverso minitelecamere piazzate nei bagni e utilizzate per raccogliere informazioni di tipo personale e finanziario.
In realtà, stando almeno al quotidiano francese Le Figaro, sembra che in Germania lo spionaggio interno alle imprese sia diventato di moda. Basti pensare che si è dimesso il presidente delle ferrovie tedesche, Hartmut Mehdorn, dopo la scoperta che nel 2002-2003 che, con la scusa della lotta alla corruzione, erano stati spiati 173.000 dipendenti, che lo scorso maggio Deutsche Telekom (in cui il maggior azionista è il governo) fu accusata di aver spiato le conversazioni telefoniche dei suoi vertici con i giornalisti, per scoprire chi passasse alla stampa economica notizie di natura finanziaria e che un’indagine interna ad Airbus Germania ha rivelato nel marzo scorso erano stati spiati i conti bancari di 20.000 dipendenti, incrociandoli con quelli dei fornitori.

· Bulgaria, là dove l’offerta supera la domanda (19/04/2009)  

Alla fine del 2009 la superficie dei centri commerciali in Bulgaria dovrà aumentare del 250%. In costruzione vi sono 545.000 mq e altri 141.400 mq in progetto

Alla fine del 2009 la superficie dei centri commerciali in Bulgaria dovrà aumentare del 250%. In costruzione vi sono 545.000 mq e altri 141.400 mq in progetto. Se si pensa che i 138.000 mq operanti oggi superano la domanda, i promotori si pongono dei grossi problemi per investire in questo paese. Infatti, pur continuando a costruire nuove strutture, alcuni progetti sono stati annullati e dei centri commerciali operanti non pochi sono sotto frequentazione. In Bulgaria il Pil del 3° trimestre del 2008 è caduto al 5,6% nei confronti del 7,1% nel 2° e il salario medio mensile è di 256 euro, in aumento, però, del 24,7% sull’anno precedente. Il tasso di capitalizzazione degli investimenti nel centri commerciali è in ribasso e raggiunge il 7,5% (il 6% nel centro città di Sofia). Per questo gli investitori stranieri, che rappresentano il 70% del totale dei capitali investiti, dall’anno scorso stanno rallentando il ritmo della loro attività. Le transazioni recenti sono state realizzate da investitori istituzionali: Carrefour Tsarigradsko è stato ceduto al fondo greco Assos Capital e il centro commerciale City Centre Sofia è stato acquistato dall’americano Heitman per 101,5 mio di euro. Gli stranieri sono attirati sia dai centri commerciali di Sofia sia dalla sua strada principale Vitosha Boulevard, dove l’affitto costa 1.200 euro annuali al mq: fra le altre insegne sono presenti Benetton, Dolce & Gabbana, Bottega Veneta e Max Mara. Ora però gli stranieri pensano di aprireanche nelle città di meno di 100.000 abitanti, come Plovdiv, Varna, Burgas, Stara Zagora e Rousse. Nel 2008 le catene occidentali più attive sono state le tedesche Billa e Kaufland, con 3 e 4 punti di vendita rispettivamente. Carrefour ha annunciato la sua volontà di aprire il suo 1° iper a Burgas. Solo nel bricolage il paese è ancora relativamente sotto equipaggiato, soprattutto nella grandi città di Sofia, Plovdiv e Varna.


· Otto acquista il 20% dell’americana Ddr (19/04/2009)  

Nel febbraio scorso la famiglia tedesca Otto ha acquistato il 20% del capitale del gigante americano dei centri commerciali Developers diversified realty (Ddr)per 112,5 mio di dollari

Nel febbraio scorso la famiglia tedesca Otto ha acquistato il 20% del capitale del gigante americano dei centri commerciali Developers diversified realty (Ddr) (circa 800 centri commerciali) per 112,5 mio di dollari, con l’opzione di acquisire, entro il 2014, 10 mio di azioni supplementari versando altri 60 mio di dollari sotto la forma di un’ipoteca quinquennale. Se questa ipotesi si realizzerà, la famiglia Otto finirà per detenere più del 30% dei fondi d’investimento Ddr. L’operazione si è potuta realizzare dopo che, nel dicembre scorso, Ddr, indebitata di 7 mld e sotto il peso della scadenza di un debito di 1,3 mld entro il 2011 e di un altro di 3,8 mld entro il 2012, si era trovata nell’impossibilità di chiudere la vendita di partecipazioni in 13 centri commerciali a istituti istituzionali per 980 mio di dollari. La famiglia Otto, è così diventata, dopo un tentativo negli anni ‘80 di costituirsi un portafoglio di centri commerciali negli Usa e il suo ritiro negli anni ’90, un protagonista negli Usa nel commercio al dettaglio.
I fondi propri della famiglia Otto sono stimati più di 18 mld di dollari, suddivisi nel commercio al dettaglio, nella promozione immobiliare, nella costruzione e nei servizi, operando tramite 5 società. La prima è il gruppo Otto, che comprende le attività della vendita per corrispondenza, del commercio al dettaglio e dei servizi, con un giro d’affari annuale di 14,5 mld di dollari. La seconda è Ece Projektmanagement, società che gestisce 112 centri commerciali in 15 paesi europei, con un giro d’affari di 16,5 mld di dollari, 21,5 mld di attivi gestiti e 22 progetti in costruzione e ampliamento. La terza è EuroShop Ag, proprietaria di 16 centri commerciali, il cui azionista principale è il figlio maggiore Alessandro Otto. La quarta è il gruppo Paramount, il più grande fondo immobiliare di New York, proprietario anche di Crate & Barrell, una catena di negozi di accessori per la casa e la cucina. L’ultima è Park properties, proprietaria di parchi residenziali e industriali situati nel Canada.

· La crisi dell’immobiliare commerciale c’è. Eccome (18/04/2009)  

Nel 2008 gli investimenti nell’immobiliare commerciale sono stati di 435 mld di dollari: il 59% in meno nei confronti dei 1.050 mld del 2007, raggiungendo lo stesso livello del 2004.

Nel 2008 gli investimenti nell’immobiliare commerciale sono stati di 435 mld di dollari: il 59% in meno nei confronti dei 1.050 mld del 2007, raggiungendo lo stesso livello del 2004. Secondo Cushman & Wakefield, il 2009 accentuerà la tendenza: 412 mld previsti. Questo calo è dovuto principalmente all’America del nord, che, con i suoi soli 116 mld contro i 457 dell’anno precedente, ha segnato una diminuzione del 73%. L’Europa ha presentato un calo del 52% (da 267 mld di dollari nel 2007 a 178 nell’anno seguente), l’Asia del 45% (da 367 a 178 mld) e l’America latina del 9% (da 9,8 a 8,9 mld). La diminuzione dell’America del nord è stata molto impattante per il fatto che gli Usa da soli rappresentavano nel 2008 il 25% degli investimenti totali, pari a 107,1 mld di dollari. Per la prima volta la Cina ha raggiunto e sorpassato il Regno unito con 50,3 mld (12% del totale). Il Regno unito ha investito nel commercio 37,1 mld di dollari (9%), seguito da Giappone e Germania con 29,3 e 28,8 mld rispettivamente (circa il 7%). I paesi emergenti (Cina, Russia, India e Brasile, soprattutto) continuano a crescere: dal 9% del totale nel 2006 sono passati al 22% nel 2008.
Fra i paesi europei, secondo Inrev, l’associazione europea degli investitori, sono il Regno unito e la Germania a presentare le prospettive migliori d’investimento per il 2009, il primo grazie alla caduta dei prezzi più forte di tutti i paesi europei (Londra è passata dal 15° al 5° nella classifica), la seconda per la sua stabilità (Monaco ha scalato dal classifica dal 4° al 1° posto). Meno entusiasmo gli investitori hanno per la Russia a causa della caduta della sua autonomia e del prezzo del petrolio (Mosca passa dal 1° al 6° posto). Sempre secondo Inrev, i primi segni di ripresa si vedranno solo nel 2010, ma la maggior parte dei gestori di fondi se l’aspettano solo nel 2012. Comunque sono da evitare come città a rischio Dublino, Praga, Atene e Madrid. Infatti l’atteggiamento attuale degli investitori è quello di scommettere su prodotti sicuri, che oggi sono gli uffici e gli immobili commerciali. Prudenza anzitutto. Per questo le città migliori per investire nel commercio al dettaglio sono oggi Monaco, Amburgo e Istanbul.

· Sigma punta per il suo futuro sulla sua marca Scelto (09/04/2009)  

Il retailer cooperativo di distribuzione Sigma ha messo lo sviluppo dei suoi prodotti a marchio al centro delle strategie del suo futuro

Il retailer cooperativo di distribuzione Sigma ha messo lo sviluppo dei suoi prodotti a marchio al centro delle strategie del suo futuro. Lo ha ufficializzato a Bologna, il 27 marzo scorso, con la convention “Sigma, il grande salto”, che ha riunito i responsabili dell’organizzazione (centrale con sede a Bologna e 13 centri distributivi regionali e interregionali presenti in tutta Italia) e soci dei suoi punti di vendita (1.886: 13 superstore, 365 super, 479 superette e 1.029 tradizionali), nel 2008 hanno realizzato 2.850 mio di vendite, 50 mio più dell’anno precedente. La decisone della scelta sta nella convinzione che la distribuzione moderna può trovare e trova nella private label un importante valore aggiunto, proveniente sia dalla fidelizzazione dei clienti grazie al buon rapporto qualità/prezzo e affidabilità dei prodotti sia dalla compattezza proveniente dalla distintività e dalla redditività per la sua base sociale, cioè i proprietari dei punti di vendita della rete, riuniti dall’imprenditorialità cooperativa. E così Sigma lancia “Il grande salto”, un progetto che, nelle intenzionei dei responsabili posti ai tre livelli componenti Sigma, abbia come motore un sistema di gestione condiviso e diffuso a livello organizzativo, di politiche e di attività, che possa realizzare nel breve periodo un grande aumento della quota di mercato dei prodotti a marchio. Proprio in questo periodo di crisi economica che aiuta la marca privata ad aumentare le sue vendite (+2,9% nel 2008 in Italia). Questa scommessa risponde all’esigenza di inserire nella private label una linea premium in modo di qualificarne l’offerta e fa seguito alla creazione, avvenuta nel 2008, della linea Scelto Sigma, composta, al momento del lancio, da 30 prodotti: 20 di drogheria alimentare e 10 di prodotti freschi. Nella primavera di quest’anno la nuova linea ne comprende già 70, cui si aggiungeranno, entro la fine del 2009, altri 40, facenti tutti parte dei segmenti biologico e solidale. I prodotti Scelto sono suddivisi in due segmenti: quelli provenienti da selezione ragionale (prodotti basati su ricette tradizionali) e quelli da selezione gourmet (prodotti provenienti da tutto il mondo). E’ su questi prodotti che la catena si propone al mercato come un retailer innovativo e ben caratterizzato (distintività), con l’intenzione di incrementarne la quota di almeno 5 punti nei prossimi 2 anni. Italo Mora

· Dalle Coop 10% di sconto sulla spesa dei senza lavoro (04/04/2009)  

Coop Adriatica di Bologna e Coop Nordest di Reggio Emilia lanciano l’iniziativa “Il 10% di sconto sulla spesa a chi, oggi, sta pagando di più”

Coop Adriatica di Bologna e Coop Nordest di Reggio Emilia lanciano l’iniziativa “Il 10% di sconto sulla spesa a chi, oggi, sta pagando di più”, indirizzata cioè ai lavoratori che, dall’ottobre scorso, sono stati licenziati per crisi, in cassa integrazione o con contratto di solidarietà dall’ottobre scorso. L’iniziativa, che interesserà 24 Ipercoop e 209 supermercati Coop operanti in 6 regioni italiane (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche, Abruzzo e Lombardia per le province di Mantova e Brescia) e 100.000 persone, partirà il 14 aprile e durerà 12 settimane, cioè fino al 5 luglio. Lo sconto è valido su una spesa settimanale fino a 60 euro, con un risparmio complessivo di 72 euro a persona. Per le due cooperative l’iniziativa comporterà un investimento di almeno 5 mio di euro, nell’ipotesi che vi aderiscano tutti gli interessati. Il meccanismo è basato sulla consegna di 4 buoni sconto del 10%, dietro attestazione che la rottura del rapporto di lavoro sia avvenuta tramite lettera di licenziamento per ridimensionamento aziendale o chiusura dell’attività oppure una dichiarazione attestante la cassa integrazione ordinaria o straordinaria del disoccupato ovvero il contratto di solidarietà; la situazione di disoccupazione, cioè, non deve essere avvenuta per licenziamento per giusta causa, per giustificato motivo soggettivo o per dimissioni. I buoni, che si presenteranno in forma anonima con la sola dicitura “valido per uno sconto del 10%”, hanno la validità ciascuno di una settimana e possono essere usati per qualunque articolo, compresi quelli in promozione, con l’eccezione dei farmaci, giornali e riviste che per legge non possono essere scontati.

· La ritirata degli investitori stranieri dall’Europa (31/03/2009)  

A causa dell’attuale crisi internazionale bancaria ed economica, gli investitori immobiliari stranieri in Europa hanno diminuito la loro attività nei principali stati

A causa dell’attuale crisi internazionale bancaria ed economica, gli investitori immobiliari stranieri in Europa hanno diminuito la loro attività nei principali stati. Lo afferma uno studio di “La lettre de la distribution”, riportando un’analisi di Cb Richard Ellis. Secondo quest’ultima gli investitori stranieri sono passati dal 52% nel 2007 al 33% nel 2008: un salto di ben 19 punti in meno. In testa a questa ritirata troviamo l’Olanda, passata dal 50% al 33%, (cioè 27 punti in meno), dove sono praticamente scomparsi gli acquirenti inglesi, lasciando così il mercato in mano agli investitori locali. Un esempio solo: White Estate ha acquisito da Corio 48 strutture, per 650 mio di euro. La tendenza è confermata anche dagli studi di Cushman & Wakefield, sottolineando come i più attivi si sono dimostrati i fondi di pensione e d’investimento. Al secondo posto troviamo la Francia, passata dal 64% di investitori internazionali al 43%, presentando cioè 21 punti in meno. In questo paese, mentre gli stranieri si interessano ai grandi siti strategici (Champs Elysées, per esempio), i francesi curano quelli meno strategici della capitale e delle grandi città e si orientano sempre di più verso le città regionali e le medio-piccole strutture. In terza posizione troviamo l’Italia, passata dal 46% degli stranieri al 34%: - 12 punti. Nella Gran Bretagna si è passati dal 40% al 35%, con la perdita di 5 punti. In Germania, invece, gli stranieri continuano a essere la maggioranza, anche se sono passati dal 66% al 51% (- 15 punti); gli acquirenti tedeschi sono generalmente persone individuali e istituzioni, e si sono dimostrati poco attivi in Europa. In Lussemburgo, però, terreno classico dei fondi tedeschi, le acquisizioni estere sono diminuite da 2,8 mld nel 2007 a 360 mio nel 2008 (di cui 59% tedesche). In Belgio gli investitori stranieri sono passati dal 64% al 48% (-16 punti), lasciando la maggioranza ai locali. La Turchia presenta un caso a sé dal momento che la normativa ha reso più difficile la presenza di investitori stranieri, soprattutto nell’acquisto di terreni edificabili: in nessuna regione ne possono detenere più del 10%, soprattutto nei settori strategici (religiosi, per esempio). Ma in queso panorama c’è un’eccezione eclatante: la Spagna. In questa nazione, secondo Europroperty gli investitori stranieri sono saliti dal 49% al 73%: ben 24 punti in più.

· Conviene ancora investire in Russia? (31/03/2009)  

La crisi finanziaria, che colpisce anche la Russia, produce nello stato europeo aumento della disoccupazione, crescita più lenta dei redditi, accesso alla spesa più difficile, diminuzione dei consumi, alimentari e non alimentari...

La crisi finanziaria, che colpisce anche la Russia, produce nello stato europeo aumento della disoccupazione, crescita più lenta dei redditi, accesso alla spesa più difficile, diminuzione dei consumi, alimentari e non alimentari, e una crescita dei salari non pagati. Con la conseguenza che le piccole catene soffrono e diventano sempre più disponibili a vendersi alle grandi. Infatti, secondo uno studio apparso su “La lettre de la distribution” di marzo 2009, la concorrenza delle catene grandi e moderne ha tolto loro, negli ultimi 6 mesi, dal 60 all’80% del loro valore. Non solo, ma in attesa della ripresa (che si prospetta per il 2° semestre di quest’anno), molte catene hanno difficoltà, a causa dei problemi di liquidità, a pagare debiti e fornitori, che, a loro volta, soffrono dell’instabilità monetaria che li spinge ad aumentare i prezzi ai gruppi distributivi. Grandi sono quindi le conseguenze per i promotori di strutture commerciali, fra cui la difficoltà ad attirare dei commercianti di qualità nei loro centri commerciali (che, invece, dovrebbero adattare la loro offerta alle nuove domande). Molti dei centri commerciali che dovevano essere aperti a Mosca nel 2008 hanno rimandato l’operazione, quelli che hanno aperto si considerano fortunati se hanno potuto commercializzare la metà delle superfici: sempre di più i nuovi apriranno con il 50-60% della loro superficie occupata, contro la norma del 70-80%. Dei 20 centri commerciali pianificati a Mosca su più di 1,5 mio di mq ne sono stati aperti 7 su 500.000 mq. Inoltre solo i più piccoli sono stati finiti. Certo, tutti quelli in corso di costruzione saranno portati a termine, ma nessun promotore se la sentirà di aprire nuovi cantieri, a causa della mancanza di fondi e della bassa domanda di strutture e unità nuove. Anche gli affitti sono diminuiti, pur se non ovunque: dal 30 al 40%. Cushman & Wakefield prevede per i pdv dell’elettronica ed elettrodomestici una diminuzione dal 20 al 50%, per quelli dell’abbigliamento e calzature dal 30 al 40%, per quella degli articoli duri e bricolage dal 20 al 30% e per quelli di telefonia mobile del 40%. Secondo King Sture molti affittuari rifiuterebbero di pagare secondo gli affitti minimi garantiti e reclamerebbero solo affitti tarati sul loro giro d’affari: 4% è la richiesta di molti.
Il commercio che invece in Russia funziona ancora bene è quello alimentare, che in volume continua a crescere dal 2000 al 2007 con la media annuale del 27%, anche se quest’ultimo anno ha presentato un 24% (che è pur sempre 2 volte il tasso d’inflazione), grazie all’aumento del reddito disponibile dei cittadini (21% nei 7 anni), al cambiamento delle abitudini d’acquisto (ricerca maggiore di prodotti di qualità e della salute) e allo sviluppo delle catene locali del dettaglio moderno (che offrono prodotti e servizi di qualità migliore). E le possibilità future di sviluppo non sembrano venir meno dal momento che il dettaglio alimentare russo resta ancora molto frammentato, ma anche in via di modernizzazione e per il fatto che le catene si lanciano sempre di più nel multiformat, soprattutto a base di iper, super e discount. Da non sottovalutare, infine, che il commercio moderno è ancora concentrato in massima parte nelle due grandi città di Mosca e di San Pietroburgo.

· La crisi aumenta la tensione fra Delhaize e Unilever (25/03/2009)  

Il gruppo belga Delhaize (2.500 pdv, operanti in 5 paesi, fra cui gli Usa) ha tolto dall’assortimento dei suoi punti di vendita 300 prodotti Unilever dopo che il gruppo produttore ango-olandese aveva annunciato un alto utile nel 4° trimestr

Il gruppo belga Delhaize (2.500 pdv, operanti in 5 paesi, fra cui gli Usa) ha tolto dall’assortimento dei suoi punti di vendita 300 prodotti Unilever dopo che il gruppo produttore ango-olandese aveva annunciato un alto utile nel 4° trimestre del 2008, grazie soprattutto all’aumento dei prezzi dei suoi prodotti alla distribuzione, nonostante la crisi economica ormai largamente diffusa, a cominciare dagli Usa. Gli articoli banditi vanno dal sapone Dove allo shampo Sunsilk. Un chiaro effetto del clima dei rapporti fra distributori grocery e i loro produttori, in presenza di un rallentamento brutale degli acquisti da parte dei consumatori. La pressione dei distributori sui loro fornitori interessa anzitutto i prodotti alimentari e le bevande, ma l’esempio di Delhaize dimostra come si è arrivati anche a coinvolgere i settori grocery non-food della cura della persona. Il problema sta nel fatto che le catene distributive non vogliono sobbarcarsi da sole della necessità di abbassare i prezzi di fronte ai consumatori più attenti e ai discount in rapida crescigta di vendite, chiedendo ai produttori di non tirarsi indietro e che sopportino anch’essi dei sacrifici. Nella fattispecie, secondo Delhaize, il conflitto dipende dal fatto che Unilever si sta sforzando di introdurre un’importante gamma nei punti di vendita della catena e che alcuni di questi ultimi non vogliono stoccare alcuni prodotti non sono ancora conosciuti dai consumatori. In più, Unilever esige che si acquisti la gamma completa delle referenze delle nuove gamme, minacciando i distributori di aumentare del 30% i prezzi degli altri suoi articoli. Non solo, ma vuole che Delhaize prometta di non smettere di vendere alcuni prodotti Unilever senza aveerlo consultato in precedenza e, in più, pretende che i prezzi di tutti i suoi prodotti al consumatore siano amentati del 2,5%. Unilever nel 2008 era riuscita ad aumentare molto i prezzi dei suoi prodotti nel mondo (+9% nel 4° trimestre), proprio nel momento che la crisi economica spingeva già ad abbassare i prezzi di numerose materie prime.

· Conad del Tirreno fa leva per il futuro sulle sue distintività (30/03/2009)  

Una convention dei soci “continentali” di Conad del Tirreno di Pistoia, riuniti a Carrara il 29 marzo scorso, ha fatto il punto sui programmi del prossimo sviluppo del gruppo e sulle caratteristiche dell’associazionismo cooperativo dei dettaglianti

Una convention dei soci “continentali” di Conad del Tirreno di Pistoia, riuniti a Carrara il 29 marzo scorso, ha fatto il punto sui programmi del prossimo sviluppo del gruppo e sulle caratteristiche dell’associazionismo cooperativo dei dettaglianti, in modo particolare di quello Conad. Il 2009 prevede per il gruppo toscano una crescita di oltre il 20% del fatturato della rete (che nel 2008 è stato di circa 1.570 mio di euro), realizzato da 332 punti di vendita di proprietà di 228 soci, operanti in Toscana e provincia di La Spezia (con 170 pdv a fine 2008), Lazio (dove quest’anno ha associato i 23 supermercati Sir di Roma; 73 pdv) e Sardegna (dove ha acquisito la catena Multimarkets di Sassari; pdv 66). Il piano di sviluppo per il prossimo triennio 2009-2011 prevede un investimento di 200 mio di euro nello sviluppo della rete, altri 1.200 posti di lavoro che si assomeranno ai circa 5.600 attuali e un aumento del fatturato di 350 mio. Infine, su imitazione della catena francese E.Leclerc, destinerà il 20% degli utili (25% in E.Leclerc) ai dipendenti del gruppo. I settori di sviluppo saranno in modo particolare, (se non sopravverranno restrizioni) la vendita dei farmaci e parafarmaci negli iper e nei superstore, quella dei carburanti a insegna Conad (per ora solo 2 stazioni: a Gallicano in provincia di Lucca e a Carbonia), il servizio del pagamento Eupay delle utenze e l’apertura dei primi negozi di ottica.
Non meno importanti sono alcune caratteristiche imprenditoriali dell’associazionismo cooperativo Conad che la convention ha tenuto a ribadito. La prima, quella che secondo l’amministratore delegato e direttore generale Ugo Baldi ne costituisce la diversità competitiva, è che il socio deve essere imprenditore nel suo punto di vendita: in esso è insostituibile e di esso è responsabile in prima persona in maniera diretta e quotidiana (meno della strutturazione e funzionamento del gruppo, affidato ai manager); il tutto con una gestione motivata ed “etica”, cioè basata suo valori. Altra caratteristica, tipica e storica dell’associazionismo e qui confermata e sottolineata da essere definita “la nostra più grande distintività”, è il legame, l’adesione e la perfetta simbiosi e integrazione con il territorio, fino a far diventare il punto di vendita del socio il punto di riferimento del proprio paese, del proprio quartiere, della propria città, in modo che risulti anche a vantaggio dell’economia locale. La terza è l’importanza data al capitale umano, considerato la vera e grande risorsa del gruppo cooperativo. La quarta è la formazione, dal momento che rara è ormai l’aggregazione di punti di vendita già operanti; ora è necessario “allevare come in famiglia” i propri associati e portarli alla maturità imprenditoriale, “imparando da noi stressi” e infondendo in loro lo “spirito” Conad. Il tutto in coerenza con Conad, di cui Conad del Tirreno vuole partecipare a farlo diventare la prima catena italiana: vecchia scommessa del gruppo e da cui, stando alla convention carrarese, non si ha intenzione di demordere affatto. (Italo Mora)

· Il governo francese contro un contratto Leclerc (17/03/2009)  

Il deputato Jean-Paul Charié, presidente della commissione governativa francese che esamina i contratti commerciali, il 13 febbraio scorso ha denunciato le clausole di un tipo di contratto sottoscritto da Galec, centrale d’acquisto di E.Leclerc

Il deputato Jean-Paul Charié, presidente della commissione governativa francese che esamina i contratti commerciali Cepc (Commission d’examen des pratiques commerciales), il 13 febbraio scorso ha denunciato le clausole di un tipo di contratto sottoscritto da Galec, centrale d’acquisto di E. Leclerc, con alcuni fornitori. Il contratto, chiamato Premium, conterrebbe una clausola che garantisce il margine al distributore ricorrendo eventualmente a ristorni da parte dei fornitori nel caso in cui capitasse che il prezzo fissato in comune fra le parti risultasse alla fine superiore a quello dei suoi concorrenti. L’intento di Leclerc è chiaro: rimanere il meno caro sul mercato, anche se il concorrenti abbassassero i loro prezzi, ma, nello stesso tempo, mantenere i margini definiti al momento del contratto. La clausola arriva la punto di porre la possibilità, nel caso che il produttore non accettase, di rompere il contratto. Secondo Charié meccanismo simile sottometterebbe i fornitori a costrizioni eccessive e non del tutto legittime, dal momento che non possono essere ritenuti responsabili dell’efficacia o meno della strategia di un’insegna (Leclerc) nei confronti dei concorrenti. Non solo, ma il ristorno, non facendo parte dell’oggetto di contropartita, sarebbe anche giuridicamente contestabile. E ha deciso di intervenire perché la libera negoziazione fra produttori e distributori dovrebbe produrre benefici e non danni al consumatore. Le decisioni in merito sono attese da un giorno all’altromo, dal momento che si protarrebbe troppo la chiusura dei contratti (che in Francia, per decisioni legislati, devono essere chiusi entro il 1° marzo di ogni anno. Luca Chatel, segretario di Stato all’Industria e al Consumo, ha convocato gli industriali e le catene di distribuzione.

· Grazia Brunetta propone la VIT ( valutazione integrata territoriale) (16/03/2009)  

Capita raramente che un libro di documentazione urbanistica ed economica appena pubblicato sia oggetto di un approfondito dibattito sulla metodologia adottata. E’ quanto accaduto ad un volume di Grazia Brunetta, docente di urbanistica al Politecnico di To

Capita raramente che un libro di documentazione urbanistica ed economica appena pubblicato sia oggetto di un approfondito dibattito sulla metodologia adottata. E’ quanto accaduto ad un volume di Grazia Brunetta, docente di urbanistica al Politecnico di Torino, da poco pubblicato dall’Editrice Alinea di Firenze, con il contributo della Direzione Commercio della Regione Piemonte.
E proprio la Regione Piemonte si è fatta promotrice di un ampio dibattito sulle problematiche del monitoraggio delle dinamiche insediative e degli effetti delle politiche territoriali.
Il volume della Brunetta ha per titolo “Valutazione Integrata Territoriale degli insediamenti commerciali. Metodologia e sperimentazione in Piemonte” e con esso si propone appunto un modello valutativo (il V.I.T.) quale strumento “aperto” e di grande efficacia operativa che si affianchi, in modo preventivo, ai classici strumenti di valutazione ambientale costituiti dalla VIA e dalla VAS.
L’obiettivo è quello di superare con uno strumento integrato le pratiche di soggetti pubblici fondate su competenze frammentate e specialistiche, per pervenire ad una logica di crescente integrazione con uno strumento di monitoraggio che affronti congiuntamente problematiche di valutazione:
a) territoriale (uso del suolo, assetto insediativo, mobilità, parcheggi, ecc.);
b) economica (effetti su redditi, consumi, occupazione, fiscalità locale, valori fondiari e immobiliari);
c) sociale (modelli di consumo, stili e qualità di vita, aggregazione sociale, sviluppo culturale).
Il VIT opera su due scale territoriali:
- la scala macro-territoriale di valutazione per lo scenario di programmazione regionale;
- la scala micro-territoriale per gli indirizzi di pianificazione locale.
Nel primo caso il VIT trova applicazione in ambiti di programmazione ad area vasta, quali le aree regionali di programmazione e le aree di gravitazione commerciale, con l’obiettivo di far emergere criticità e punti di forza delle dinamiche in atto per orientare il quadro della programmazione regionale attraverso due parametri sintetici di valutazione: indice di scelta e indice di realizzazione commerciale.
Nel secondo caso la valutazione ha una dimensione “puntuale” da applicarsi a scala locale, con l’obiettivo di verificare gli effetti derivanti dalla realizzazione di un insieme di strutture di vendita, quali i centri commerciali e i parchi commerciali. In questo caso lo strumento conoscitivo può servire a prospettare scenari potenziali per una azione coordinata di marketing territoriale.
L’autrice fornisce quali esempio di applicazione della VIT a scala macroterritoriale una sintesi dello studio realizzato per l’area di Serravalle Scrivia e Novi Ligure (sede di uno dei primi Factory Outlet Centre realizzati in Italia, che ha calamitato nei suoi dintorni una ulteriore aggregazione di insediamenti commerciali), mentre quale esempio di una valutazione a scala micro-territoriale viene sintetizzato uno studio realizzato per l’area di Moncalieri. In questo caso sono stati elaborati scenari di trasformabilità, in relazione al grado di completamento della polarità commerciale in atto.
Il dibattito sviluppatosi su queste problematiche in occasione del convegno promosso dalla Regione Piemonte il 16 febbraio scorso a Torino, coordinato in modo efficace da Domenico Patassini dell’Università di Venezia ed al quale hanno partecipato l’Assessore regionale Luigi Sergio Ricca, dirigenti regionali (Patrizia Vernoni, Carlo Salvadore, Lucia Brizzolara, Mariella Olivier) , docenti universitari ( Giuseppe Dematteis e Silvia Peano) e rappresentanti di associazioni di categoria( Marco Gossa e Antonio Carta), ha posto in luce come questo strumento di monitoraggio possa favorire forme di dialogo sia tra le diverse competenze di una stessa istituzione ( quali la stessa Regione o all’interno di una Provincia o di un Comune), sia fornire un valido supporto conoscitivo delle diverse alternative che si propongono nel processo decisionale dell’Ente Pubblico. (Onorio Zappi)

· In autunno la costruzione a Torino di un centro commerciale integrato (09/03/2009)  

Sarà Conad, tramite la sua cooperativa modenese Nordiconad, il partner che realizzerà a Torino il centro commerciale integrato al nuovo stadio della Juventus

Sarà Conad, tramite la sua cooperativa modenese Nordiconad, il partner che gestirà a Torino il centro commerciale integrato al nuovo stadio della Juventus. Il cantiere prenderà il via il prossimo autunno e l’inaugurazione è prevista nel settembre del 2011. Nordiconad ha acquisito dalla società calcistica torinese Juventus i 34.000 mq di gla per realizzare il centro commerciale e d’entertainment del nuovo stadio Delle Alpi di Torino. Sarà questa la prima realizzazione in Italia di uno shopping center collegato, sensa soluzione di continuità, a un impianto sportivo di calcio. In Europa sono presenti altre soluzioni simili, ma quella torinese è la prima che vede le due strutture integrate fin dalla progettazione. Naturalmente il centro commerciale non sarà aperto solo alla domenica, ma tutti i giorni della settimana, dando così un servizio importante agli abitanti e diventando ipso facto uno strumento di riqualificazione urbanistica e di rivitalizzazione della zona.
Il centro avrà come locomotive un iper E.Leclerc Conad e due grandi strutture non alimentari e conterrà una galleria di 60 negozi, per complessivi 19.500 mq di area di vendita. Il parcheggio potrà accogliere 2.000 auto, di cui 800 al piano interrato. Lo chopping center, posto ad est dello stadio, godrà di accessi autonomi rispetto allo stadio e ai servizi del campo sportivo, pur rimanendo integrato nella morfologie e nei materiali. L’investimento complessivo del centro commerciale sarà di circa 90 mio di euro e, contando su una frequenza giornaliera prevista di 10.000 clienti, a pieno regime potrà svilupperà un giro d’affari annuale di 150 mio di euro. Il cantiere, che prenderà il via nel prossimo autunno, vedrà impegnati, nei 2 anni di costruzione, circa 3.000 persone, mentre, a sua volta, il centro commerciale funzionante occuperà 800 addetti.
Il progetto architettonico, curato da Alberto Rolla, è segmentato in tre edifici impostati nella planimetria secondo le linee di costruzione del precedente impianto sportivo, mentre nell’alzato una curvatura del rivestimento metallico reitera e dilata il profilo esterno dello stadio. Il centro commerciale conterrà alcune soluzioni architettoniche innovative. Il tetto, rivestito da un manto verde vegetale, ridurrà l’effetto di “isola di calore” della zona tramite assorbimento della radiazione solare, tratterrà una parte delle precipitazioni piovose riducendo i picchi di portata delle fognature delle acque meteoriche e dinunuirà il sovrariscaldamento del tetto (con contenimento dei consumi energetici di climatizzazione e raffreddamento). Inoltre sarà collegato al teleriscaldamento comunale, riducendo così le emissioni di anidride carbonica. Userà inoltre energie rinnovabili, come il solare termico per il riscaldamento dell’acqua sanitaria, l’illuminazione diurna naturale tramite lucernai e la dimmerazione collegata alla quantità di luce presente, senza pensare all’impianto di produzione del freddo a gruppi centrifughi (con risparmo del 50% dell’energia), le lampade a basso consumo energetico e i materiali e le masse che ridurranno le dispersioni dell’involucro. Infine, in continuità alla copertura vegetale, completamento visivo e geometrico dell’anello di teppe esterne allo stadio, una leggera struttura metallica avvolta da piante rampicanti darà un aspetto unitario alle pareti che si affacciano sul settore est, racchiudendo un’area destinata a piazza aperta, collegata ad altre due piazze-corridoio.

· Il retail real estate è in grado di superare la situazione difficile (07/03/2009)  

Il Consiglio nazionale dei centri commerciali (Cncc) ha organizzato per i suoi aderenti, il 5 marzo scorso a Milano, un incontro sulla “Situazione e prospettive del mercato del retail estate in Italia alla luce dell’attuale congiuntura economica”

Il Consiglio nazionale dei centri commerciali (Cncc) ha organizzato per i suoi aderenti, il 5 marzo scorso a Milano, un incontro sulla “Situazione e prospettive del mercato del retail estate in Italia alla luce dell’attuale congiuntura economica”. L’incontro ha avuto una risposta di partecipazione più numerosa del solito. Segno che l’argomento era ed è sentito, anche se la posizione unanime dei relatori è stata quella di eliminare il termine “crisi”, per sostituirlo con quello di “congiuntura economica” appunto, di “stallo”, di “riflessione”: un modo per dire che non bisogna gettare le armi, che la fiducia rimane forte, almeno nel settore. L’intento, in realtà, non era stato quello di studiare a fondo la difficile situazione attuale, ma quello di scambiare opinioni in funzione di ricercare insieme delle soluzioni. Comunque si è preso atto che il mercato immobiliare non è senza colpe nell’aver creato la situazione attuale, anche se minori di quelle delle banche: il 20% contro l’80%. Del resto è naturale che la banca, nonostante la sbornia del credito che ha creato fino alla fine dell’anno scorso, rimanga pur sempre anche il volano di una possibile ripresa futura degli investimenti. La colpa principale del real estate è stata, invece, quella di non aver rinnovato abbastanza il prodotto. Si pensi solo a come le case nuove continuino da lunghi anni ad avere le stesse caratteristiche e gli stessi servizi. Anche il retail real estate ha risentito della “difficile congiuntura”, naturalmente, dal momento che il suo business dipende per il 20% dal capitale e per l’80% dal finanziamento. E, in effetti, si è passati dalle 41 transazioni del 2007, alle 2 del 2008, con grande aumento dei contenziosi e con la diminuzione del numero delle banche che operavano nel retail. La caratteristica del retail, almeno nelle sue strutture moderne (shopping center, parchi commerciali e d’intertainment, grandi superfici soprattutto non alimentari, outlet, rivitalizzazione dei centri commerciali naturali o centri urbani), è quella di continuare a tener botta (si vedano i 4 mio di mq di espansione prevista da Cncc nel prossimo futuro in Italia), a causa dell’architettura funzionale e gradevole, dell’assortimento indovinato e della rispondenza alla domanda e ai bisogni dei cittadini. E questo nonostante che i consumi, almeno quelli non alimentari, siano in grossa stasi: nessuna novità, del resto, in questo classico comportamento dei consumatori in momenti di crisi (si sa che i consumi alimentari sono anelastici e quelli non-food elastici: è in questi ultimi che essa si fa sentire maggiormente). Insomma il retail è la categoria del real estate che tiene meglio di tutte (per questo, forse, l’incontro non ha voluto parlare assolutamente di crisi?), anzi esso viene considerato oggi, in generale, la salvezza dello stesso real estate. Forse perché lo shopping in Italia è ancora di moda e in grande sviluppo, contrariamente a quello che sta succedendo in altre parti del mondo (negli Usa, per esempio). A patto però che si continui nella ricerca dell’innovazione e si cerchi di convincere i tenant che l’essere presenti in questi luoghi del commercio è per loro una grande opportunità: è dagli affitti, infatti, che deriva il reddito, anche se ora più ristretto, degli investitori, degli sviluppatori e dei gestori. Certo, bisogna seguire anche il cambiamento dei consumi (il lusso non è più trainante, ammesso che lo sia stato in passato: ora si è capito che è pericoloso gonfiare artatamente i consumi), ma soprattutto studiare i settori non retail, perché possono offrire grandi spunti e idee per l’innovazione del retail. Oltre l’innovazione è richiesto, comunque, un ritorno alla professionalità, al lavoro specifico di ogni anello della filiera. L’esempio migliore viene in Italia dal successo dei centri commerciali: efficienti, sinergici, teoricamente più protetti, redditizi. E’ importante, quindi, riportarne i criteri base nella ristrutturazione e nella gestione dei centri urbani. Il futuro del retail real estate è qui. A patto che l’amministrazione pubblica e la burocrazia collaborino. C’è tanta strada nel futuro del settore, che permetterà non solo di superare la “difficile congiuntura”, ma anche di contribuire a superarla. Con fiducia. (Italo Mora)

· Secondo l'Indicatore dei Consumi Confcommercio il 2009 comincia male (04/03/2009)  

L'Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) segnala a gennaio 2009 una riduzione tendenziale del 4,6% in quantità, il terzo peggior risultato da un anno a questa parte nonché dodicesima variazione negativa da gennaio 2008...

L'Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) segnala a gennaio 2009 una riduzione tendenziale del 4,6% in quantità, il terzo peggior risultato da un anno a questa parte nonché dodicesima variazione negativa da gennaio 2008; un dato - secondo l'analisi dell'ICC - decisamente più negativo rispetto a quanto registrato in dicembre che conferma come i consumi non solo siano ancora in una fase critica ma, per il momento, non traggano nemmeno benefici dal rallentamento dell'inflazione. Il dato dell'ultimo mese risulta peraltro significativamente peggiore rispetto a quanto registrato nello stesso periodo del 2008 (-1,1%). Nonostante questo andamento, l'indagine ISAE sul clima di fiducia dei consumatori segnala anche a febbraio 2009 un'ulteriore tendenza al recupero. Particolarmente pesanti appaiono le dinamiche della produzione industriale. Stando all'indagine rapida Confindustria, infatti, a febbraio 2009 si è segnalata una ulteriore contrazione della produzione industriale (-0,6% in termini congiunturali) e degli ordinativi (-4,7% la variazione rispetto a gennaio). Il dato di gennaio dell'ICC è sintesi di una flessione particolarmente accentuata della domanda relativa ai beni (-6,4%), a cui si è associata, per il terzo mese consecutivo, una riduzione della domanda per i servizi (-0,3%). Per entrambe le componenti la contrazione è risultata decisamente più elevata rispetto a quanto registrato nell'analogo mese dello scorso anno . La dinamica dei prezzi al consumo ha evidenziato anche nel mese di gennaio una tendenza al rientro, evoluzione sostenuta dalla riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e dall'attenuarsi delle pressioni sul comparto alimentare. A gennaio i prezzi relativi al paniere di beni e servizi che compongono l'ICC hanno fatto registrare una crescita dello 0,6%. Rispetto a dicembre, il rallentamento più sensibile, in termini di variazioni tendenziali, ha interessato il settore degli alimentari, bevande e tabacchi la cui crescita `e passata dal 4,6% al 3,6% . In termini reali, il dato di gennaio riflette essenzialmente il peggioramento della domanda relativa al settore della mobilità a cui si sono associate evoluzioni negative per quasi tutte le componenti considerate, ad esclusione delle comunicazioni che evidenziano peraltro un rallentamento nel trend di sviluppo . Dopo il -3,7% registrato nel mese di dicembre, la domanda per beni e servizi ricreativi ha registrato a gennaio 2009 una diminuzione dell'1,7%. All'interno di questo aggregato la componente pi`u dinamica continua a risultare quella relativa ai concorsi a pronostici. La stima per gennaio 2009 della domanda per i servizi di ristorazione e d'alloggio mostra una moderata crescita dei consumi delle famiglie (+0,3% in termini tendenziali), dato che segue il -1,8% di dicembre e che sembra derivare dalla diversa distribuzione nella settimana delle festività di inizio anno rispetto al 2008. Particolarmente negativa é risultata a gennaio 2009 la dinamica della domanda relativa ai beni e servizi per la mobilità (-24,8% rispetto all'analogo mese dello scorso anno). Questo andamento é derivato da una serie di fattori che hanno inciso sulle diverse voci che compongono l'aggregato. Per gli acquisti di autovetture e motocicli da parte delle persone fisiche l'andamento ha riflesso, oltre alle difficoltà che da tempo interessano il settore a livello mondiale, anche le attese di incentivi da parte del Governo che dovrebbero cominciare a produrre effetti positivi solo nei prossimi mesi. Relativamente al calo della domanda per i trasporti aerei la forte riduzione deriva anche dalla concorrenza esercitata negli ultimi mesi, sulla tratta Roma - Milano, dal trasporto ferroviario che, con l'avvio dell'Alta velocità, ha registrato un sensibile incremento di passeggeri (del quale l'ICC non tiene conto per mancanza di dati sul traffico ferroviario di passeggeri).Il dato di gennaio 2009, pur confermando il permanere di una dinamica positiva della domanda relativa ai beni e servizi per le comunicazioni, con una variazione in termini reali del +4,4%, evidenzia una tendenza al rallentamento, che sembra derivare essenzialmente dalla componente relativa ai servizi. La tendenza ad una minor dinamicità della domanda relativa ai beni e servizi per la cura della persona, registrata nei mesi finali del 2008, si `e confermata a gennaio 2009, mese in cui si `e avvertito un calo dell'1,2% delle quantità vendute. Tale evoluzione è derivata da un peggioramento della domanda per gli articoli di profumeria a cui si `e associata una moderata contrazione dei consumi per prodotti farmaceutici e terapeutici. Sia pure con toni meno negativi rispetto a quanto registrato nell'ultimo trimestre del 2008, anche a gennaio 2009 gli acquisti di articoli d'abbigliamento e calzature hanno segnalato una riduzione (-1,3%). Come previsto, la stagione dei saldi, seppure relativamente favorevole per i volumi acquistati non ha potuto invertire il trend decrescente della spesa di medio periodo. Anche a gennaio la domanda di beni e servizi per la casa ha subito una flessione delle quantità vendute (-3,5%) rispetto allo stesso mese dello scorso anno. All'interno di questo aggregato elementi di particolare difficoltà continuano a caratterizzare il settore dei mobili che sconta ormai da tempo un ridimensionamento dei consumi. Infine, per quanto concerne la domanda delle famiglie per i prodotti alimentari, le bevande e i tabacchi, la stima per gennaio 2009, pur evidenziando un'ulteriore flessione (-1,4% in termini tendenziali) segnala una tendenza alla stabilizzazione dei consumi delle famiglie fortemente compressi nel 2008.

· Rivitalizzazione commerciale delle città: ecco gli attrezzi (14/02/2009)  

Anche l’uscita di un libro può costituire una vera e propria notizia. E felice, se ci riferisce alla pubblicazione, per opera di Indis Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne, di“Gli interventi di rivitalizzazione commerciale dei centri

Anche l’uscita di un libro può costituire una vera e propria notizia. E felice, se ci riferisce alla pubblicazione, per opera di Indis Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne per i tipi di Maggioli Editore di Rimini (374 pagine), che porta il titolo “Gli interventi di rivitalizzazione commerciale dei centri storici e delle aree urbane”, problematica cui l’Italia sta diventando sempre più sensibile anche nelle città più periferiche e di cui abbiamo realmente necessità, visto che ci siamo svegliati molto in ritardo nei confronti di altre esperienza estere. Anzi proprio le piccole e medie città riescono a concretizzare con più facilità i programmi e le esperienze più significative, perché richiedono mediazioni politiche e di settori produttivi e sociali meno impegnative e perché fanno leva su una sensibilità della base recepita con maggior immediatezza da parte dei responsabili della pubblica amministrazione. Il fine dell’opera è stato quello di mettere a disposizione di tutti gli attori pubblici e privati una “cassetta degli attrezzi” per impostare interventi complessi di riqualificazione e rivitalizzazione di un centro storico, partendo soprattutto dalle attività commerciali, che, secondo alcuni vi “pesano” addirittura per il 60%. Questa “cassetta” è stata resa possibile da un osservatorio Indis ad hoc creato nel 2004, ma anche da interventi sulla rivista “Disciplina del commercio e dei servizi” e da convegni a scadenza regolare. La cassetta contiene i seguenti strumenti: la disciplina normativa nazionale e regionale (soprattutto di Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Sicilia e Veneto), le esperienze di intervento in alcuni paesi esteri (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Austria, Belgio, Svezia, Spagna e Portogallo), gli interventi in Italia, 26 case history (generalmente ancora in fase di progetto o realizzazione) e i modelli d’intervento. Fra i case history, utilissimi per la varietà delle “buone pratiche” e che rappresentano quasi il 50% dell’opera, ricordiamo, quelli di Cuneo, Torino, Rovereto, Genova, Colle Val d’Elsa, Taranto e Giarre-Riposto. In proposito, due aspetti ci sembra che manchino, anzi che non siano stati trattati con profondità (non è una critica, ma un rincrescimento, una richiesta) a completezza degli attrezzi della cassetta: l’articolazione del rapporto fra le varie componenti sociali e produttive che convivono e operano nelle città insieme al commercio (capiamo la focalizzazione sull’argomento commercio) e la descrizione della struttura operativa e di gestione concreta e quotidiana a progetto realizzato (quella che all’estero è affidata a un manager “terzo”, tipo “town centre management”, che in Italia viene delegata ancora alla pubblica amministrazione: aspettiamo le realizzazioni lombarde). Ci auguriamo che questi due aspetti siano trattati in seguito da un’ulteriore pubblicazione che abbia per scopo la descrizione dei meccanismi operativi dei progetti realizzati: forse per questo il secondo non appare sviluppato. Da menzionare, infine (non è uno sfizio), la bibliografia, che abbiamo trovato ben curata, aggiornata e approfondita nella parte italiana, attrezzo veramente utile per ampliare sia la conoscenza sia la realizzazione concreta dei programmi di rivitalizzazione dei centri storici e urbani delle nostre città, perché offre anche una grande ricchezza di ulteriori spunti. (Italo Mora)

· Sognando di futuri centri commerciali (12/02/2009)  

Sul numero speciale del mensile francese Sites commerciaux per il 14° Mapic vi sono riportate le risposte a interviste rivolte a operatori francesi del settore, su come saranno i centri commerciali fra 15 anni

Sul numero speciale del mensile francese Sites commerciaux per il 14° Mapic, salone dei professionisti dell’immobiliare commerciale che si tiene ogni anno a Cannes, vi sono riportate le risposte a interviste rivolte a operatori francesi del settore, su come saranno i centri commerciali fra 15 anni. Ecco le caratteristiche su cui tutti si sono trovati d’accordo. Il centro commerciale, che si sta dimostrando già oggi luogo di vita, accentuerà ulteriormente questa caratteristica, diventando sempre di più luogo d’incontri, passando cioè dal consumo di beni al consumo di rapporti e legami interpersonali. Ciò implicherà sia un suo ancoraggio al luogo (prossimità) anche se, finché l’automobile sarà il mezzo di trasporto più usato, continueranno a sussistere i centri commerciali alle porte delle città), sia d’integrazione con l’ambiente circostante, in un ambiente sociale di accoglienza personalizzata e amicale. Si va, quindi, verso un terzo luogo di vita, oltre (e accanto) agli uffici e alle abitazioni. E quindi il centro commerciale dovrà offrire servizi integrati per tutti i tipi di persone che lo frequenteranno durante la giornata (compresi gli anziani, i bambini, gli handicappati ecc.), ricreando i piaceri della città. Da qui parcheggi e accessi facili e certi, ufficio delle poste, ufficio di ricerca di lavoro, sportelli bancari, centro di medicina o paramedicina, corsi di sostegno scolastico per i bambini, locali a disposizione delle associazioni locali, negozi di artigiani ecc. Il centro commerciale del futuro, oltre a essere vicino, sarà un luogo sempre più frequentato e con permanenze sempre più lunghe. Per questo il suo utilizzo dovrà essere differenziato non solo durante la giornata (footing alle 7,30, bowling al pomeriggio, passeggio alla sera, locale notturno aperto fino alle 3 del mattino, ecc.), ma soprattutto durante la settimana: spesa alimentare ogni giorno e grossi acquisti (elettrodomestici, mobili, sport ecc.) a fine settimana. Gli orari d’apertura sarà naturalmente molto lunghi, domenica compresa. Prova di questa tendenza è lo sviluppo attuale dell’abbinamento centro commerciale-luogo di tempo libero e intrattenimento. Si avrà quindi una struttura che è allo stesso tempo parco d’attrazione e centro commerciale, in cui la locomotiva non sarà più quella per il tempo libero. E saranno sempre più curati architettonicamente ed esteticamente. La luce naturale e la natura vi entreranno con sempre maggior presenza. Ibridi per loro natura, i centri commerciali dovranno aperti e chiusi allo stesso tempo, prolungandosi in un retail park, in parcheggi gradevoli e non più piazze al sole, in giardini acquatici, in spazi verdi. Anche la ventilazione sarà sempre più naturale, invadendo anche le gallerie, coperte e aperte allo stesso tempo (uso di tende e veli). L’ipermercato, comunque, per alcuni sarà sempre la locomotiva più diffusa, anche se non supererà i 5.000 mq di area di vendita e sarà “fragmentato” in tante zone specializzate, mantenendo sempre, però, la sua caratteristica di “tutto sotto lo stesso tetto”. (Italo Mora)

· Le 7 raccomandazioni di Deloitte ai retailer (11/02/2009)  

Alla sua ultima edizione dei 250 “Campioni della distribuzione” nel mondo, Deloitte allega alcune raccomandazioni per l’anno 2009 rivolte alle catene distributive

Alla sua ultima edizione dei 250 “Campioni della distribuzione” nel mondo, Deloitte allega alcune raccomandazioni per l’anno 2009 rivolte alle catene distributive. La prima è quella di focalizzarsi sui luogi dei rischi: per esempio, le interruzioni delle catene d’approvvigionamento, la volatilità delle monete, le catastrofi naturali, il contesto giuridico, i problemi del mercato fiananziario ecc. La seconda è la ricerca della differenziazione dai concorrenti nell’accrescere la qualità dell’esperienza del cliente nel punto di vendita: servizio alla clientela, ristrutturazione del punto di vendita secondo un desing che faciliti l’acquisto e lo renda gradevole, informazione sui prodotti, facilità di trovare la merce, rapidità del passaggio alle casse, merchandising visuale ecc. La terza è la gestione del capitale umano in funzione dei buoni risultati, investendo nella formazione e spingendo il personale alla fedeltà e al miglioramento della produttività in modo da giustificare le indennità più importanti. La quarta è l’uso di internet per informarsi sui consumatori, dialogare con essi e fornir loro un’informazione di base sui prodotti. La quinta è pensare anche ai punti di vendita più piccoli, perché il futuro le catene sarà pluricanale, in modo che possano soddisfare i tipi diversi di clientela. La sesta è pensare alla segmentazione del mercato: aumentano i nuclei familiari di basso e alto reddito, la classe media diviene sempre più piccola, si moltiplicano sempre di più gli stili di vita; da qui la necessità di creare pdv di nicchia, di lusso ma nello stesso tempo di discount, di realizzare nuovi formati pur tenendo vivi quelli già esistenti e di farsi una conoscenza sofisticata dello stile di vita dei consumatori e dei loro bisogni. La settima e ultima raccomandazione è quella di “pensare globale”, non investendo solo nel settore di competenza (alimentare o non alimentare, per esempio) e, per quelli che investono soprattutto nei mercati emergenti, continuare a farlo estendendosi anche in altri e, perché no, anche in mercati sviluppati.

· Nella classifica mondiale crescono gli emergenti (10/02/2009)  

La classifica dei 250 “Campioni della distribuzione” stilata da Deloitte sui dati fine 2007 o giugno 2008, mette sempre in testa la statunitense Wal-Mart, seguita, a lunghissima distanza, da Carrefour (Fr) e Tesco

La classifica dei 250 “Campioni della distribuzione” stilata da Deloitte sui dati fine 2007 o giugno 2008, mette sempre in testa la statunitense Wal-Mart con 374.526 mio dollari (+10,3% sul 2002), seguita, a lunghissima distanza, da Carrefour (Fr) con 112.604 mio (+3,6%), tallonato da Tesco (Gb) con 94.740 mio (+12,4%: nella prossima lista lo vedremo al 2° posto?). Al 4° posto viene sempre Metro) (D) con 87.596 mio (+4,6%), seguito da Home Depot (Usa) con 77.349 mio (+5,8%, dal 4° posto nel 2006, a causa della diminuzione del suo giro d’affari, la prima della sua storia) e The Kroger Co (Usa) con 70.235 mio (+6,3%). Al 7° posto troviamo Schwarz (D), proprietario di Lidl, con 69.346 mio (+12,6%), che nella classifica precedente era piazzato al 10° posto. All’8° vi è ora Target Corp. (Usa) con 63.367 mio (+7,6%), cui seguono Costo Wholesale Corp. (Usa) con 63.088 (+10,7%) e Aldi GmbH (D) con 58.487 mio (+4,3%), che ha spodestato l’americano Sears Holdings. In totale 44 sono state le catene che nel 2007 hanno diminuito il loro giro d’affari, contro 36 nel 2006, e 14 quelle che non hanno realizzato utili (7 nell’anno precedente). Questi primi dieci della classifica, con i loro 1.071.328 mio di giro d’affari (+7,2% nel 2007), rappresentano il 29,6% delle vendite complessive dei 250 campioni (3.619.257 mio: +7,6%). Nella classifica delle regioni e dei paesi in testa troviano gli Usa che rappresentano il 42,1% del giro d’affari, la stessa incidenza dell’Europa, cui seguono i paesi asiatici (escluso il Giappone) con il 5,0%, l’America Latina con l’1,2% e l’Africa/Medio oriente con lo 0,8%. La Germania ne rappresenta l’11,7%, la Francia il 10,0%, la Gran Bretagna l’8,5%, il Giappone il 6,1%, il Canada il 2,7% e gli altri paesi europei (esclusi i tre precedenti) l’11,9%. Nel 2007 la crescita più rapida è stata riscontrata per le imprese russe, cinesi e sudcoreane. Fra le 20 nuove entrata nella classifica dei 250 campioni spiccano la giapponese J.Front Retailing Co, nata dalla fusione di Daimaru con Matsuzakaya (107° posto), la russa Eldorado (134°) e la statunitense Save Mart Supermarkets (169°). La crescita più rapida fra le 250 imprese è stata riscontrata nelle catene dei mercati emergenti, che hanno presentato una media di crescita 2002-2007 del 28,7%. Ricordiamo solo la russa Euroset Group con +108,5%, l’islandese Baugur Group con +86,5%, la russa Magnit con + 78,9%, la statunitense Apple Inc con + 70,8% e la coreana E.Land Group con +65,4%.

· Gli investitori dell’immobiliare agiscono con grande prudenza (06/02/2009)  

Non si può dire che in Europa continentale gli investimenti nell’immobiliare commerciale navighino in buone acque. Anzi

Non si può dire che in Europa continentale (esclusi, cioè, il Regno unito e l’Irlanda) gli investimenti nell’immobiliare commerciale navighino in buone acque. Anzi è un chiaro eufemismo per non dire una grande stagnazione, se è vero che il volume di transazioni dell’anno scorso è stato di 12,4 mld di euro, cioè –56% nei confronti dei 28,2 mld dell’anno precedente. Lo afferma uno studio di Jones Lang Lasalle, che mostra, confermando il trand, come i 1,5 mld realizzati nel 4° trimestre del 2008 sono metà del volume del precedente trimestre. E’ stata la Germania a presentare un volume più consistente di 2,5 mld di transazioni, cioè il 20% del totale dell’Europa continentale, contro, però, il 26% dell’anno precedente. La seguono la Spagna con 1,4 mld (12%), la Finlandia con 1,3 mld (10%), la Russia con 784 mio (6,5%), l’Austria con 744 mio (6%), la Svezia, la Francia e i Paesi Bassi con circa 620 mio e il Belgio con 500 (5%). Le attività sui paesi esteri hanno rappresentato, con 82,7 mld, i 2/3 del volume totale delle transazioni, con una diminuzione di addirittura il 76% sul 2007, segno che gli investitori hanno preferito operare sulle proprie marche, cioè su ciò che conoscono meglio, bandendo decisamente il rischio. Questa prudenza appare anche dalla scelta delle strutture di vendita, preferendo quelle riservano meno sorprese, come i centri commerciali, che hanno rappresentato il 20% delle operazioni, contro il 9% dell’anno precedente. Lo stesso si può dire per i supermercati, in cui gli investimenti, dopo essere partiti con lentezza all’inizio dell’anno, alla fine hanno raggiunto l’11% del volume delle transazioni.

· Il Parmigiano-Reggiano sceglie l’estero per superare la crisi (05/02/2009)  

Il 2008 del Parmigiano-Reggiano è stato pesante: i prezzi all’origine sono diminuiti del 5%, la produzione è scesa del 2,14%, i prezzi al consumo sono aumentati del 5,5%.

Il 2008 del Parmigiano-Reggiano è stato pesante: i prezzi all’origine sono diminuiti del 5%, la produzione è scesa del 2,14%, i prezzi al consumo sono aumentati del 5,5%. Il re dei formaggi italiani non se la passa bene. E dire che l’anno precedente aveva segnato una buona ripresa: i prezzi all’origine erano aumentati dell’11,1%, ponendosi a 7,80 euro al kg. Nell’anno seguente, invece, questi sono discesi a 7,40 euro, che, secondo Giuseppe Alai, presidente del Consorzio del formaggio Parmigiano-Reggiano, si attestano sotto i costi di produzione. In realtà, se si considera che il 2004 ha segnato 9,36 euro all’origine e che nel 2007 l’aumento dei costi del 10% ha quasi annullato la crescita del valore della produzione, si può dire che la crisi del Parmigiano-Reggiano si trascina da 5 anni e che quella attuale non fa altro che aggravare un cattivo annoso trend. Per questo il consorzio ha deciso, per la prima volta negli oltre suoi settant’anni di storia, di intervenire direttamente sul mercato, associando al ritiro di 95.000 forme da parte di Agea e alla messa a disposizione di 2 mio di euro per garantire ai produttori quotazioni superiori alla media 2008, un ulteriore ritiro di 50-55.000 forme da destinare ai mercati esteri. Quest’operazione distoglierà dal mercato nazionale il 5% del prodotto (3.014.659 sono state le forme prodotte nel 2008) per destinarlo ad azioni promozionali sui mercati esteri che presentano reali possibilità di espansione del suo consumo. Gli stati oggetto di queste promozioni sono la Germania (che ha segnato nei primi 10 mesi del 2008 un’incidenza del 20% sul totale delle esportazioni), Regno Unito, Usa (la sua incidenza è passata dal 17,9% al 18,3%) e Canada (il paese che ha presentato il maggior incremento: +15,2%). Questo, per il momento, sembra lo strumento più idoneo per intervenire sia sulla quantità sia sul prezzo, dal momento che in Italia i produttori di Parmigiano-Reggiano si sentono alla mercè quasi totale della Gda (per il 79,4% della produzione: 73,9% venduta negli iper+super e 5,5% nei discount, e per 72% del valore: 66% + 6% rispettivamente). Quest’ultima, infatti, non solo riesce a strappare nella contrattualistica una media di 6 euro al kg, ma propone anche gran parte del prodotto in promozione, “mantenendo inoltre il contatto diretto esclusivo con il consumatore”. Un colpo di reni, quello del Consorzio, che sfrutta le di maniche della globalizzazione e dell’Ue. (Italo Mora)

· Consumi di dicembre in lieve ripresa (04/02/2009)  

In recupero gli alimentari, bene le comunicazioni, male le auto (-36% di immatricolazioni a gennaio per l'attesa di incentivi al settore)...

In termini reali, il dato di dicembre (-0,5%) attenua la tendenza negativa dei consumi per quasi tutti i beni e servizi, in particolare per gli alimentari e le bevande, e segnala il permanere di una fase espansiva per le comunicazioni; dopo la pesante flessione di novembre (-5%). L'Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) conferma la previsione di una sostanziale tenuta dei consumi, conseguenza anche di un comportamento delle famiglie nel periodo natalizio non particolarmente difforme da quanto tenuto negli anni precedenti. Nella media dell'anno le quantità acquistate hanno registrato una riduzione del 2,3% a fronte di una crescita nel 2007 dell'1,1%. Nonostante questo andamento l'indagine ISAE sul clima di fiducia dei consumatori segnala a gennaio 2009, dopo un periodo caratterizzato da continui ridimensionamenti, una moderata tendenza al recupero. Particolarmente pesanti appaiono le ripercussioni sulla produzione industriale della dinamica registrata dalla domanda delle famiglie, a cui si é associata da alcuni mesi una tendenza al ridimensionamento dei flussi esportativi. Anche a gennaio 2009, secondo l'indagine rapida Confindustria, si é segnalata una contrazione (-0,1% in termini congiunturali), sia pure di dimensioni meno elevate rispetto a quanto registrato nella parte finale del 2008. Situazione che stando agli ordinativi (-8,7% alla variazione mensile di gennaio) non sembra destinata a modificarsi nel corso dei prossimi mesi.
Il dato di dicembre dell'ICC é la sintesi di una moderata flessione della domanda di beni (-0,4%), dato decisamente meno negativo rispetto alle pesanti diminuzioni registrate nel bimestre precedente, a cui si é associata, per il secondo mese consecutivo, una riduzione della domanda per i servizi (-0,7%). Nella media del 2008 entrambe le componenti segnalano valori negativi pari rispettivamente a -2,9% e -1,1%. E' proseguita anche nel mese di dicembre la tendenza al rientro dell'inflazione, evoluzione sostenuta dalla decisa riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e dall'attenuarsi delle pressioni sul comparto alimentare. A dicembre i prezzi relativi al paniere di beni e servizi che compongono l'ICC hanno fatto registrare una crescita dello 0,7%, in sensibile ridimensionamento rispetto ai valori raggiunti in estate. In termini tendenziali le diminuzioni più rilevanti hanno interessato i beni e servizi per la mobilità e le comunicazioni.
Per quanto riguarda i singoli comparti, dopo il -2,8% registrato nel mese di novembre, la domanda per beni e servizi ricreativi ha registrato a dicembre 2008 una ulteriore diminuzione (-2,0% in termini tendenziali). Solo per dischi, supporti per la registrazione e concorsi a pronostici si é riscontrata una crescita. Nella media dell'intero anno la flessione é stata del 3,4%.La stima per dicembre 2008 della domanda per i servizi di ristorazione e d'alloggio mostra una flessione dei consumi delle famiglie (-1,6% in termini tendenziali) confermando i risultati non particolarmente brillanti conseguiti nell'anno (-2,0%) e la tendenza delle famiglie a contenere al massimo questa tipologia di consumo anche in occasione delle festività di fine anno.Da segnalare anche a dicembre l'ulteriore deterioramento della domanda di beni e servizi per la mobilità (-5,8% in termini reali rispetto all'analogo mese del 2007) dovuta al permanere di una situazione fortemente critica per gli acquisti di autovetture e motocicli da parte delle persone fisiche e delle spese per il trasporto aereo. Situazione che, stando alle prime stime, sembra aver registrato un sensibile deterioramento nel mese di gennaio (-36% di acquisti dei privati), andamento che sconta anche le attese delle famiglie su un probabile avvio di forme di incentivo all'acquisto da parte del Governo. Anche il dato di dicembre 2009 conferma la dinamicità della domanda relativa ai beni e servizi per le comunicazioni, con una variazione in termini reali del +9,8%, evoluzione a cui ha contribuito la tendenza decisamente espansiva degli acquisti di dotazioni per l'informatica e telecomunicazioni. Ciò nonostante, anche questo aggregato presenta un sensibile rallentamento rispetto al 2007. Nella media dell'anno, la domanda rivolta al comparto registra un aumento del 7% a fronte del +12,9% registrato nel 2007.In linea con quanto accaduto nel corso dell'anno, la domanda relativa ai beni e servizi per la cura della persona ha evidenziato a dicembre un ulteriore aumento delle quantità vendute (+2,4% nel mese, +2,3% nella media del 2008), evoluzione che continua ad essere determinata quasi esclusivamente dalla domanda per prodotti farmaceutici e terapeutici.
Continua l'evoluzione negativa degli acquisti di articoli d'abbigliamento e calzature che, dopo le flessioni degli ultimi 2 mesi (-4,2% in ottobre, -5,0% in novembre), registra a dicembre un'ulteriore riduzione delle quantità acquistate dalle famiglie (-3,1%). Il dato riflette anche la tendenza delle famiglie a spostare gli acquisti, soprattutto di capi importanti, al periodo dei saldi. Nella media del 2008 la flessione della domanda per i prodotti del settore é stata del 3,2%.
Anche a dicembre la domanda di beni e servizi per la casa ha subito una flessione delle quantità vendute (-2,5%) rispetto allo stesso mese dello scorso anno. La media dell'anno indica una riduzione della domanda per i prodotti dell'aggregato pari a 1,8 punti percentuali.
Infine, per quanto concerne la domanda delle famiglie per i prodotti alimentari, bevande e tabacchi, la stima per dicembre 2008 pur evidenziando una ulteriore flessione (-0,6% in termini tendenziali) indica la tendenza delle famiglie a mantenere inalterati gli acquisti per questa tipologia di consumi in occasione delle festività di fine anno. Nella media del 2008, la flessione della domanda rivolta al comparto é stata, rispetto al 2007, di 3,6 punti percentuali.

· Henderson acquisisce l’outlet di Barberino del Mugello (01/02/2009)  

Il fondo European Outlet Mall Fund di Henderson Global Investors ha acquisito da McArthurGlen l’outlet Barberino Designer Outlet di Barberino del Mugello (Fi) per circa 125 mio di euro...

Il fondo European Outlet Mall Fund di Henderson Global Investors ha acquisito da McArthurGlen l’outlet Barberino Designer Outlet di Barberino del Mugello (Fi) per circa 125 mio di euro. La prima fase della struttura commerciale, inaugurata nel marzo del 2006, dispone di 21.500 mq di gla e ospita un centinaio di punti di vendita. La seconda fase, che comporterà un ampliamento di circa 6.000 mq di superficie, aprirà nel prossimo anno. Quello di Barberino è l’11° outlet che Henderson ha acquistato da McArthurGlen, che ora ne possiede soltanto uno. Il portafoglio di Henderson European Outlet Mall Fund, lanciato nel febbraio del 2004, vale complessivamente 1,2 mld di euro. Al 30 settembre 2008 i fondi immobiliari in gestione in Europa e in Asia raggiungevano il valore di 12,1 mld di euro. L’acquisto è un buon investimento, se è vero che, nonostante la crisi economica e dei consumi (anzi appunto per questa), gli outlet in portafoglio continuano ad aumentare il loro fatturato. Nell’Europa si assiste, quindi, a una crescente domanda, da parte sia dei consumatori sia dei tenants, di spazi commerciali per vendere i brand dei produttori a prezzi scontati, ma le limitazioni delle diverse normative ne limitano lo sviluppo. Da qui gli investimenti ridotti da parte degli investitori, tra cui Henderson, il cui fondo specializzato in questa tipologia del settore distributivo, possiede direttamente 9 outlet (in Francia, Italia, Belgio, Austria, Germania e Paesi Bassi) e 3 indirettamente in Gran Bretagna. McArthurGlen è responsabile del property management di questi outlet.

· Da una fusione nasce la nuova Patfrut (30/01/2009)  

La Gda italiana ed europea, e non solo, avrà a che fare d’ora in poi con un nuovo fornitore di ortofrutta: la nuova Patfrut, nata a fine gennaio dalla fusione di Ferrara Frutta di Monestirolo (Fe) con la vecchia Patfrut di Molinella (

La Gda italiana ed europea, e non solo, avrà a che fare d’ora in poi con un nuovo fornitore di ortofrutta: la nuova Patfrut, nata a fine gennaio dalla fusione di Ferrara Frutta di Monestirolo (Fe) e la vecchia Patfrut di Molinella (Bo), aderenti ad Apro Conerpo,a Naturitalia, ad Assopa (Associazione produttori patate) e a Conserve Italia. La nuova realtà fonde 8 magazzini operanti nel Ferrarese con i 4 posti nel Bolognese, con una capacità frigorifera complessiva di 75.000 tonnellate. I soci cooperatori conferitori raggiungono ora il numero di 1.100, che producono, su 4.000 ettari, 160.000 tonnellate di prodotti ortofrutticoli per il consumo fresco, di cui 64.000 di frutta, 46.000 di patate e cipolle e 50.000 di orticole industriali (soprattutto pomodori), con una capacità giornaliera di 600 tonnellate (50% di patate e cipolle e 50% di frutta). La sede centrale di Patfrut sarà a Monestirolo (via Argenta 32/A), presieduta da Luciano Torresani e diretta da Danilo Pirani. La Gdo italiana rappresenta il primo canale della commercializzazione dei prodotti Patfrut con 35 mio di euro su 80 mio di fatturato complessivo, corrispondente al 44%. Le principali catene italiane clienti sono, in ordine da acquisti, Esselunga, Conad, Coop, Despar e Auchan. L’esportazione alla Gda europea conta 20 mio di euro, cioè il 25%, e ha come principali destinatari Rewe, Edeka, Aldi e Lidle in Germania, Casino e Auchan in Francia, Tesco e Asda in Gran Bretagna e Ica e Coop Sverige in Svezia. Dei restanti 25 milioni 15 sono assorbiti dai mercati all’ingrosso e al dettaglio e 10 dall’industria di trasformazione. L’operazione della fusione è stata dettata sia dalla necessità di maggior razionalizzazione produttiva e logistica, sia dal bisogno di più efficienza gestionale e riduzione dei costi. I prodotti di qualità della nuova Patfrut sono soprattutto la Pera dell’Emilia Romagna e la Patata di Bologna, sui quali si intende far leva per l’esportazione. In merito alla logistica, gli 8 magazzini/stabilimenti di Ferrara Frutta saranno destinati alla conservazione della frutta, mentre i 4 di Patfrut si occuperanno delle patate e delle cipolle. Il confezionamento e la spedizione dei prodotti verranno realizzati dallo stabilimento di Monestirolo. Sarà il futuro a richiedere quale ulteriore razionalizzazione sarà necessaria, soprattutto nel numero dei magazzini. Per il momento la fusione può diventare – lo è nelle intenzioni dei management - la base per l’innovazione e l’ulteriore internazionalizzazione delle vendite.

· Per Interdis è questo il momento dei progetti sulla private label (23/01/2009)  

Il salone “Marca” di Bologna sulla marca commerciale per Interdis rappresenta sempre una cadenza annuale di riflessione, di rivisitazione della politica in merito e dei progetti

Il salone “Marca” di Bologna sulla marca commerciale per alcune imprese rappresenta una cadenza annuale di riflessione, di rivisitazione della loro politica in merito e dei progetti. Fra queste emerge Interdis, che associa 30 imprese, presenti in 18 regioni italiane con 2.959 punti di vendita, compresi i 50 cash. L’assortimento dell’insegna propone al dettaglio 2.121 referenze a marca privata suddivise in 3 brand (Dimeglio, Mondo e Sidis) e nel cash 316 in 2 (Altasfera e Alti Piaceri). Nel canale dettaglio il gruppo punta, nel 2009, a un forte incremento delle vendite a valore, passando dall’attuale 12% (732 mio nel 2008) ad almeno 15-16%, tramite il ricorso alle più svariate leve a disposizione . Fra queste il ridisegno del packaging in modo da accrescere la gradevolezza delle confezioni, la visibilità delle caratteristiche del prodotto e l’attrazione dell’attenzione sullo scaffale. Altra novità, molto importante, sarà l’introduzione di una marca premium nelle categorie dove la marca privata può avere un ruolo di eccellenza (lo stesso criterio vale anche per la marca privata standard). Per raggiungere l’incremento programmato Interdis ricorrerà a offerte comuni a livello nazionale e all’intensificazione delle promozioni nel punto di vendita e delle offerte ai clienti migliori che possono essere raggiunti tramite i consumer magazine Delizie, DelizieSidis, Dimeglio News. I prezzi saranno dettati dalla competitività, pur tenedo alta la qualità. Si intensificherà, infine, l’utilizzo della piattaforma logistica gestita centralmente, che permetterà di ottimizzare i carichi e di ottenere maggior efficienza nelle consegne e nel riassorbimento del punti di vendita. C’è da aggiungere poi che nel 2009 verranno venduti, in partnership con La Piemontese Assicurazioni (Gruppo Real Mutua), prodotti assicurativi a marco dell’insegna, la cui offerta sarà sperimentata nel 1° semestre in 12 pdv dagli 800 ai 1.500 mq di area di vendita operanti in Piemonte, Lombardia, Puglia, Lazio e Sicilia. Per il canale cash Interdis intende ampliare nel prossimo biennio l’assortimento dei prodotti a marchio Altasfera e Altri Piaceri, puntando soprattutto sui prodotti freschi, ma sempre cercando il buon rapporto qualità (elevata) prezzo e ricorrendo a un packaging curato e funzionale. Del resto, è questo il momento, a causa della crisi, in cui il rilancio della marca privata può avere un buon successo. E Interdis intende approfittarne, per il semplice motivo che la ricoperta “per necessità” della marca privata da parte del consumatore porta alla sua fedeltà d’acquisto.

· E’ il momento della marca privata (19/01/2009)  

La crisi economica che si riversa su quella dei consumi sta dando una buona mano alla crescita della marca commerciale, in Italia e all'estero

La crisi economica che si riversa su quella dei consumi sta dando una buona mano alla crescita della marca commerciale, in Italia e non solo. Come dire che la marcia di penetrazione della private label sta ricevendo una buona spinta dalla crisi. Secondo AcNielsen in Italia è cresciuta dell’1,2% nell’anno appena passato, portando all’incidenza più forte degli ultimi 5 anni: 14,6%. Lo stesso si può dire della Gran Bretagna con un +3,5% (44,6% d’incidenza nel grocery), della Spagna con un +1,7% (32%), della Germania con un +1,2% (29,9%), della Francia con un +1,5% (28,7%), del Portogallo con +3,8% (20,6%) e della Grecia con +0,8% (10,4%). La marca commerciale è sempre in crescita già per conto suo, grazie soprattutto all’azione delle varie catene distributive per la qualità, il prezzo e la segmentazione e per le promozioni. La crisi attuale, che sensibilizza i clienti al prezzo, la considera conveniente nel suo rapporto prezzo/qualità, facendo riscoprire anche le sue qualità intrinseche e di servizio, confermate e migliorate di anno in anno. Una controprova è il fatto che stanno crescendo in tutti i canali (+9% complessivamente), ma soprattutto nell’ipermercato (+13,4%), aiutando in questo modo i dettaglianti a recuperare margini proprio in operiodi di minori vendite.
Al recente salone “Marca” di Bologna (15-16 gennaio 2009), anche Iri Information Resources ha confermato le stesse tendenze. Secondo il “5° rapporto annuale sulla private label”, nel 2008 la marca commerciale è passata dal 12,1% al 13% delle vendite a valore nel largo consumo confezionato, per quasi 8 mld di euro di vendite complessive (di cui 5 mld nei super e negli iper). Il tutto a scapito delle marche industriali passate dall’87,9% all’87,0%. All’interno i trend più rilevanti sono stati segnati, come nel 2007, dalla marca premium, cresciuta nel 2008 del 56% a valore, e dalla marca di primo prezzo aumentata del 12,4%. Sul totale delle vendite è la marca d’insegna a restare decisamente in testa con l’85,5% (84,7% nel 2007: +12,7%), seguita da quella del 1° prezzo con 5,9% (6,0%: +12,4%), dalla bio con 3,5% (4,0%: +6,3%) e dalla premium con 2,3% (1,7%: +56,2%). Il comparto che ha presentato il maggiore incremento sull’anno precedente è stato il fresco (+16%), mentre la drogheria alimentare ha segnato oltre il 10%. Riguardo ai format distributivi la variazione maggiore è stata realizzata nell’iper di 10.000 mq e oltre con +33,6% e in quello dai 2.500 ai 5,499 mq con +17,2%, seguito dal super di 2.500 mq e oltre con +14,6% e da quello dagli 800 ai 1.299 mq con +11,6%; complessivamente gli iper hanno presentato un +14,4%, e i super con +12,8%. Guido Cristini, dell’Università di Parma, ha captato alcuni segnali provenienti dall’estero che dovrebbero essere tenuti da noi presenti: l’allargamento dell’offerta della private label in termini di varietà di brand, la competizione basata sul concetto di territorialità, il prezzo adattato al territorio, il riferimento competitivo non più il leader di categoria ma il competitor, l’utilizzo residuaoe della promozione della marca privata e il vantaggio del costo basato sull’economia di filiera. Le insegne eccellenti europee, inoltre, ci dicono che la convenienza relativa è fondamentale, l’impegno sulla sicurezza della qualità e sulla sostenibilità è costante, la cura dell’ambiente e l’adesione ai protocolli etici sono importanti, l’attenzione ai risparmi generati dal processo logistico è necessaria, come di grande peso sono le azioni di sostegno verso il territorio e quelle di charity.

· Crescono in Europa i progetti di centri commerciali (14/01/2009)  

Sono 1.843 i progetti di strutture commerciali recensiti da Eurelia in Europa, contando più di 37 mio di mq di gla

Sono 1.843 i progetti di strutture commerciali recensiti da Eurelia in Europa, contando più di 37 mio di mq di gla. A questa crescita contribuiscono soprattutto la Francia (82 progetti in più nei confronti del 2007), la Germania (46 in più) e i paesi dell’Europa centrale, con la Polonia in testa. La Francia, con i suoi 742 progetti e 8,2 mio di mq di gla, è quindi il mercato più attivo in materia d’immobiliare commerciale; 477 progetti di 7 mio di mq complessivi interessano le periferie delle città. E’ importante però sottolineare che sono stati abbandonati progetti per 630.000 mq, contro i 170.000 mq del 2007: confermerebbe, quindi, un certo freno anche del mercato più attivo. La Germania presenta una buona profusione di progetti a causa soprattutto dell’opera di rinnovamento dei centro città e della ristrutturazione con ampliamento di realtà esistenti; 11 progetti assommano a 2,7 mio di mq di gla. La Polonia presenta un numero di progetti superiore del 31% a quelli del 2007che interessano sia le grandi sia le medie città, con la conseguenza che ogni nuova apertura cannibalizza centri già attivi. La Romania, con i suoi 95 progetti e i suoi complessivi 3 mio di gla, presenta un addensamento piuttosto alto perché si ripartiscono su 23 città diverse del paese; gli operatori di ipermercati si stanno facendo, anche in provincia, un’accanita concorrenza, ma le loro gallerie si stanno riempiendo di insegne importanti e di buona superficie di vendita. La Russia rimane ancora fra i paesi europei più trainanti dell’immobiliare commerciale, soprattutto grazie alle due città maggiori: Mosca con 73 progetti e San Pietroburgo con 38. Ma ben 174 interessano città di provincia, dove però c’è il rischio di avere affitti inferiori ma sempre alti in rapporti alla cifra d’affari realizzata. Ungheria e Repubblica Ceca hanno nel cassetto rispettivamente 65 e 75 progetti per complessivi 2,7 mio di mq di gla. La Spagna, nonostante una situazione economica poco felice, possiede 181 progetti arrivando a circa 6 mio di mq. Se si realizzassero tutti, il numero dei centri commerciali aumenterebbe del 50%. Il che, però, non sembra realizzarsi, dal momento che molti programmi sono stati respinti. Nel frattempo le insegne hanno cominciato a negoziare per abbassare il costo degli affitti. In Belgio esistono 65 progetti per 1,24 mio di mq di gla; qui si stanno grandemente sviluppando i parchi commerciali. Infine, l’Italia. Nel nostro paese i progetti sono aumentati in unità del 16%, ma i mq complessivi restano stabili: prova che ci troviamo di fronte alla diminuzione dell’estensione dei centri commerciali. Infatti le localizzazioni sono sempre meno nelle grandi città e più in quelle medie e piccole, poste soprattutto nel Sud (soprattutto in Sicilia).

· Esplosione di centri commerciali in Europa centrale (13/01/2009)  

L’Europa centrale si sta riempiendo di centri commerciali: nel 2008 vi sono stati investiti per la loro realizzare (apertura e progetti) 2.965 mio di euro, che raddoppieranno nel 2009 con 5.972 mio (+101%)

L’Europa centrale si sta riempiendo di centri commerciali. Nel 2008 vi sono stati investiti per la loro realizzare (apertura e progetti) 2.965 mio di euro, che raddoppieranno nel 2009 con 5.972 mio (+101%). Una tendenza che si prevede proseguirà anche nel 2010. Secondo Pmr Publications, in Slovacchia il valore complessivo dei centri commerciali passerà da 99 mio nel 2008 a 882 mio nel 2009, con una crescita del 789%. Le faranno seguito la Bulgaria con, rispettivamente, 107 e 768 mio (+618%), l’Ungheria con 315 e 686 mio (+118%), la Romania con 1.189 e 1.969 (+66%), la Polonia con 813 e 1.185 mio e la Cechia con 441 e 482 mio (+9%). In proposito la Bulgaria, se si rapporta il 2009 al 2007 (anno in cui aveva solo 7 c.c.), la crescita si assesterebbe sul +350%: sta, insomma, recuperando velocemente il tempo perduto. La superficie totale gla dell’Europa centrale, che nel 2007 era di 7 mio di mq, sorpasserà gli 11 mio alla fine del 2009. Tranne la Polonia, dove nel 2007 la gla dei centri commerciali rappresentava il 50% dell’offerta totale, le altre nazioni offrivano, stando ai numeri, ampi spazi di sviluppo, dal momenti che nella Cechia la gla era il 18%, in Ungheria il 10% e nella Cecoslovacchia il 7%. E ciò anche prendendo in considerazione l’intensità di gla per 1.000 abitanti. Nel 2008 Varsavia ne presentava 597 mq (che nel 2011 diverranno 637 mq), Bratislava 556 mq (1.212 mq nel 2011), Praga 519 mq (612 mq), Budapest 370 mq (518 mq), Bucarest 156 mq (495 mq) e Sofia 59 mq (573 mq). Sempre secondo Pmr Publications, saranno la Polonia, l’Ungheria e la Cechia a raggiungere per prime la saturazione degli insediamenti di shopping center nelle loro capitali, anche se ciò non inficia più di tanto il loro sviluppo, dal momento che partiranno le nuove creazioni nelle città di 100.000 abitanti, soprattutto in Polonia, dove hanno cominciato già ad apparire i complessi a uso multiplo (negozi + uffici + hotel): a Varsavia e a Lodz. Prendendo, infine, in considerazione i progetti annunciati nel 2008, alla fine del 2011 l’Europa centrale dovrebbe contare complessivamente 450 centri commerciali, di cui 80 nella sola Romania (che nel 2007 ne contava 20). In quest’ultima nazione esistono per la capitale progetti di 3 centri superiori ai 110.000 mq di gla, che saranno i più grandi dell’Europa centrale.